Ventiquattro femminicidi da inizio 2018

ASSOCIAZIONI E SINDACATI: “IL GOVERNO RENDA IMMEDIATAMENTE OPERATIVO IL PIANO STRATEGICO PER LA LOTTA ALLA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE”.​Roma, 23 mar - Ventiquattro donne uccise vittime di femminicidio dall’inizio del 2018, quella che nostro Paese si configura come una vera e propria mattanza prosegue al ritmo di una donna ammazzata ogni 24 ore nelle ultime settimane. Lo scorso 25 novembre i giornali titolavano Via libera al Piano antiviolenza.  A distanza di 4 mesi, con un femminicidio ogni due giorni  quel Piano, frutto di un lungo confronto tra società civile, varie associazioni di donne, sindacati, ministeri e istituzioni, e che porta con sé la novità di un intervento finalmente strutturale sul tema, non è però ancora operativo.il Piano strategico del governo per la lotta alla violenza maschile sulle donne adottato dal Governo per il triennio 2017 2020,  approvato in Conferenza Stato-Regioni e finanziato nella legge di stabilità, a tutt'oggi non decolla.Al Governo e al Parlamento chiediamo dunque di renderlo immediatamente operativo, predisponendo le risorse economiche dedicate e rendendole immediatamente esigibili per la sua attuazione. Perchè in una situazione drammatica come quella italiana, dove molto si dice e poco si riesce a fare per contrastare concretamente la disparità di potere tra uomini e donne, alla radice del fenomeno della violenza, attendere ulteriormente è un fatto gravissimo.Lo Stato italiano, inoltre, che ha ratificato la Convenzione di Istanbul, ha l'obbligo di rendere operativo il Piano strategico e di muoversi con la dovuta diligenza da parte di tutte le strutture istituzionali coinvolte nel Piano stesso. Le donne non devono ancora subire violenze in attesa che tutti facciano quando dovuto prescritto dal piano e che le azioni discusse e condivise trovino attuazione.Associazione Nazionale dei Centri Antiviolenza, Associazione Nazionale Telefono Rosa, CGIL, CISL, UIL, UDI Nazionale, Pangea, Rete per la Parità     

L’UDI alla CEDU al fianco di Antonella Penati​

Per la prima volta l'UDI ha chiesto alla Cedu - Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - di intervenire come terzo a sostegno del ricorso di Antonella Penati presentato contro lo Stato Italiano, per non aver tutelato il diritto alla vita del proprio figlio Federico Barakat ucciso dal padre. La Penati, infatti, aveva più volte denunciato la violenza e pericolosità dell’uomo, culminata nell'omicidio del figlio di soli otto anni, avvenuto durante un incontro protetto presso i servizi sociali il 25 febbraio 2009. In questo caso, sul diritto alla vita del bambino ha prevalso il diritto alla genitorialità di un padre violento.  Il nostro intervento si basa sulla profonda convinzione che "tragedie annunciate" come questa, o come quella del recentissimo caso di Cisterna di Latina, siano tali anche a causa dell'inadempienza di uno Stato troppo lento e troppo superficiale nel gestire situazioni di pericolo e di emergenza delle donne e dei loro figli, vittime di violenza domestica. Ci auguriamo, pertanto, che la nostra partecipazione al processo instaurato innanzi alla Corte Europea possa essere utile a perorare la causa della madre del piccolo Federico,  e che anche in questo caso la CEDU riconosca l'inefficienza  dello Stato italiano nell’affrontare la violenza maschile contro le donne,contribuendo dunque a realizzare gli auspicati interventi di tutte le istituzioni statali più volte richiesti nelle piazze e nelle sedi istituzionali in cui ci siamo espresse, in osservanza della Convenzione di Istanbul.​

UDI e Casa Internazionale delle Donne al Tribunale dei Popoli di Parigi

Il 15 e il 16 marzo, a Parigi, si è tenuta la sessione del Tribunale Permanente dei Popoli sulle violazioni di diritti umani e crimini di guerra operati dalla Turchia nei confronti del popolo curdo. La sessione ha visto la partecipazione di numerose delegazioni da tutto il mondo, con la presenza di avvocati, giornalisti, accademici e scrittori, che hanno ascoltato dalla platea del Centro du Travaille numerose deposizioni di civili, vittime delle violenze condotte dal Governo Turco negli ultimi due anni nel sud est della Turchia, in Kurdistan. Durante queste due giornate di lavori, sono stati sentiti i cittadini di Sur, Diyarbakir, Sirnak, Cizre, che hanno raccontato i crimini, le violenze e i soprusi subiti dal 2014 a seguito dei bombardamenti e delle operazioni di polizia effettuate dal governo turco. Hanno raccontato delle uccisioni dei loro famigliari avvenute durante le incursioni di Polizia, dei raid che non hanno dato scampo neanche a chi si è rifugiato nei sotterranei delle cantine delle città: uno scenario di dolore e di violenza si è mostrato alle centinaia di persone chiamate a partecipare in veste di osservatori internazionali, accorsi da tutto il mondo e che hanno assistito alle deposizioni delle vittime civili, dei giornalisti, degli avvocati dinanzi la Giuria del Tribunale. La sessione si è data appuntamento tra due mesi a Brussels, dove leggerà la sentenza che, se pure di opinione, avrà le caratteristiche di una condanna certamente esecrabile delle violazioni dei diritti umani emerse dal lavoro svolto dall’accusa, diretta dallo studio del noto avvocato Belga Ian Fermont. I/le partecipanti hanno sottoscritto un appello comune contro i bombardamenti effettuati in questi giorni dal dittatore Erdogan che colpisce la città di Afrin, in Siria, colpevole di aver dato rifugio a centinaia di migliaia di profughi civili fuggiti dagli assedi dell’Isis ed oggi vittime della violenza delle armi turche. Per aderire all'appello:scrivere a info@uiki onlus.comhttps://www.facebook.com/PPTTurkeyKurds/http://permanentpeoplestribunal.org/​       

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