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PROSSIMI APPUNTAMENTI SEDE NAZIONALE

​#LiberaPuoi

Guarda su Facebook la registrazione della diretta del 25 novembre 2019, incontro #LIBERAPUOI organizzato dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri in occasione della Giornata internazionale per l'eleminazione della violenza contro le donne.

25 novembre 2019

Siamo mobilitate anche quest'anno per fare della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne un momento di lotta e di riflessione che, in questa fase storica, vede un attacco alla libertà e all’autodeterminazione delle donne su vari livelli: dalla mancanza di lavoro all’impossibilità di decidere se avere o non avere figli, alla mancanza sempre più evidente di servizi e di stato sociale.. La violenza maschile contro le donne in tutte le sue forme continua ad essere un fenomeno strutturale che anche in Italia è ancora molto grave e diffuso: rimangono stabili, se non in aumento, femminicidi e tentati femminicidi, figlicidi per punire mogli e conviventi, stupri e violenze domestiche. Nelle aule giudiziarie, come nei mass media, ancora troppo spesso viene invocata la gelosia, la tempesta emotiva, il raptus, l'incapacità di intendere e di volere dell'autore di violenza e non viene valutato il suo potenziale di recidività. La violenza maschile contro le donne continua infatti ad avere nel nostro Paese una forte minimizzazione e giustificazione dei violenti, anche nella narrazione fatta dai mass media. L'approvazione nel 2013 in Italia della Convenzione di Istanbul del Consiglio d'Europa per la prevenzione e la lotta alla violenza maschile sulle donne è sicuramente stato un passo importante. Tuttavia la Convenzione è ancora poco conosciuta, applicata in maniera difforme nel territorio nazionale e priva di quei necessari adeguamenti a livello della dovuta diligenza di tutte le strutture dello Stato.Sono anzi tuttora presenti in Parlamento proposte di legge che non solo la contraddicono, ma addirittura, come il Ddl Pillon e collegati, costituiscono un tentativo di vendetta storica, legislativa e culturale contro le donne, finalizzati al ripristino di quello che i neo-patriarcalisti sessisti e razzisti del movimento mondiale, insinuatosi nella politica e nella religione e finanziato da miliardari di Russia e Usa, chiamano il “ritorno dell'Ordine Naturale delle Cose”. In questo clima preoccupante si collocano numerose sentenze che tendono a ri-vittimizzare soprattutto le madri separate.Le donne con bambini/e piccoli, sono oggetto spesso di comportamenti ritorsivi degli ex-partner all'atto della separazione, dopo che essi si erano già mostrati maltrattanti all'epoca della convivenza/matrimonio.Uomini che chiedono che le donne perdano l’affido dei figli con l’accusa di essere madri alienanti, utilizzando la teoria di un noto teorico della pedofilia e dell’abuso in famiglia che tutto il mondo scientifico considera spazzatura ma che ha cittadinanza in molti tribunali italiani.La legge recente sul “Codice Rosso”, che vorrebbe combattere la violenza maschile proponendo la velocizzazione dell’intervento dei magistrati e la priorità assegnata alle indagini, nei fatti non ha dimostrato di saper intervenire secondo le intenzioni proclamate dai legislatori. Grave è l'assenza di una precisa valutazione del rischio che è indispensabile per stabilire le misure di protezione. Ciò non rispetta la Convenzione di Istanbul e dunque della protezione “concreta” non vi è alcuna traccia (anche perché la legge sul Codice Rosso è a costo zero), mentre è previsto uno sconto di pena per condannati per violenza che si impegnano a seguire un percorso di psicoterapia. Per fermare la violenza maschile chiediamo al Governo: IL CONTROLLO SISTEMICO DELLA APPLICAZIONE/ IMPLEMENTAZIONE DELLA CONVENZIONE DI ISTANBUL, SOPRATTUTTO PER QUANTO RIGUARDA PREVENZIONE, FORMAZIONE, PROTEZIONE, PUNIZIONE; L’APPLICAZIONE IMMEDIATA DEL PIANO STRATEGICO NAZIONALE E DELLE LINEE GUIDA IN TUTTI I PRONTI SOCCORSI ITALIANI ANCORA NON RECEPITE DOPO L’APPROVAZIONE DEL 2017; IL DIVIETO IMMEDIATO DELL’UTILIZZO DEL COSTRUTTO DELL’ALIENAZIONE PARENTALE IN OGNI TRIBUNALE E IN OGNI AMBITO, DA QUELLO SANITARIO ALLE FACOLTÀ UNIVERSITARIE; L’ATTUAZIONE IMMEDIATA DELLA LEGGE PER GLI ORFANI DI FEMMINI-CIDIO; LA CREAZIONE DI UN FONDO NAZIONALE PER LE SOPRAVVISSUTE AL FEMMINICIDIO, AL FIGLICIDIO E PER LE DONNE POVERE O DISOCCUPATE VITTIME DI VIOLENZA;  IL SOSTEGNO ECONOMICO AI CENTRI ANTI VIOLENZA, ANCHE PER QUANTO RIGUARDA L’ACCOGLIENZA A DONNE MIGRANTI; IL RECEPIMENTO DELLA CONVENZIONE 190/2019 E DELLA RACCOMANDAZIONE 206/2019 DELL'O.I.L., VOLTA A CONTRASTARE LE MOLESTIE SESSUALI NEI LUOGHI DI LAVORO, ADEGUANDO LA NORMATIVA ITALIANA, SALVAGUARDANDO I PUNTI QUALIFICANTI GIÀ PRESENTI NELLE NOSTRE LEGGI; LA SALVAGUARDIA DEI LUOGHI DELLE DONNE COME LA CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE QUALE GARANZIA PER L’AUTODETERMINAZIONE DI TUTTE E IL RICONOSCIMENTO DELLE ESPERIENZE AUTONOME DELLE CASE DELLE DONNE IN ITALIA COME LUCHA Y SIESTA E TANTE ALTRE.  Roma, novembre 2019   ​

Rapporto dell'Italia sui Diritti delle Donne per le Nazioni Unite.​

In formato PDF.

L'Unione Donne Italiane raccontata da Alessandra Gissi​

Il 23 ottobre 1945 si chiude a Firenze il primo congresso nazionale dell’Unione Donne Italiane​ Ascolta la puntata su RAI Radio 3.

Il nostro no alla guerra conta

L’attivista per i diritti delle donne Hevrin Khalaf è stata violentata e lapidata dai miliziani filo-turchi nel nord-est della Siria. Un nome tra i tanti ignoti e ignorati delle storie che ci sfuggono, tolte alla vita e alla civiltà da un attacco che mina anche la nostra vita e la nostra civiltà, soprattutto se non ce ne accorgiamo, se continuiamo a fare la nostra vita come se niente fosse. Non c’è parola per la miopia ipocrita dei nostri governi, l’insipienza collusa con i mercanti d’armi. Mentre Hevrin muore in modo atroce i profitti delle nostre economie vivono e noi con loro. È cominciata l’ennesima guerra accanto a noi.Mentre le altre continuano ovunque. Osserviamo con sgomento l’insipienza dei governi democratici e temiamo l’ignavia del cosiddetto popolo sovrano. La storia del femminismo è profondamente intrecciata con il pacifismo e non basta dire che nessun conflitto è in nostro nome, non basta dichiararci accanto alle sorelle curde. Una dichiarazione ha valore quando è azione. Noi dobbiamo agire. L’emancipazione imitativa, alla quale siamo state indotte da scuola e società ha cancellato la lunga lotta dei movimenti femministi per la pace, la testimonianza delle donne che con le armi e senza armi hanno saputo salvare vite e territori inventando una democrazia dalla quale erano state originariamente escluse e una società civile in cui i diritti umani devono essere esigibili da tutte e tutti, di qualsiasi età e condizione. Assente dai programmi scolastici, censurato dalla grande informazione, reso sospetto alla pubblica opinione, il femminismo è comunque una grande cultura politica che sa trasmettersi di generazione in generazione. Perciò, forti della nostra esperienza politica quotidiana e orizzontale, dei cambiamenti che abbiamo determinato nelle nostre vite e in ciò che ci circonda, delle lotte combattute e vinte per il bene comune, noi donne, noi femministe, possiamo muoverci contro la guerra.«La storia del femminismo è profondamente intrecciata con il pacifismo e non basta dire che nessun conflitto è in nostro nome, non basta dichiararci accanto alle sorelle curde».Siamo la maggioranza della popolazione, conosciamo difficoltà e fatiche ma sappiamo come agire in ogni contesto perché ci sono stati momenti in cui ci siamo date la mano, donne diverse per età, provenienza, condizione sociale, sappiamo come ci si può mettere insieme ed essere determinanti. Invito tutte le donne che hanno un potere politico, economico, mediatico, sociale a fare un passo avanti insieme a tutte noi, moltitudini femminili che siamo farina e lievito della società civile, per trovare il modo di fermare questa guerra. Possiamo costringere i governi alla trattativa, le diplomazie ad un impegno inedito e innovativo, siamo minoranza negli organismi di potere ma possiamo contare su una maggioranza che sa agire in ogni luogo. Non è tempo di ritrosia o modestiao supponenza, non lasciamoci afferrare dallo scetticismo, dai dubbi, dal disincanto: la guerra, ogni guerra, chiama in causa tutta la nostra intelligenza politica perché riguarda la nostra stessa esistenza. Dal tempo di Lisistrata ad oggi possiamo ricordare e usare il patrimonio della nostra memoria storica per trovare il coraggio di mettere in campo le azioni più diverse ovunque siamo. Le donne consapevoli della propria storia di genere, che conoscono la storia politica di conquista invenzione ed esercizio dei diritti umani, civili e democratici, possono fare la differenza. Per questo le donne curde hanno fatto la differenza nel Rojava. Accogliamo gli uomini che vogliono agire per la pace come fratelli e compagni, ma sappiamo che la politica tradizionale non basta, non ci basta. Il tempo per mostrare la nostra forza collettiva è adesso. Appendiamo alle nostre finestre la bandiera della pace con un drappo rosa in onore delle sorelle curde, che ci hanno ricordato il nostro passato testimoniando con il loro sacrificio il valore del nostro comune futuro, oggi, nel presente. Ecco, queste sono le parole della mia anima di vecchia femminista, scritte di getto dopo l’attacco turco in Siria. Parole che nascono da sentimenti autentici e diventano pura retorica, perché la lingua ci tradisce se diventa maschera che imbelletta la realtà e non riesce a cambiarla. I governi sospendono la vendita di armi a Erdogan. Bene, e prima dov’erano? Se non si sono resi conto dove portava la vendita di armi i nostri governanti europei, italiani compresi, sono stupidi, incapaci oppure falsi e ipocriti. Le donne curde stanno facendo quello che hanno fatto, in modi e tempi diversi, moltissime donne italiane tra il ’43 e il ’45 per salvare vite e territori e dopo, per più di 40 anni per conquistare la democrazia, eppure noi le abbiamo dimenticate, la scuola le ha ignorate, l’università rimosse, i media censurate, perfino alcune donne oggi preferiscono evitarne la memoria. Nel dopoguerra dell’Italia povera e devastata migliaia di bambini affamati si spostarono in case sicure e accoglienti, dal sud al nord, per sopravvivere a un difficile inverno. Sono stati chiamati 'treni della felicità' organizzati soprattutto dalle donne dell’UDI che hanno prontamente risposto all’idea lanciata a Milano da una delle nostre madri costituenti: Teresa Noce. Il tempo che viviamo è diverso: abiti, abitudini, abitazioni, tecnologia, comunicazione, tutto è cambiato, ma le armi uccidono sempre nello stesso modo e le case sventrate, le popolazioni in fuga, le donne stuprate, bambine e bambini morti si assomigliano sempre. Noi oggi non abbiamo bisogno di prendere le armi, noi viviamo in case sicure e confortevoli, possiamo fare molto di più mettendo a disposizione molto meno di quanto ci serve per vivere, molto meno del nostro quotidiano superfluo. Mentre chiediamo il massimo impegno da parte della Comunità internazionale per interrompere il conflitto, far cessare gli attacchi militari e ogni disegno di persecuzione delle popolazioni che hanno diritto alla pace nei luoghi in cui sono nate e da cui hanno respinto l’Isis, possiamo ottenere prima di tutto e subito un corridoio umanitario per salvare bambine e bambini: sottrarli alla guerra significa togliere agli aggressori almeno l’arma della paura perché se i piccoli sono minacciati un popolo è più indifeso. Serve una grande organizzazione ma non più onerosa di quanto sia la guerra e noi europei abbiamo esperienza sia di guerra che di pace. Ne siamo anche capaci? Intanto che i governi decidono e le donne importanti cominciano a pensare come muoversi, noi donne che siamo più della metà del popolo sovrano possiamo organizzarci, coordinarci con tutte le associazioni possibili e senza nemmeno mettere il bollino identitario, solo per restare umane e umani, solo per il piacere di inventare il presente e aspettare con speranza il futuro, che comunque verrà. C’è un appello, di amministratori e amministratrici locali, facciamolo diventare piattaforma d’azione, opportunità di coordinamento: i governi devono fare la loro parte e noi, popolo della Repubblica nata dalla Resistenza, società civile variamente organizzata, possiamo fare la nostra. Riprendiamo e aggiorniamo le nostre affermazioni storiche: tra uccidere e morire c’è una terza via, vivere e far vivere; fuori la guerra dalla storia, dai bilanci statali e dai profitti privati. (Rosangela Pesenti)   

Nessuno tocchi il termine femminicidio​

Festival Giallo Mantova: una due giorni a novembre 2019 per approfondire tematiche legate al mondo del giallo, del noir e delle inchieste di cronaca nera, presenta la sua prima edizione con lo slogan Amoricidio. Verso il superamento del termine. Me lo segnala un’amica e resto senza parole per la volgarità della caduta di stile che non m’aspettavo per un genere narrativo spesso colto e raffinato. Non sarebbe nemmeno da prendere in considerazione per la stupidità intrinseca al neologismo e dispiace essere costrette a farlo perché il termine in questione viene messo su uno dei tanti palcoscenici che ormai costellano la nostra vita. Un palco osceno più che una messa in scena visto che ricorre a un mezzuccio meschino per attirare l’attenzione, giocando sporco su tragedie reali. Il neologismo è soprattutto subdolo perché usa una forma metaforica per sostituire un sentimento a un corpo, spostando l’attenzione dal reato alla vaghezza sentimentale. La vita di una donna uccisa diventa argomento per civettare tra noir e rosa, un’intera vita ridotta a un sentimento che, se mai ci fosse stato, non era certamente amore.   «Il neologismo è soprattutto subdolo perché usa una forma metaforica per sostituire un sentimento a un corpo, spostando l’attenzione dal reato alla vaghezza sentimentale».  Uccidere non riguarda mai l’amore, mentre uccidere l’amore, il sentimento, non è reato, anzi, è la difficile necessaria e doverosa scelta delle donne che subiscono da un compagno, marito, fidanzato, amico (e anche padre, fratello, zio, cognato ecc.). Gli uomini che uccidono una donna non l’amano e certamente non l’hanno mai amata, semmai è la donna ad aver amato, tollerato, mal interpretato parole e atteggiamenti, fidandosi del proprio di amore e per questo il primo dovere verso se stessa è proprio quello di cancellarlo per salvarsi. L’amore si può cancellare, qualche volta si deve, proprio per sopravvivere. Eppure non userei il termine uccidere nemmeno in questo contesto, nemmeno in senso metaforico, perché sappiamo che le parole hanno un peso e danno forma all’immaginario individuale e sociale. Chi uccide una donna agisce odio, possesso, invidia, perfidia in forma violenta e compie un reato. Non si tratta di spulciare il dizionario per scoprire che il termine proposto dal festival non esiste, sappiamo bene che la lingua è un sistema vivo e noi donne la stiamo trasformando in modo tale che chi parla e scrive non si senta mai più legittimata/o a rimuovere l’esistenza femminile. Il termine femminicidio registra un fenomeno e insieme l’esistenza di una presa di parola da parte delle donne che hanno reso visibile questo terribile problema sociale, imponendo la rilettura della storia che ha l'ha occultato in vari modi, anche legittimandolo attraverso le leggi.   «L’amore si può cancellare, qualche volta si deve, proprio per sopravvivere».  Non è casuale né innocente l’assenza, fino a pochi anni fa, di un termine per definire l’uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di possesso, e non è casuale né innocente che questo termine stia incastrato come una lisca in tante gole che compongono il nostro vociare sociale. Quanto al fatto di superarlo mi pare che qualcuno debba ancora imparare a usarlo. Mi auguro che diventi al più presto inutile obsoleto inservibile e noi tutte vive, perché così ci vogliamo: vive e che il femminicidio diventi storia passata e non realtà del presente. Non credo di dover spiegare per l’ennesima volta cos’è un femminicidio perché è ormai noto da tempo e l’opposizione a questo termine, nelle forme ideologiche subdole e manipolatorie di molta stampa e informazione, è solo la misura di ciò che svela non solo nel definire un reato ma nel portare alla luce complicità e collusioni. Ci sono cose che vanno spiegate ma costringerci a un continuo sfibrante lavoro di spiegazione per ciò che è, purtroppo, evidente, significa stabilire un’asimmetria inaccettabile nel potere di usare le parole. Abbiamo scritto abbastanza, adesso studiate o tacete! Penso che il tempo delle spiegazioni per il termine femminicidio sia finito, ora è il tempo del sabotaggio. Mi piacerebbe poter dire «una risata vi seppellirà», ma l’argomento è di quelli su cui non sono consentite né risate né subdoli giochini intellettuali. Perciò ci resta il sabotaggio, fare il vuoto intorno all’iniziativa, boicottare le trasmissioni televisive scorrette, la stampa ignobile. Si tratta di un libero gesto di cittadinanza: lo dobbiamo a noi stesse, lo dobbiamo a tutte le tante, troppe, donne uccise, lo dobbiamo a tutte quelle che operano quotidianamente nei centri antiviolenza e in tutte le associazioni che agiscono contro la violenza maschile sulle donne, per la piena cittadinanza femminile. Il giallo e il noir sono forme narrative e forse è bene che per attirare l’attenzione imparino a stare sul pezzo. Noi non siamo ostaggi della lingua, noi sappiamo reinventarla, ma per definire l’operazione proposta da questo festival le parole ci sono già tutte e nessuna di cui vantarsi. (Rosangela Pesenti)     ​

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