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PROSSIMI APPUNTAMENTI SEDE NAZIONALE

 Sette femminicidi e qualche connessione

(Rosangela Pesenti, www.rosangelapesenti.it) Cinque donne uccise in due giorni, sei in una settimana, più un’altra fanno sette.Ma non è un’emergenza.È l’esito di una cultura delle relazioni tra i sessi che a fatica decenni di lotte del Movimento delle donne hanno cancellato almeno dalle leggi, dove permaneva nelle sue forme più vistose l’interdizione delle donne ai diritti civili e sociali perfino dopo aver acquisito quello politico del voto attivo e passivo.L’esito di una cultura rimasta intatta nella trasmissione scolastica, nella ricerca universitaria, rilanciata negli anni Novanta quando si decretò l’inutilità del femminismo e alle donne si proponeva un’emancipazione imitativa in nome di una libertà che sembrava raggiunta solo perché declamata e alle giovani veniva proposta la mercificazione del corpo come inveramento massimo di quella libertà di disporne che non si chiamava più autodeterminazione nelle scelte, ma possibilità di uso del corpo nel libero scambio. Lo stesso libero scambio per il quale il lavoro femminile è da acquisire gratuitamente attraverso la forma famigliare, o contrattabile solo nelle forme asservite al sistema, e l’intelligenza delle donne può trovare spazio nelle quote di cooptazione che non intaccano le complesse procedure delle istituzioni. Non è un’emergenza perché è strutturale. La novità che siamo riuscite a imporre è la visibilità di questo fenomeno che ha accompagnato la formazione dello Stato nazionale perché legittimato dalle leggi fino alla nascita della Repubblica italiana, nata dalle lotte delle donne quanto da quelle degli uomini, con la differenza che le donne hanno lottato per costruire una democrazia inclusiva di tutti.Finalmente il fenomeno del femminicidio è entrato anche nelle parole del Procuratore generale nella sua relazione all’apertura dell’anno giudiziario, anche se ha parlato di assassini di donne perché la parola femminicidio sarebbe stata un passo troppo coraggioso.Ci vuole coraggio per operare giustizia e noi donne l’aspettiamo da molto e perfino con un eccesso di pazienza.Quanti anni ci vogliono a donne e uomini della magistratura per citare un fenomeno col suo nome?Quanti anni ci vogliono ai media e ai social per usare le parole giuste?Quando propongo analisi storiche spesso i giornalisti, donne e uomini ahimè, mi dicono che si tratta di spiegazioni troppo difficili. Invece spread, broker, dumping sono concetti facili, visto che ce li troviamo infilati come nulla nei notiziari.Le vite intere di centinaia di migliaia di donne italiane che di generazione in generazione non hanno mai smesso di denunciare, proporre, lottare, sono la dimostrazione di un’antica pazienza.Donne dimenticate dalle donne stesse, per ignoranza, sottovalutazione, sciatteria, asservimento inconsapevole alla cultura del dominio maschile, persino quando escono in piazza in nome di una rivoluzione globale.La cultura che produce i femminicidi, insediata ovunque, conta su molte complicità per trasmettersi di generazione in generazione operando sempre per interrompere il passaggio di testimone tra donne, che, senza nemmeno saperlo, si trovano a ricominciare da capo.Ci prepariamo all’8 marzo, all’appuntamento di lotta dell’8 marzo, e non sappiamo da che parte cominciare perché noi conosciamo le connessioni profonde tra le forme sociali e politiche di persistenza del patriarcato, la rapina delle risorse, il mantenimento dei focolai di guerra, le molte forme di violenza sulle donne fino appunto al femminicidio.Il mantenimento del dissennato modello che chiamiamo sviluppo, e genera morte della terra della gente e del vivente, è costituito dall’intersezione di molti fenomeni complessi ma si può spiegare in modo semplice.Noi donne lo sappiamo bene, così come sappiamo che i femminicidi, la violenza domestica, il mobbing sul lavoro, l’espulsione del corpo femminile dalle contrattazioni neutre, richiedono il nostro silenzio, la nostra distrazione, la nostra sottovalutazione di noi stesse e della nostra possibile determinazione collettiva, se non perfino un’attiva complicità.Il sessismo è prevalentemente involontario e inconsapevole, solo una piccola minoranza dichiara di considerare le donne inferiori, perfino chi vuole relegarle di nuovo alla casa e al servizio gratuito alla famiglia non lo fa in nome della discriminazione ma esaltandone le qualità specifiche, con la pretesa di difenderle.La cultura sessista scatta nei mille dispositivi inconsapevoli archiviati nell’apprendimento infantile, opportunamente e continuamente rinforzato in famiglia, a scuola, dai media, dai social, dalla cultura raffinata e alta come dalle battute da bar, dall’accademia come dai tweet dei social, dalle canzoni come dalle trasmissioni di cucina. Sempre e ovunque, tanto che se una donna ne rileva i segnali continuamente risulta pesante, antipatica, saccente, vetero ecc. mentre non lo sono mai i patriarchi gentili che pontificano ovunque e comunque, soprattutto quelli colti raffinati e con solida carriera e quelli sguaiati, sbracati, ignoranti (o che si vendono come tali) sempre con solida carriera.Il sessismo viene acquisito dagli uomini e dalle donne, equamente, con la differenza che i primi ne ricavano sempre privilegi, anche quando ne avvertono le limitazioni al proprio esistere, le seconde sviluppano comportamenti adattivi, anche quando sono colte, fanno carriera, sono riconosciute socialmente.La narrazione del maschile, i dispositivi identitari, uniscono gli uomini perfino al di là delle idee, delle posizioni politiche, delle condizioni sociali; perfino nelle condizioni di scontro e di guerra gli uomini si autorappresentano, o vengono rappresentati, nello stesso modo, dentro l’arco di possibilità che definiscono il maschile e trasmettono una cultura che li uniforma al meglio anche quando sono il peggio. Non fanno eccezione gli assassini di donne nell’informazione.Le donne, invece, fruiscono di una narrazione collettiva solo riduttiva: invisibile l’originale storia politica, invisibili le lotte e le diverse posizioni politiche messe in atto nei secoli per esistere nel patto politico delle nazioni vecchie e nuove, la narrazione oscilla tra la scoperta/esaltazione di donne straordinarie scotomizzate dal contesto e donne ridotte a vittime e non considerate come vittime di persone e di un contesto.I miei corsi sono frequentati prevalentemente da donne e quindi passo molto tempo a dimostrare alle donne che siamo tutte ancora prigioniere dei dispositivi del sessismo e da sempre mi capita di essere più credibile per gli uomini, i pochi e rari che mi seguono e mi stimano, che per le donne con cui magari ho una lunga consuetudine di luoghi, di presenza, perfino di tessera, come quella sindacale.Oggi ci raccontiamo che c’è un’avanzata delle donne perché ne ritroviamo alcune ai vertici delle grandi istituzioni politiche, dell’industria, delle carriere accademiche, della ricerca scientifica come della magistratura, moltissime nella media dirigenza di scuola, sanità, pubblica amministrazione.Per la generazione di donne uscite dalla guerra e dall’esperienza della Resistenza pensare alla tutela di gravidanza e parto, ai diritti dell’infanzia, alla parità nel lavoro, erano priorità, così come l’autodeterminazione nelle scelte riproduttive, l’autonomia nella vita, l’inviolabilità del corpo diventeranno le priorità per la generazione del neofemminismo che scoprì e rilanciò il dialogo e il patto tra diverse generazioni politiche di donne.Oggi il nuovo femminismo sembra presentarsi sulla scena politica e nelle piazze praticando un patto trasversale con i maschi o con soggettività lgbt (movimento nel quale le donne sono ampiamente presenti ma non altrettanto ampiamente visibili), e si affida alla diffusione globalizzata delle lotte per riconoscersi in parole e icone di riferimento, ignorando, con rinnovato provincialismo, e senza intenzione né dolo, la complessa storia politica delle donne italiane, soppressa nell’immaginario utilitaristico del presente insieme alla storia tout court.Le donne che hanno un potere nei media e ovunque sono mediamente molto più competenti dei colleghi, più acute, più argute e in maggioranza integrate, donne che rivestono perfettamente ruoli maschili con risultati più elevati e stabili eppure i cambiamenti sono lenti e loro stesse non sono contrattuali sul piano della complessiva rappresentazione femminile nei luoghi stessi in cui operano.Le altre donne, giovani, meno giovani e vecchie, fanno quello che da sempre fanno le donne, oltre a lavorare: curano, soccorrono, tamponano, riparano disastri, sono la maggioranza del volontariato, più che paritarie nelle ONG, tenaci nei lavori precari, creative nella vita personale, impegnate a conquistarsi uno spazio.Vale per tutte l’impegno delle sportive che conquistano spazi e traguardi, senza chiedere sconti, senza blandire dirigenti, senza sminuire i propri talenti.Leggere il presente non è facile e la massa di informazioni da cui siamo raggiunte mi sembra talvolta a senso unico: racconta un protagonismo delle donne e forme dell’esistenza femminile che non vedo nella realtà, certo piccola, con cui sono in contatto.I traguardi di minoranze quale effetto possono avere sulle vite delle badanti, delle raccoglitrici di pomodori, delle operaie, delle addette ai servizi della distribuzione, e di mille altre categorie per non parlare dell’opacità di quel grande numero che sono le donne senza occupazione retribuita, che certamente non sono tutte indigenti, ma certamente sono tutte scarsamente autonome e dipendenti dal reddito di qualcuno, condizione poco felice nei casi di separazione e soprattutto di violenza domestica.Per non parlare delle forme di insediamento sul territorio grazie a leggi che hanno consentito l’accumulo di capitale urbanistico per minoranze dentro le quali le donne sono ancor più minoranze.Nei grandi momenti di crisi di un sistema e di transizione, che può durare anche qualche secolo, le donne sono il fattore riproduttivo fondamentale che funge da cerniera attraverso la divisione dei percorsi e la manipolazione dell’immaginario: quote di donne vengono cooptate (mai gratuitamente) in vari ruoli legittimamente gratificanti e una massa di donne vive dentro un immaginario egualitario condizioni di varia subalternità.Divide et impera: nulla di nuovo sotto il sole, ma sempre nuova, per chi la vive, è la pericolosità di una condizione, soprattutto quando si conclude con la tua morte.​   

L'UDI su Sanremo

A CHI SERVE UNA IMMAGINE DISCRIMINATORIA, OFFENSIVA E VIOLENTA DELLA DONNA NEL SERVIZIO RAI TELEVISIVO, CONTRARIA A TUTTE LE APPARENTI SCELTE POLITICHE PUBBLICHE? DIFENDIAMO CON FERMEZZA I DIRITTI DELLE DONNE L'UDI non può che denunciare e condannare l'ennesimo utilizzo -questa volta da parte della direzione artistica del Festival di San Remo- di un modello di donna che risponde allo stereotipo basato sull'aspetto fisico e sulla secondarietà rispetto all’uomo di successo che offende tutte le donne italiane.Sanremo 2020 si caratterizza, nelle polemiche generali, per aver scelto donne belle e che sanno stare un passo indietro rispetto ai propri uomini, ma non solo.La direzione artistica di Sanremo 2020 ha inoltre ammesso alla gara un rapper che, come altri, in nome della libertà di espressione, ha avuto successo con canzoni che inneggiano alla violenza contro le donne utilizzando video e parole ignobili con immagini che degradano la vita, la libertà e la dignità della donna ed inneggiano allo stupro e al femminicidio.Noi diciamo:STOPAD UN SERVIZIO PUBBLICO PAGATO ANCHE DALLE DONNELESIVO DELLA DIGNITÀ DELLE DONNEed in contrasto con la prevenzione e la lotta alla violenza sulla donna prevista dalle leggi dello stato italiano, dalla Convenzione di Istanbul, dal Piano strategico del governo, dal Contratto di servizio Rai che prevede l’impegno a trasmissioni che NON incitino all'odio/discriminazione, in applicazione delle direttive internazionali per il rispetto e la dignità delle donne nella comunicazione pubblica e dell'art. 3 della Costituzione,  PERTANTO DENUNCIAMO LA VIOLAZIONEda parte del servizio pubblico RAI degli obiettivi, indirizzi, e normativa vigente sul tema. CHIEDIAMOalla Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, al Ministero dello sviluppo economico (MISE)di intervenire nei confronti dei responsabili RISERVANDOCI ANCHE AZIONE DI RISARCIMENTO DANNI.    ​

Ciao Marina

Ci sono donne che sanno attraversare i luoghi della politica e le relazioni umane con una postura morbida, accogliente, generosa. Una di loro è Marina Pivetta che, dopo mesi di sofferenze, la notte scorsa purtroppo ci ha lasciate. Lo sgomento, il dolore rendono difficile trovare le parole, ma sentiamo che occorre farlo. Con lei per tanti anni , addirittura decenni, abbiamo condiviso speranze, passioni, fatiche. Ricordiamo come dono per tutte il suo impegno nel foglio “Il paese delle donne”, prezioso strumento di comunicazione anche in anni difficili. Nell’Udi la sua presenza discreta, la sua intelligenza, il tono pacato ma fermo della sua voce, hanno arricchito fin dagli anni ottanta le Assemblee Nazionali, i Congressi e alcuni importanti progetti comuni. Per questo Marina resterà viva nel ricordo di quante di noi hanno avuto il piacere di conoscerla, di lavorare con lei. Le porgiamo l’ultimo saluto insieme all'affetto, alla stima, alla gratitudine, al rimpianto. Le donne dell’UDIRoma 29 gennaio 2020​

I figli non si pagano​

di Alessandra Bocchetti, pubblicato su La27Ora del Corriere della Sera il 22/01/20  Immagino che ve la ricordiate tutte questa frase. È la frase che, nella commedia scritta dal grande Eduardo de Filippo, Filomena Marturano rivolge a Domenico Soriano, ridandogli indietro il denaro che una notte aveva ricevuto da lui per una sua “prestazione”. Filomena è una donna che lavora in un bordello dove Domenico va spesso per festeggiare l’esito di qualche buon affare o per stare in allegria con gli amici. A quella frase Filomena ne aggiunge subito un’altra e dice «io quella sera ti ho voluto bene veramente». E’ la spiegazione che lei dà per questa restituzione, sono anni che conserva quel denaro. La cosa interessante per noi è che I soldi vengono ridati come se il bene, l’ aver voluto bene, abbia il potere di cancellare, di vanificare il contratto. Là dove c’è il bene, Eduardo ci dice, i contratti perdono valore, non valgono più. Con quella frase di Filomena entriamo nella dimensione affettiva e abbandoniamo il mondo del commercio, della compravendita, della contrattazione, dei diritti, perché il bene è al di sopra di tutto questo e viene prima di tutto, è da lì infatti che tutti noi prendiamo senso.   Filomena Marturano è un capolavoro centrato tutto sull’amore della madre, amore che ha il potere di superare l’idea di giustizia e di verità per entrare in una dimensione superiore. Tutti sappiamo che sono guai se l’amore della madre manca, la vita sarà molto dura per chi non l’ha ricevuto. E l’amore della madre non è così scontato come ci raccontano, lei ci può accogliere a braccia aperte o con la faccia girata dall’altra parte. Per questo io penso che sia disgraziato, alla lettera senza grazia, colui o colei che nasce senza il suo desiderio.    L’accoglienza è molto importante. Ma l’accoglienza non comincia quando veniamo al mondo, quando ci tirano “fuori”, quando gli altri ci fanno festa. L’accoglienza comincia prima, comincia da subito, comincia da “dentro”. Di questo “dentro” però se ne sa molto poco, perché le donne non lo hanno mai veramente raccontato. C’è stato molto pudore per una ragione fondamentale, perché questo “dentro” è troppo distante da quello che la società e la cultura a cui apparteniamo si aspetta e prescrive ad una donna in attesa di un bambino, così la verità diventa difficilmente dicibile. Comunemente si dice “dolce attesa”, così si vuole immaginare una futura madre: tutta immersa nel tepore di un’attesa serena. Per lei sono prescritte felicità e serenità. Le donne hanno raccontato molto raramente questa esperienza e le poche che l’ hanno fatto non sono state troppo credute. Un corpo che si fa due è un campo di battaglia. Il tempo della gravidanza è tempo insieme di felicità e terrore, di benedizioni e di maledizioni, di voglia di accogliere e voglia di fuggire, di bei sogni e brutti sogni, di desideri e pentimenti e di tante lacrime segrete. Un corpo che si fa due, si fa due per sempre, è un’esperienza violenta, fortissima. Se c’è una differenza tra le donne è quella di essere passate attraverso quest’esperienza o no, ma c’è da dire che, poiché tutte le donne sono potenzialmente madri, la distanza può essere stemperata. Invece è proprio questa esperienza che segna la differenza delle donne dagli uomini, differenza incolmabile. Agli uomini questa esperienza non è stata concessa dalla natura, sentire crescere un corpo dentro di sé, diventare carnalmente due. Considero questa esperienza un grande privilegio, che mi fa felice di essere nata donna, anche se questo privilegio, nel corso della storia, noi donne l’abbiamo pagato assai duramente. Infatti in una società patriarcale, in cui uno dei principi ordinatori è la violenza, gli uomini hanno potuto vivere nell’illusione di poter possedere quei corpi capaci di tanta meraviglia e di tanta ricchezza. Ancora oggi molti uomini fantasticano il corpo delle donne come un corpo da possedere. Uscire da questa cultura è un vero e proprio lavoro molto difficile e lento che donne e uomini, in questo scorcio di storia, si trovano a dover fare insieme. Ma in questo percorso c’è una differenza: noi donne abbiamo poco da perdere e molto da guadagnare, guadagniamo in libertà, ma anche gli uomini guadagnano in libertà se solo lo capissero, perché è decisamente più libera una società senza serve né servi. Tuttavia questo processo per loro avviene necessariamente attraverso la perdita di quei privilegi, privilegi ritenuti tali, di cui hanno goduto per secoli. Per gli uomini quindi è più difficile questa libertà, per alcuni addirittura è talmente insopportabile da arrivare a uccidere. Quella violenza di cui purtroppo leggiamo spesso sui giornali, sappiamo che non è un segno di amore né di troppo amore, come viene spesso detto, sappiamo anche che non è un segno di follia né un gesto di un mostro, si fa presto a dare la colpa ai mostri. No, quella violenza che abbiamo chiamato femminicidio è un tentativo estremo di ristabilire un ordine ormai perduto. Sapere con chiarezza di cosa si tratta è importante per venire a capo di questo terribile fenomeno. Per noi donne poi è importante per imparare a calcolare i rischi, per imparare a dire di no in tempo. Tornando alla gravidanza, mi dico: forse proprio perché noi donne abbiamo raccontato poco quel campo di battaglia che riguarda testa e cuore e corpo tutto, fino alla più piccola venuzza, che si è potuto immaginare, pensare il tempo della gravidanza come un vuoto, una sospensione quasi fisica, isolabile nel tempo perché apparentemente ha un principio e una fine. «Nel buio del grembo materno», dice Eschilo, e proprio per quel buio Eschilo cancella il valore della madre e inaugura così il tempo del padre che ancora resiste nella nostra cultura. Mi dico che si sia dovuto pensare proprio così per accettare l’idea che un corpo di donna, in forza di un contratto, possa ospitare e dare vita a un ovolo fecondato di estranei o possa accogliere lo sperma di uno sconosciuto e farsi crescere dentro un bambino e poi tirarlo fuori e , se è fortunata, dimenticarlo, perché dimenticare sarebbe la cosa migliore. Cosa si chiede ad una donna che si presta a questa pratica? Si chiede di essere un docile contenitore, si chiede di non pensare, di non immaginare, si chiede di tenere l’anima ben fuori dal suo corpo, di non immaginare quel bambino che la occupa e la consuma e che non sarà mai suo. A cosa deve pensare, a cosa può pensare una donna che sta portando a termine una gravidanza per altri? Forse resterebbe utile il semplice consiglio che la vecchia prostituta dà alla giovane: «Pensa di essere un’altra, pensa che non sei tu». E’ un invito ad una schizofrenia amichevole, un gioco assai pericoloso. Oppure può pensare ai soldi che riceverà per questo suo “lavoro”. Ad una pratica simile, infatti ci si presta per bisogno, per assoluta necessità. Non riesco a vedere libertà in una pratica del genere. Il lavoro che non permette di pensare è quello che abbiamo sempre considerato “lavoro alienato”, “lavoro alienante”, il più terribile sfruttamento, un esproprio della dignità della persona. Questo abbiamo pensato per il lavoro in fabbrica, per l’operaio alla catena che non deve pensare ma solo eseguire. Mi chiedo perché non si riconosce nella gravidanza per altri lo sfruttamento, la perdita di dignità, perché per questa donna, che si trova ad affrontare un’esperienza così espropriante, non si provi la stessa pena che io ragazza borghese cattolica provavo verso le ingiustizie, le condizioni disuguali, la miseria, il lavoro disumano dei corpi, quella pena che mi ha fatto diventare comunista. Sì, a farmi diventare comunista è stata soprattutto quella pena, non tanto il pensiero della giustizia sociale. Perché non si prova pena per lei, che fabbrica un figlio che non sarà suo, che le sarà sottratto appena nato, che molto probabilmente non rivedrà più, un figlio, perché tale è chi esce piangendo dal corpo di una donna, che l’ha occupata per nove mesi nel vuoto del pensiero e dell’immaginazione? Perché per lei non si prova pena? Forse sono i soldi che riceverà che la salveranno? Che ci salveranno? Sono quei soldi che ci dovrebbero mettere tranquille? pensando che lei sarà contenta? Ma anche alcuni di quegli operai alla catena, consumati da un lavoro ripetitivo e pesante che sciupa corpo e anima, a cui è difficile trovare un senso, avranno benedetto quel loro lavoro che permetteva la sopravvivenza alle loro famiglie. Così quando mi assicurano che la gravidanza per altri è un lavoro come un altro, regolato da un contratto e mi raccontano la felicità di tutti quelli che partecipano a questo evento, non mi libero dalla necessità di lottare perché questo non succeda più, perché nessuna donna debba mettere l’anima tacere e farsi vuoto, farsi macchina, farsi contenitore, scatola, recipiente. Ed è così che la pena si fa politica. Mi chiedo come mai persone a cui sta tanto a cuore la giustizia sociale si facciano “liberisti” solo con il corpo delle donne. Quello sì, si può vendere, affittare dare in comodato d’uso, prestare. Ricordiamoci che intorno a questo lavoro c’è un giro di miliardi, perché il mondo del malaffare, la mafia chiamatela come volete, al momento sta calcolando se conviene di più mettere una ragazza nel giro della prostituzione o in quello della gestazione. Questo è il calcolo: cosa è più conveniente? cosa fa più soldi? Voglio proporre una visione. Vi ricordate le balie da latte? Erano giovani donne che lasciavano i loro piccoli per dare il latte ai figli dei signori. Oggi non esistono più, oggi questa pratica, diciamocelo in un certo senso ci ripugna perché la coscienza sociale è indubbiamente maturata. A regolare quel rapporto anche lì c’era un contratto. Oltre lo stipendio la balia doveva ricevere ogni anno un pezzo d’oro o di corallo e il suo guardaroba doveva essere rinnovato. Si doveva rinnovare la sua gonna, che doveva essere di flanella d’inverno e di cotone d’estate, questa gonna doveva misurare esattamente 7 metri. Con questa stoffa la balia garantiva ai suoi piccoli di che vestirsi. È molto interessante il contratto del baliatico, ma che effetto fa oggi ai nostri occhi? E adesso una visione distopica. Guardate che la gravidanza per altri converrebbe proprio a noi donne, a noi donne in carriera e benestanti, non a tutte, sia chiaro, noi donne che abbiamo poco tempo e ci dobbiamo muovere molto e viaggiare spesso. Quindi vi invito a immaginarvi questa scena. La donna della nostra visione è una manager o una notaia o una avvocata, magari un’economista, che non vuole rinunciare ad avere una famiglia. La intercettiamo al rientro dal lavoro la sera e come ha lasciato i suoi bambini nelle mani di una tata fidata, ha lasciato anche il suo ovulo fecondato nella pancia di una giovane ragazza che anche lei è lì ad accoglierla. La donna le si rivolge con affetto e poi ai suoi figli potrebbe dire «Vedete, bambini, nella pancia di Maria sta crescendo il vostro fratellino». I bambini felici, forse anche loro sono stati dentro Maria, chissà. Tutti nella scena sorridono. Questo potrebbe succedere in un mondo dove ancora esistono serve e servi. Ma è questo il mondo che vogliamo? Non è con un contratto che spariranno serve e servi, questo l’abbiamo capito ma con una rivoluzione, non quelle facili e cruente che servono a sostituire una classe sociale ad un’altra, ma una difficile e lenta che ha lo scopo di cambiare una civiltà. Per me è la rivoluzione femminista. Chissà quante generazioni saranno necessarie per portarla a termine e quanta fatica per renderla inesorabile.      

Quando lo stupratore è un ‘compagno’​

Riflessioni su potere e silenzio, violenza e castigo In una città che non si può dire, in un centro sociale che non si può dire, durante un convegno indetto da una rete che non si può dire, in un mese del 2019, una compagna è stata stuprata da un “compagno.” Non è la prima volta che succede un fatto di questo tipo. E la triste realtà di una violenza esercitata da una persona politicamente accreditata come ‘compagno’ si affolla di obiezioni, di se e di ma. Le diverse versioni dei fatti si accavallano, c’è chi minimizza. E invece di appurare la verità, si sceglie il silenzio, senza capire quanto sia necessaria una gestione politica immediata. Si dice che l’ignobile individuo ‘è stato allontanato’ – come se questo bastasse – ma dopo diversi mesi non è ancora pubblico il suo nome, lui può ricominciare indisturbato da un’altra parte. E si procrastina la messa in atto di percorsi autocritici del maschile dominante – e di urgenti contromisure di genere volte ad evitare che queste cose succedano ancora anche nei nostri ambiti, nei gruppi di cambiamento sociale: siamo movimenti meravigliosamente complicati, che si spendono generosamente affinché un altro mondo sia possibile – se non ci interroghiamo con forza e trasparenza su ciò che ci attraversa, perdiamo credibilità politica e sociale.Per chi vuole cambiare il mondo, i panni sporchi non si possono lavare in famiglia. Ci vuole coraggio anche in questo. Sulla violenza tra le nostre filaSolitamente non ammessa – “i compagni non fanno queste cose”, “non scherziamo”, “sarà stato un malinteso” – quando diventa innegabile l’avvenuta molestia o violenza ai danni di una compagna, molti/e tendono a ‘sdrammatizzare’, a sminuire o a smentire. Si dice che uno stupro è uno stupro a prescindere da dove avviene – “se fosse successo in un parcheggio a qualche chilometro di distanza dal centro sociale, sarebbe forse stato diverso”? Cosa cambia tra essere abusate sessualmente in casa propria, in una discoteca o nella sede di un collettivo? Certamente lo stupro come fatto in sé è uguale – ma che avvenga in ambiti di movimento, in gruppi che lottano per il cambiamento sociale, questo per me è eticamente e politicamente ancor più inaccettabile – e credo di non essere l’unica a pensarla in questo modo. Il problema da affrontare riguarda il livello di consapevolezza delle persone che frequentano gli spazi dei movimenti – nei quali spesso ed erroneamente si pensa che non sia necessario dotarsi di regole condivise, di certe prassi anti-eteropatriarcali/antirazziste/antibinarie e di prevenzione della violenza. L’agibilità politica e la sicurezza delle compagne di ogni età e provenienza nei nostri ambiti, sono messe costantemente in pericolo dell’omissione politica di cui sopra, dalla disattenzione e talvolta dall’ignoranza su questi temi. Talvolta si dà la colpa all’uso di droghe che aumentano l’aggressività come la cocaina (un tempo era la droga dei fascisti!) o all’ubriachezza diffusa o ad entrambe. Sicuramente le sostanze fanno la loro parte, ma non sono la causa principale dello stupro, che va ricercata in relazioni patriarcali e simbolicamente violente che ancora permangono tra le nostre fila, nei movimenti, nelle soggettività che si esprimono. Si dice che è una questione “ingarbugliata”, si sottolinea l’incertezza su come si siano davvero svolti i fatti. E invece di tentare di fare chiarezza ed appurare la verità, si mette tutto a tacere – talvolta pensando che il problema sia risolvibile discutendone all’interno di un ambito ristretto – ovvero nel gruppo o nel coordinamento in questione , che ha inconsapevolmente coltivato proprio quelle relazioni di potere che hanno portato allo stupro. E che a fatto avvenuto crede di fare il proprio interesse occultando l’accaduto.“ Li hanno visti litigare, forse è stata violenza fisica ma non sessuale”. Come se una cosa escludesse l’altra – o che non possano avvenire in sequenza, come succede nei casi di abuso domestico tra marito e moglie: prima lui la pesta, e poi in modo più o meno forzoso ha un rapporto sessuale con lei (nella versione di lui “abbiamo litigato, ma poi fatto la pace” …). Mi confronto con il triste problema dei “compagni” che usano la violenza contro le compagne da decenni. La prima volta che ne ho sentito parlare è stato nel 1975, al convegno nazionale delle donne di Lotta Continua. Una compagna di Torino che si chiamava Laura come me, riccioli biondi e un camicione color ciclamino, raccontava di aver subito un assalto sessuale da parte di un “compagno” sul treno di ritorno da una manifestazione a Roma. Qualcuna le disse di non lamentarsi – “Vabbé non c’è riuscito …” E lei giustamente rispose “ma io non voglio dovermi difendere anche da un compagno!”. Sono passati 45 anni, e dopo tutto questo tempo di lotta femminista devo constatare che ancora abbiamo questi problemi anche coi compagni. Episodi come questo – nel contesto di un sessismo imperante (di allora e di ancora) portò alla creazione di sezioni separate di Lotta Continua – sia perché le compagne volevano avere un ambito di elaborazione autonoma (a quei tempi non ero d’accordo, pensa un po’ … non mi sembrava necessario!) ma soprattutto perché le donne della sinistra extraparlamentare intendevano marcare una differenza anche etica nella lotta “rivoluzionaria”, nel fare politica in generale e in tutto ciò che riguarda le relazioni con stato e potere. Negli anni 70 si stabilì con forza che le questioni ‘personali’ non dovevano più essere considerate fatti privati ma nodi politici. Quella lezione, che ha positivamente influenzato fasce della società civile, fatica ad essere pienamente compresa e praticata da compagni/e ancora oggi – ovunque, e non solo nelle aree considerate ‘arretrate’ dei sud. Quando avviene uno stupro tra le nostre fila cala il silenzio – si dice che non bisogna parlarne soprattutto per proteggere la compagna vittima dello stupro (cosa che si può fare mantenendo l’anonimato) per evitare “pettegolezzi” non solo sulla sua persona ma anche sul contesto politico, sulla città in cui è avvenuto il fatto. E’ legittimo sospettare che non si voglia parlarne anche per un sentimento di auto-protezione sia del luogo (il centro sociale o l’iniziativa in cui è stato possibile esercitare una violenza – di qualsiasi tipo o livello di gravità) sia per coprire il proprio gruppo o rete con cui ci si identifica politicamente. Nessuno/a vuole che il proprio collettivo, coordinamento, progetto politico, o sede di movimento, venga associato al fattaccio – che possa subire critiche da altri gruppi o da nemici politici “non vedono l’ora di attaccarci”; “così si scatena la guerra fra bande”, “non possiamo prestare il fianco a critiche in questo momento”, “non vorremmo che alla fine le vittime diventino i nostri compagni in quanto maschi, a prescindere …”. Nessuno/a vuole essere additato/a socialmente, o ricevere l’accusa quantomeno di non aver avuto la capacità di evitare nel proprio ambito uno stupro (che come sappiamo è solo la punta dell’iceberg del problema – che emerge laddove il sessismo non è fattivamente e radicalmente messo in discussione). Ma il silenzio, lungi dal risolvere i problemi, agisce proprio da cassa di risonanza, le cose si vengono a sapere lo stesso e i/le militanti doloranti per l’accaduto hanno perso una occasione per affrontare immediatamente il problema – non solo/tanto in maniera “clinica” ma in maniera pubblica e politica nel movimento. Il che significa iniziare prendersi le proprie responsabilità e iniziare scavare a fondo nei privilegi maschili dei “compagni” – che quasi mai riflettono su come il patriarcato agisce di continuo dentro di loro – sul fatto che troppo spesso ci sono ragazzi e uomini nei centri sociali che utilizzano i contesti politici per affermarsi personalmente, per competere, per prevalere, per sentirsi forti – e anche per soddisfare i propri bisogni con la prepotenza, visto che spesso negli ambiti misti non c’è una consistente autorità femminista interna, che faciliti percorsi condivisi di crescita. Ma alcune situazioni ci sono, aperte e partecipate da tutti/e/u, che iniziano a negoziare con forza alcuni limiti nei comportamenti. Non si tratta di percorsi totalmente nuovi ma già sperimentati in passato: a metà anni ’90 ricordo che nelle comunità zapatiste le donne erano riuscite a criticare in profondità la dominanza maschile (e persino mettere al bando gli alcolici – tanto per cominciare a ridurre il danno sulle questioni di violenza domestica). Neppure esistono nella gran parte dei movimenti, dei gruppi e dei centri sociali italiani delle procedure condivise che educhino al superamento del patriarcato: si tratta di una trasformazione urgente che non si può rimandare ad alcun periodo post-rivoluzionario – lavorando sulla comunicazione di genere e sulla prevenzione a partire da adesso.La violenza viene ancora considerata solo come un problema delle donne, non un problema degli uomini: quanti compagni prendono sul serio – per dirla con Ocalan – che è possibile e necessario ‘uccidere il maschio dentro di sé’? Se i ragazzi e gli uomini – nei centri sociali, nei collettivi politici, nelle reti dei vari settori del movimento – non vedono ancora come un terreno irrinunciabile della loro militanza la dimensione di genere, questi fatti continueranno ad accadere. E non basta andare ogni tanto alle manifestazioni femministe. I compagni dovrebbero leggere quello che Ocalan scrive dal carcere turco in cui è illegalmente rinchiuso da venti anni. In “Oltre lo stato, il potere, la violenza” (pubblicato da Puntorosso) Ocalan li esorta a sforzarsi per dare la loro sincera amicizia alle donne, per rispettarle – invece di avvicinarle per sfruttarle sessualmente – e dice che non dovrebbero più mentire e ingannarle. Quante volte i compagni qui inneggiano politicamente all’esperienza curda, mentre si comportano ancora in maniera così indegna nelle piccole e nelle grandi cose?Come possono appoggiare le modalità indigene della rivoluzione zapatista, incluso le questioni di genere, senza praticarle? C’è una evidente schizofrenia tra la sfera politica militante (che valorizza i maschi in quanto appartenenti al sesso dominante, specie nei processi decisionali, ne ho esperienza diretta) e la sfera sociale – dove gli uomini dovrebbero diventare parte del cambiamento che proclamano, e mettere in discussione profondamente il loro essere maschi – come noi compagne da decenni mettiamo in discussione la costruzione del femminile etero capitalista, cisgender e binario, e anche la supremazia bianca … un altro capitolo andrebbe aperto sulla decolonizzazione dei nostri ambiti dal punto di vista del superamento dell’etnocentrismo, del razzismo interiorizzato e della dominanza dei valori occidentali nelle lotte. Dobbiamo applicare un metodo intersezionale alle nostre lotte e alleanze: il problema non si risolve con un trasferimento di potere dai maschi alle femmine del gruppo, il che creerebbe solo una genìa di prepotentelle … E’ necessario capire le dinamiche di potere politicamente e profondamente, per criticarle ed autocriticarci, per democratizzare le nostre relazioni. Non è un caso che anche nello stupro specifico di cui sto scrivendo, accaduto quest’anno, si tratterebbe di un maschio di potere, un leaderino – purtroppo molti/e sentono ancora il bisogno di capi e capetti, di gerarchie spesso basate su leggi muscolari, su pratiche esclusionarie che non rispettano le voci critiche, e su forme di valorizzazione delle modalità maschili (le quali valgono anche per donne e ragazze che inconsapevolmente o acriticamente le condividono e le riproducono). Modalità del far politica che sono rozze e manipolatorie – ben lontane dalla democrazia diretta che auspichiamo – e che dovrebbero farci indignare mentre invece sono ancora in vigore. Lo stupratore di questo caso pare fosse uno che aveva la piena fiducia di compagni/e – e persino di qualche gruppo femminista che gli avrebbe lasciato un posto di rilievo in una manifestazione di donne: tacciono anche loro piene di imbarazzo – forse potrebbero dare/darsi spiegazioni? magari interrogandosi su “che cosa ci ha convinte di quel soggetto?”, “come abbiamo potuto non accorgerci che ci stava manipolando?” Da anni affronto il dilemma di “compagni” che si ammantano narcisisticamente nelle nostre bandiere, nei valori e nelle lotte importantissime in cui ci tuffiamo anima e cuore, individui che si fanno forti della storia di questa o quella tradizione politica (non importa che sia comunista o anarchica, leninista o operaista, ecologista o lgbti/queer, o combinazioni di queste) ma agiscono in maniera antidemocratica, mentendo, sovra determinando, mistificando – per esercitare una presunta “egemonia” sui/nei movimenti – e il loro miserabile desiderio di potere …Vengo a conoscenza dell’accaduto con mesi di ritardo. Il fatto è stato tenuto segreto “la vittima dello stupro non vuole che se ne parli”, “che non si dica nemmeno la città e il luogo dove è avvenuto”, “ha deciso di non denunciare”, “inutile fare una riunione, noi ne abbiamo già discusso al nostro interno”, “abbiamo già risolto il problema e allontanato lo stupratore” – come se questo risolvesse la questione. Certo è diritto indiscutibile della compagna vittima di violenza il decidere se ricorrere a vie legali oppure no (ci sono compagne in Europa che stanno lavorando sulla creazione di valide modalità alternative alla denuncia e che coinvolgono in maniera estesa la comunità in cui è avvenuto il fatto – perché non cominciamo seriamente a fare auto-formazione?). Certamente, solo la compagna può decidere se esporsi personalmente oppure no, se partecipare ad una gestione pubblica oppure no – quando, come e in che misura eventualmente farlo. Resta un grosso problema aperto: a diversi mesi di distanza non è stata fatta ancora una gestione politica dello stupro che è avvenuto nel nostro ambiente, dove solitamente le compagne si fidano dei compagni, perché sono lì per lottare contro le stesse atrocità, lo sfruttamento, il razzismo, la prevaricazione, le politiche dell’odio, e per un futuro migliore, ecologico, di benessere e uguaglianza nel rispetto delle differenze. Le compagne si fidano così tanto (ma in qualche caso sono anche subalterne) da non sanzionare i quei maschi – di ogni età – che hanno comportamenti falsi e sessisti, che ridicolizzano quelle considerate ‘brutte’, che fanno battute volgari e anche lesbofobe senza freni – e pressing alle feste per convincere qualcuna a starci – come succede in qualsiasi discoteca. La mancanza di coscienza di genere tra molte ragazze e donne che frequentano i centri sociali è talvolta stupefacente. In alcune situazioni c’è il collettivo femminista – ma senza una strategia che metta al centro la vita quotidiana questi fatti possono avvenire. Fino a quando i compagni non capiranno che è un problema soprattutto loro, quello della violenza – e che devono cambiare, che non possono più fare politica senza attivarsi anche sulle questioni di genere, a partire da sé e collettivamente, come comunità di compagni. Quanti gruppi o aree politiche di movimento sono riusciti in questi anni a creare percorsi per il superamento della violenza, a cominciare dagli ambienti che pratichiamo politicamente? Certo alcuni tentativi di tematizzare il problema sono stati fatti, per esempio da Zeroviolenza, settori di Nonunadimento, e da realtà locali. Ma non si sono mai stabilite come prioritarie e improcrastinabili delle modalità minime di prevenzione, educazione, comunicazione dentro gli ambiti politici di movimento. Qualsiasi persona può partecipare alle nostre attività senza che ci siano delle sanzioni anche minime rispetto a comportamenti indesiderati considerati “lievi” – mentre essi sono sul continuum di quelli gravi – e quando accade uno stupro viene visto come un incidente, come se un meteorite fosse caduto sulla testa della malcapitata di turno – perché era nel posto sbagliato nel momento sbagliato, come si trattasse di un destino o una sciagura inevitabile. Mentre non c’è nulla di più evitabile se ci muoviamo a decostruire tutto quel sommerso di atteggiamenti patriarcali così diffusi e percepiti come innocui. La violenza di genere e sessuale sono evitabili se agiamo con la finalità di superare la situazione presente a partire da ognuno/a/u di noi in prima persona: non sei un compagno, non sei una compagna se non lotti anche contro le costruzioni sociali di genere. Se non ne sei consapevole, se non ci lavori sopra sia individualmente che collettivamente, sei un mezzo compagno, pericoloso e complice. Se uno stupro nei nostri ambiti non serve per rimettere tutto in discussione con onestà e trasparenza, nella nostra pratica politica nei movimenti, nelle reti, nelle realtà locali – allora è solo l’ennesimo stupro. E il dolore che sta vivendo la compagna, e che viviamo anche noi con lei, tutta questa sofferenza non sarà servita a cambiare le condizioni che lo hanno prodotto, diventando possibilitàUno sguardo al passato recenteForse riflettere su un precedente stupro avvenuto in un centro sociale, e divenuto di dominio pubblico, può aiutarci a prendere le nostre responsabilità e ad articolare meglio il discorso – difficile e penoso – su questi accadimenti. Nel 2010 ad una festa del RAF (Rete Anti-Fascista) di Parma una diciottenne viene drogata e stuprata a turno da 3 “compagni” che utilizzano anche un candelotto fumogeno e filmano le violenze di quella notte: un evento da far girare da cellulare in cellulare fra i propri contatti, da guardare e condividere. La diffusione di questo video, evidentemente trovato da fruitori e fruitrici così divertente, è la ragione per cui gli autori dello stupro di gruppo vengono scoperti: i carabinieri trovano il video, nel corso di una indagine su altri fatti, e convocano la vittima dello stupro – che si riconosce nelle immagini: poi sporgerà denuncia. In quel caso specifico i membri del Raf cercano di silenziarla e intimidirla per difendere il buon nome del gruppo e dei “compagni” stupratori che subiscono una pesante condanna nel processo conclusosi nel 2017. Ma a lato prosegue un filone di indagine per “estorsione e favoreggiamento” legato alle minacce alla diciottenne stuprata e ai tentativi di occultare l’accaduto, che porterà nel settembre di quest’anno alla condanna ad 1 anno e 8 mesi per cinque persone, tra cui una donna (sì – ce ne sono ancora, e anche tra di noi, che in questi casi stanno dalla parte sbagliata). Come sempre avviene, la vittima (passatemi il termine: sono d’accordo con un approccio post-vittimistico, ma in questo caso non ne trovo un altro sostitutivo) viene isolata dal contesto politico e sociale che la circonda. Talvolta si dice che è per il suo bene, ma in questo frangente era solo per screditarla. Va detto che il risultato non cambia: quasi mai si ricorre a compagne specialiste che la aiutino ad elaborare il disagio corporeo e psichico post-traumatico – né a compagne esperte che possano dare consigli su come gestire la situazione politica pur mantenendo l’anonimato quando richiesto. Il segreto regna sovrano – il gruppo farebbe (e in quel caso ha fatto) qualsiasi cosa pur di non veder infangato il proprio nome. Sono le blogger femministe a rompere il silenzio sullo stupro di Parma, insieme ad una importante radio di movimento, Onda Rossa. E tre testate (Repubblica, Il fatto Quotidiano e Huffington Post) riprendono e danno spazio ai loro scritti in modo che diventa impossibile confinare la questione ad un ambito ristretto. “Uno stupro è sempre e comunque un atto fascista, anche se chi lo commette si dichiara antifascista”. Inizia a parlare dell’accaduto il blog Abbatto i muri. La ragazza non aveva ancora sporto denuncia contro i suoi aguzzini, ma da subito era stata isolata dal collettivo, che la riteneva pericolosa proprio per quello che avrebbe potuto rivelare. In seguito, quando il fatto diviene di dominio pubblico, i compagni la definiscono “infame”. Ma anche le compagne del movimento, tranne alcune eccezioni, tacciono. Fino a quando le “Romantic Punx” decidono di uscire allo scoperto e di condannare la “macchina spietata” messa in moto contro la compagna vittima dello stupro nel centro sociale. Dai microfoni di Radio Onda Rossa, già nel 2015 le compagne avevano commentato l’evento di Parma – poi accoglieranno la voce della compagna stuprata. Il 14 dicembre 2016 viene pubblicato un comunicato ufficiale della Redazione di Onda Rossa dal titolo “STUPRATORI E COMPLICI FIGLI DELLA STESSA CULTURA” che fornisce piena informazione e promuove una auto-riflessione all’interno dei movimenti, sanzionando coloro che hanno cercato di occultare lo stupro, che hanno praticato il silenzio, e che hanno dato priorità alla propria auto-protezione politicaUn’altra blogger femminista Eretica Precari(A) articola una analisi dell’accaduto, concentrandosi in particolare sul dopo:Negli ambienti “compagni” la ragazza viene definita “infame” giacché aveva parlato con gli “sbirri” e dunque aveva tradito una sorta di codice militOnto che, in questo caso, porrebbe la chiacchiera con gli “sbirri” in una posizione di gravità superiore a quella occupata dallo stupro stesso. Finisce che è la ragazza a essere posta sotto processo, isolata dagli ambienti militanti, aggredita e cacciata in malo modo da ambienti che gli accusati invece possono serenamente frequentare, insultata in modo sessista con un victim blaming che, per quanto si serva di parole apparentemente diverse, è tale e quale, se non più subdolo, di quello realizzato da sessisti riconosciuti al primo sguardo. Volano i “se l’è cercata“, i nomignoli sessisti, ma, più di tutto, si parla di lei come persona da scansare perché avrebbe consegnato “compagn*” alle polizie. Si parla di “delazione”, come se questi individui fossero partigiani a subire la repressione nazista, come fossero eroici protagonisti di azioni contro il sistema di potere, senza comprendere che il sessismo c’entra poco con l’antifascismo e con l’anarchia e che lo stupro è un’arma, un dispositivo di potere che viene usato per opprimere, dunque un atto fascista rispetto al quale ogni donna che lo subisce deve avere la libertà di autodeterminarsi nella propria idea di riscatto, rinascita, elaborazione del lutto. Una delle cose che il femminismo ci insegna è il fatto che non è l’istituzione né la “società” che può decidere per noi su quella che sarà la soluzione scelta per riconciliarsi con il mondo e guarire il proprio dolore. E’ lei che decide e qualunque cosa decida di fare noi le staremo accanto. In questo non c’è alcun paternalismo o “infantilizzazione”, termini che ricorrono in “comunicati” che prendono le distanze dallo stupro ma non mancano di colpevolizzare la ragazza dalla quale si pretende chissà cosa. Inviterei queste persone a leggere  e poi anche alle vittime di mobbing sociale, di ostracismo, di colpevolizzazione, quando, in totale solitudine, quel che ti aiuta a respirare è il fatto che si costituisca una rete di protezione attorno a queste vittime, non per sovradeterminarle ma per combattere al loro fianco.” E’ interessante notare come riporta Eretika, che nei comunicati di alcune realtà politiche si parli di ‘infantilizzazione’ della compagna quando lei decide di sporgere denuncia – mentre non si nota che lo stesso processo di infantilizzazione può avvenire anche quando la si convince che è meglio non parlare – per il suo bene (e questo spesso è vero, visti i livelli di consapevolezza) ma anche per il supposto bene del gruppo. La Repubblica mette l’accendo sull’incredibile clima di omertàRiporto un commento dell’articolo pubblicato su Huffingtonpost –punta il dito sul fatto che lo stupro di un “compagno” che approfitta dell’impunità di ambiti “liberati” sia da considerare di gravità ancora maggiore. Anche L’UDI Nazionale prende una posizione pubblica contro i “compagni” stupratori e quelli/e che li hanno coperti – sottolineando la questione della democrazia di genere, e del legame inscindibile tra antisessismo ed antifascismo che va medicato e ripristinato con forza. (…) La vicenda, scoperta con grave ritardo e per puro caso, ha fatto emergere anche lo spaccato di un contesto fatto di omertà, minacce, colpevolizzazione e segregazione sociale di questa ragazza da parte di persone che ruotavano intorno al movimento e che, venuti a conoscenza del fatto, invece di esprimere condanna per il gesto compiuto dai loro compagni, con modalità proprie di un contesto fascista e mafioso, piuttosto che di un contesto d’ispirazione antifascista, la chiamavano “infame” e la isolavano. Ebbene oggi più che mai occorre ribadire che ogni ideologia che non faccia i conti con il sessismo è inutile che si dichiari democratica e antifascista e si schieri contro la violenza istituzionale. Non c’è antifascismo se non c’è antisessismo, come non c’è democrazia se non vi è lotta per rispetto delle donne e della differenza sessuale. (…) UDI Nazionale, 20 Dicembre 2016. ConclusioniChe cosa possiamo imparare da quello che è successo a Parma? E’ molto diverso dal caso di cui sto parlando, ma il confronto rende ancor più chiaro come il silenzio sia controproducente – non tutela la ragazza/donna che ha subito la violenza e genera dei mostri: l’omertà ha sempre il risultato opposto, tutti ne sanno. Mentre scrivo queste pagine difficili una compagna mi segnala un fatto simile avvenuto in un’altra regione – dove invece di allontanare lo stupratore il gruppo avrebbe deciso di allontanare la compagna, che ora si trova altrove; alla fine, mi si fa notare, ‘le cose possono essere gestite anche peggio’, rispetto al caso di cui sto scrivendo. Noi dobbiamo il rispetto, ad ogni compagna che ha subito violenza, riguardo la sua decisione su come agire – e che possa fare una scelta informata e libera su come gestire quello che le è successo: è essenziale garantirne l’anonimato e l’incolumità. Ma i problemi politici vanno affrontati e risolti perché prima o poi la verità viene a galla – e a quel punto si abbatte proprio su coloro che hanno cercato di tenerla nascosta. Succederà la stessa cosa anche per lo stupro di cui sto scrivendo? Seppur con tutti i limiti dovuti alla reticenza, alla mancanza di tempestività, all’imbarazzo, al desiderio di auto protezione del gruppo, credo sia possibile fare qualcosa – iniziare seppure in ritardo a lavorare sul problema. Una breccia di interlocuzione si è aperta e può diventare un elemento trasformativo se c’è determinazione e chiarezza. La scelta del silenzio – nel caso specifico di cui tratto non è abbinata ad un atteggiamento punitivo, anzi di protezione nei confronti della compagna stuprata –ha sigillato l’evento per mesi persino verso realtà politiche vicine – ovvero tra gli ambiti in cui è avvenuto lo stupro ed altri con cui vi è collaborazione politica, compresenza fisica, e scambio amicale – che appaiono così fondati su una fiducia evidentemente a senso unico. E la consegna del silenzio non ha impedito che la notizia girasse in vari altrove – e che alla fine tutti/e/u ne venissero a conoscenza. Credo che evitare ogni tipo di gestione pubblica per tutto questo tempo sia stato un errore politico, che ha provocato altri errori. Se un gruppo ha il coraggio di ammettere la verità di quanto successo, ne esce politicamente rafforzato – specie se elabora un proprio impegno fattivo a rendere impraticabili altre situazioni simili in futuro. Diventa più credibile e più sicuro. Il silenzio non funziona, non tiene nascosto l’accaduto e dopo tutti questi mesi il parto di una qualsiasi misura pubblica risulta già tardivo. Ho saputo di questa violenza in un centro sociale grazie alla diffusione di uno scritto, dalla forma di comunicato firmato da donne che rivendicano una azione “punitiva” avvenuta nella città di Bologna contro un leader di un centro sociale. Come mi viene spiegato, è stato scritto da un gruppo di compagne furiose per questo ennesimo stupro nel movimento. E furiose anche per essere state tacitate: non sono riuscite a parlarne nemmeno all’interno di una nota rete femminista, la quale avrebbe deciso di bloccare la discussione su una questione troppo spinosa …. Pertanto alcune si sono determinate a castigare un “compagno” che sarebbe stato coinvolto nello stupro. Riporto per intero. Era purtroppo nell’ordine delle cose, scontato e prevedibile. Ma questa volta non eravamo impreparate. Alla violenza del branco che si rafforza nell’impunità dei silenzi complici abbiamo risposto con la forza delle pratiche collettive e con la libertà dell’autodeterminazione. Questa mattina alcune di noi, tornando da Scienze Politiche si sono imbattute in quello che da tutti in città è riconosciuto come il capo di [… Omissis …]. E questo dopo che nei giorni scorsi un capetto del […Omissis…] ci aveva provocato con fischi e gestacci di mano. Anche stamattina, lo stesso copione: ha provato a intimidirci, ci ha fatto segno di stare zitte. Ha aggiunto il muggito (“muuu”) che da tempo ci riservano lui e i suoi sodali, compreso quell’infame che si è reso responsabile di ciò che tutte e tutti conoscete. Gli abbiamo ricacciato in gola con forza e con rabbia l’ignobile sorrisetto, quell’espressione compiaciuta di chi crede di poter rimanere impuntito in un mondo di vigliacchi e vigliacche. Noi non ci siamo sottratte, non ci ha fatto paura, gli abbiamo risposto con la necessaria determinazione e fermezza, quella che avremmo dovuto praticare già da tempo e che abbiamo messo da parte per chissà quale ragion di stato. Ma il re è ormai nudo, abbiamo provato a credere che non fosse vero, ma il re è lì nudo a compiacersi dei suoi – finalmente laceri – vestiti politicisti. La sanzione di questa mattina, che con determinazione rivendichiamo, ha a che fare con la nostra autotutela. Ci teniamo a ribadire che la salvaguardia della volontà della persona su cui è stata agita violenza resta per noi una priorità, ma siamo convinte che non esistano gerarchie di priorità. Oggi abbiamo agito per la nostra piena agibilità politica e di movimento. Abbiamo agito per la tutela di tutte le compagne e studentesse che vivono nella nostra stessa città e che non vogliono essere oggetto di insulti sessisti (dobbiamo ancora aggiungere che la denigrazione e svalutazione di una donna è il primo passo verso lo stupro?). Chi parla di guerra tra bande o non sa o è in malafede: qua l’unica banda è un branco che da tempo compie impunemente atti di questo genere. Il tempo delle chiacchiere è finito. E lo diciamo fin da ora:  se ci sarà torto anche un solo capello o verrà fatta una minima provocazione, adesso conoscete la nostra risposta. Se toccano una toccano tutte! E che ognuna e ognuno si assuma le proprie responsabilità. Noi, come  vedete, ci siamo prese le nostre. Le compagne di Bologna, belle, libere e autodeterminateHo riportato questo scritto per intero perché credo sia un tassello importante nell’analisi dei fatti, e nel lavoro necessario che ci attende, verso la prevenzione dello stupro nei gruppi di cambiamento sociale, nelle strutture organizzate e nei movimenti. E’ chiaro che la violenza non può essere la soluzione – le teste dei “compagni” non si cambiano rompendole – e che la vendetta non è un comportamento da incoraggiare. Ma non posso evitare di chiedermi: quali alternative politiche avevano davanti a sé le “compagne di Bologna, belle libere e autodeterminate”? Non sottoscrivo la decisione di punire uno dei responsabili – anche se capisco la loro rabbia, il sentimento di impotenza di chi non viene ascoltata, nemmeno da altre compagne – e il bisogno di fare qualcosa contro una situazione insopportabile. Ma credo che se non costruiamo i necessari percorsi di autoformazione, rischiamo di essere complici di coloro che la violenza continuano a perpetrarla. Dobbiamo auto-educarci alla democrazia diretta anche interna ai nostri ambiti politici, e al rispetto in senso intersezionale: oltre al sessismo machista nelle nostre file c’è ancora razzismo e anti-zingarismo, tanta homo-lesbo-bi-trans-fobia nel linguaggio e nei comportamenti. L’inazione farà si che fatti e contro-fatti di questo tipo continueranno ad accadere. Stupri di compagne e azioni di rappresaglia – vogliamo questo? Penso sia urgente trovare soluzioni, a partire dalle realtà che le praticano – anche fuori dal nostro paese – e inventando nuove modalità, ricostruendo vera solidarietà al nostro interno. E’ vitale che i movimenti, i gruppi, le reti si interroghino su questi accadimenti, avviando una autoriflessione sulle forme del proprio agire. Per motivi di violenza domestica me ne andai da casa quando ero ancora molto minorenne – da quel giorno, le radio libere, le case occupate, i centri sociali, i compagni e le compagne sono la mia famiglia. Farei qualsiasi cosa per difendere questi spazi, queste relazioni vitali per noi e per il cambiamento sociale a cui dedichiamo le nostre vite. Per questo ho scelto di scrivere, con sofferenza, queste pagine di riflessione – per rompere il silenzio – e mi prendo la responsabilità degli eventuali errori. Impegnarci a stabilire la verità, praticare la critica, l’autocritica e la democrazia interna, cambiare i nostri comportamenti, dotarci di codici di condotta – sono scelte che non si possono più rimandare. Occorre che nei movimenti mettiamo al primo posto la libertà delle donne e la loro autorevolezza, valorizzando le competenze femministe nel risolvere i problemi per guidare il mutamento in questa fase storica così difficile. Altrimenti non si produce quel cambio culturale profondo che è urgente e necessario – se vogliamo vincere nelle tante lotte importantissime in cui siamo quotidianamente impegnati/e. Ci aspettano sfide davvero grandi – dobbiamo esserne all’altezza, prepararci, ripulire la nostra ‘kasbah’, i nostri ambiti, e tessere democrazia, fiducia reciproca, rispetto e libertà.​    

MARISA OMBRA, «PARTIGIANA E FEMMINISTA»​

 A un mese dalla morte la ricordiamo con un testo ripreso da «Patria Indipendente» (*)  Marisa Ombra, «partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’Anpi», è scomparsa nella notte fra il 18 e il 19 dicembre. Una grande donna, autorevole e autentica, che convinceva e seduceva con intelligenza e gentilezzaNata nel maggio del 1925, ci ha lasciato nel dicembre 2019. 94 anni. Una bella età, si dirà. Una legge inesorabile ti fa accettare la scomparsa di una persona cara, quanto più questa è avanti con gli anni. Peraltro Marisa da tempo era assente, non comunicava più, ridotta a casa, a letto, per le sue condizioni di salute sempre precarie. Ciononostante la sua scomparsa, prevista, attesa, è stata una lacerazione, uno strappo violento per tutti, per l’Anpi. Fra gli altri, per noi, quelli che “fanno” Patria Indipendente. Un dolore. Un grande dolore.Marisa aveva più volte collaborato con questa testata con interviste e articoli. Era vicepresidente nazionale dell’Associazione e fino a qualche tempo fa aveva onorato la sua responsabilità in ogni modo, girando per l’Italia, nelle riunioni del gruppo dirigente, nella vita quotidiana della sede centrale in via degli Scipioni a Roma.Figlia del comandante partigiano Celestino Ombra, era stata una staffetta e così si era forgiata. Dopo la Liberazione aveva continuato il suo impegno a tutto tondo nel movimento delle donne, riportando poi quest’esperienza nella sua attività di dirigente nazionale dell’Anpi in ogni modo, ricordando il ruolo delle donne nella Resistenza, animando il convegno promosso dall’Anpi sui Gruppi di difesa della donna, operando nel Coordinamento nazionale donne Anpi. La sua “firma” sotto gli articoli pubblicati su questo periodico era la seguente: Marisa Ombra, partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’Anpi. Ecco, partigiana e femminista. Ci teneva, perché rappresentava la sua identità, incorporava il senso della sua vita. Lo era quando scriveva. E scriveva libri di straordinario interesse, come “Libere sempre. Una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi” o “La bella politica”. E partigiana e femminista è stata fino alla fine. Per questa ragione Marisa incarnava fino in fondo libertà e responsabilità.Marisa aveva un fascino speciale sia nei suoi discorsi e interventi, sia nelle relazioni interpersonali. Mai si sentivano da lei banalità, luoghi comuni; mai un’ombra di demagogia nelle sue parole, ma lo sforzo costante di interpretare un fenomeno, un evento, di immaginare la più appropriata risposta a un quesito o, meglio ancora, la più appropriata domanda. Mai alzava la voce; forse perché alzare la voce serve per vincere, non per convincere; forse perché alzare la voce – a ben pensare – è in realtà un’ammissione di debolezza. Forse, più semplicemente, perché non era nel suo stile. E così, nelle relazioni interpersonali, ti seduceva nel senso stretto, cioè ti “portava con sé” con le sue riflessioni, i suoi approfondimenti, i suoi dubbi anche, alle volte scomodi, sempre fecondi.Così la abbiamo vissuta in questi ultimi anni, lei sempre più magra, più debole, le mani sofferenti per l’artrite, e poi col bastone e con la voce sempre più ridotta a un filo. Marisa era un filo: un filo di dolcezza, di dignità, di eleganza, di bellezza (era bellissima da ragazza ed ha mantenuto la sua bellezza dentro, fino alla fine), di sobrietà, di gentilezza. Marisa Ombra è stata una grande e insostituibile dirigente dell’Anpi. La vogliamo ricordare con affetto e commozione, riportando le parole del Coordinamento nazionale donne Anpi:“Bellezza ed eleganza, cara Marisa, erano i tratti caratteristici della tua personalità e del tuo pensiero politico vissuto con una passione smisurata, sempre alla ricerca del filo che unisce passato e presente, con lo sguardo in avanti teso a nuove domande e alla ricerca di nuove risposte.Autonomia e libertà i tuoi valori profondi per noi divenuti insegnamenti; a noi donne, che abbiamo avuto il privilegio di percorrere un pezzo di strada con te, lasci molto di te, della tua passione, della tua forza. Tante le iniziative per parlare della Resistenza femminile, di come questa esperienza vi abbia radicalmente cambiate; tante le volte in cui abbiamo parlato di noi.Dirigente appassionata, presente anche quando le forze si stavano facendo più fragili, hai raccontato la storia politica di donne cominciata dentro la Resistenza, sei stata sapiente esempio e portatrice di quella bella politica a te molto cara. A noi oggi resta addosso tutto di te e vogliamo salutarti ricordando il tuo caro sorriso; grazie da tutte noi”.Marisa Ombra, staffetta partigiana. Eccola, attraverso le parole di un suo articolo pubblicato su Patria Indipendente del novembre 2016.La vita spericolata della staffetta partigianaMi è stato chiesto di portare una testimonianza di quello che le donne hanno fatto, di quello che le donne sono state nella Resistenza. Io vorrei non tanto raccontare dei fatti, ma cercare di restituire il senso di quella scelta, senza naturalmente sottrarmi a qualche brevissima esemplificazione, per rendere più evidente quello che dirò.Io sono stata staffetta partigiana nelle formazioni garibaldine. Avevo 19 anni quando sono andata nelle Langhe, ne aveva 17 mia sorella che venne con me, ne aveva poco meno di 40 la mia mamma. L’occasione è stata data dagli scioperi del marzo ’44, così importanti per la lotta contro il fascismo e per la fine della guerra. Mio padre era stato arrestato come organizzatore di questi scioperi e prelevato, e praticamente già condannato prima ancora di un processo che non si sapeva ancora se ci sarebbe stato o non stato, ma preventivamente condannato alla fucilazione e alla deportazione. Venne liberato rocambolescamente da un commando di partigiani travestiti da Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che lo portarono nelle Langhe, dove cominciò a organizzare le bande partigiane. Noi, rimaste a casa, eravamo naturalmente molto esposte alla rappresaglia, e scegliemmo di andare anche noi nelle Langhe, dove subito ci separammo e ognuno andò ad operare in zone differenti.Questo per dire che per me la scelta di fare la partigiana non è stata altro che un semplice, naturale atto di coerenza con la storia familiare, peraltro cominciata molto prima, nell’inverno del ’42-’43 quando, ancora più bambine, io e mia sorella collaborammo a stampare dei fogli clandestini che preparavano lo sciopero del marzo ’43 il quale, insieme allo sbarco alleato in Sicilia, determinò praticamente la caduta di Mussolini. Che cosa faceva una staffetta partigiana? Qui è stato detto ampiamente e vorrei dire che qualunque racconto rischia di essere molto misero rispetto a quello che stato letto con così grande commozione da Marisa e da Leandro. È stato misero per chi è sopravvissuto e, devo dire, del tutto casualmente, perché onestamente a decidere se sopravvivevi o non sopravvivevi è stato essenzialmente il caso.Vorrei cercare soprattutto di dare il senso di quello che abbiamo fatto, e vorrei dire prima di tutto che il lavoro della staffetta è stato un lavoro molto pericoloso, perché è stato essenzialmente un lavoro solitario. Voglio dire che la staffetta non aveva praticamente nessuna copertura alle spalle, era sola, gli veniva dato un ordine e andava a realizzare questo ordine. Naturalmente, da quel momento in poi tutto dipendeva da te, dalla tua lucidità, dal tuo coraggio, dalla tua prontezza di spirito nel capire che cosa era più giusto fare, e questo non era semplice. E posso dire che non avevi dietro alle spalle chi ti consigliasse, il distaccamento minimamente organizzato, in cui vi fosse un comandante al quale, anche se aveva soltanto la tua età, 19-20 anni, erano state impartite le istruzioni, per cui aveva comunque un’idea su come comportarsi; tu non sapevi niente di niente e dovevi immaginare, inventare velocemente qual era la cosa più giusta da fare. Più giusta nel senso che poteva salvare la tua vita e quella della formazione che ti aveva chiesto di andare a fare questa esplorazione, questa missione. Devo dire che in quei momenti tu ti misuravi con te stessa e, di colpo, da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Ecco, il senso di responsabilità è stata la cosa più importante che abbiamo imparato nella guerra di Liberazione ed è quello che almeno personalmente mi ha guidato in tutte le fasi successive della mia vita, in cui ho continuato a fare politica con le donne, politica per le donne. Senso di responsabilità personale e senso di responsabilità verso gli altri, verso il mondo, vorrei dire, con una parola che forse è troppo grande ma che riassume bene quello che noi sentivamo.Devo dire quindi che proprio per quello che abbiamo sentito, per il senso di responsabilità che abbiamo avuto e per il coraggio, la guerra di liberazione non avrebbe potuto essere senza la presenza delle donne, senza questa possibilità di collegamenti, senza questa possibilità di attraversare posti di blocco che naturalmente i partigiani non avrebbero potuto attraversare, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare, perché lì veramente ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti che cercavano di essere il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri, e quindi potevi passare.Perché non si poteva fare la guerra partigiana senza le donne? Perché – questo lo ricordo soprattutto alle ragazze di 19-20 che sono qui presenti, mentre i più adulti hanno sicuramente sentito parlare da padri, fratelli, nonni in che cosa è consistita la guerriglia – perché questa era la qualità della guerra partigiana, era una guerriglia, per cui le formazioni continuamente si componevano e si disperdevano. Perché le zone, per esempio le Langhe e il Monferrato, dove io operavo, erano circondate costantemente da tedeschi e brigate nere, che continuamente entravano muniti di carte molto raffinate e rastrellavano cascina per cascina, sentiero per sentiero. Ovviamente, c’erano momenti in cui i partigiani erano in grado di dare battaglia, facevano la scaramuccia e poi si ritiravano, e c’erano momenti in cui l’unica possibilità era nascondersi per ricomporsi. Voi capite che in questa situazione, se non c’era chi ricercava, rimetteva in contatto, ricollegava, contribuiva a riformare le formazioni, nessuna guerriglia avrebbe potuto essere. È per questo che noi abbiamo avuto una testimonianza di grande riconoscimento molto prima che gli storici lo facessero e riconoscessero il nostro come protagonismo, e non solo come contributo. Il primo riconoscimento l’abbiamo avuto proprio dai partigiani con i quali vivevamo, perché loro tra l’altro sapevano in ogni momento che noi non eravamo obbligate ad andare a fare la guerra. I ragazzi erano obbligati, in qualche modo, perché c’erano i bandi dei tedeschi, dei repubblichini, e se non si presentavano venivano dichiarati disertori, e i disertori venivano naturalmente fucilati, o deportati. Per noi non c’erano stati bandi, l’abbiamo fatto per tutte le motivazioni che qui sono state lette. Io credo che riconoscevano che era la prima volta che le donne come massa entravano in guerra, e ci entravano in quel modo, in prima fila; uscivano dal ruolo familiare e si assumevano responsabilità militari, politiche, sociali fondamentali. È la prima volta che le donne entrano effettivamente nella storia.In fondo il diritto al voto, la legge istitutiva del voto alle donne non è altro che una presa d’atto del tutto ovvia, naturale, di quello che le donne avevano fatto, avevano dimostrato di essere nell’ultimo periodo. Io credo che sia importante ricordare, riflettere ancora su quegli anni, perché una riflessione su quel periodo oltre tutto ci consente di riportare alla verità, alla realtà alcune cose, anche alcuni miti che ancora oggi in forme diverse e riferiti a situazioni diverse, continuano a circolare, per esempio il mito della guerra o del rifiuto della guerra senza se e senza ma. Ma io credo di poter sinceramente testimoniare che alla guerra tu non ci devi arrivare, devi fare di tutto, proprio fino all’estremo atto di diplomazia possibile, per evitare di arrivare alla guerra, perché se ci arrivi, o spari o sei sparato.Non è vero che se ti trovi in guerra puoi decidere di non usare le armi. Io avevo una minuscola 635 nella tasca, ed era una stupidaggine, perché facendo la staffetta l’ultima cosa che avrei dovuto portare con me era una rivoltella, perché mi avrebbe automaticamente denunciata, però c’erano altre che invece le armi le impugnavano, ed era secondo me inevitabile, perché se ti trovi in guerra – ripeto – o spari o sei sparato. Bisogna non arrivarci.Come l’altro mito delle donne che hanno portato nelle formazioni conforto, dolcezza, assistenza, aiuto. Io posso dire, credo molto sinceramente – ci ho ripensato molto a quegli anni – posso dire che ho visto ragazzi che mostravano senza pudore la loro fragilità e la loro dolcezza, e ho visto donne con coraggio e con grinta – penso a Breda, che è stata chiamata Breda perché lei ha insegnato ai partigiani come si smontava una bomba a mano chiamata Breda – e quindi non erano queste le differenze. Semmai, la differenza stava intanto nel fatto che i ragazzi erano storicamente allenati alla guerra: dietro ai maschi di tutte le Nazioni c’è una storia di combattimenti, mentre per le donne non c’era nessuna esperienza di questo genere. E alle donne forse possiamo riconoscere una qualità di maggiori arti diplomatiche, ma questo non è un fatto naturale, è un fatto culturale, è un fatto storico, perché le donne, se non imparavano ad essere diplomatiche in famiglia, non avrebbero mai tenuto insieme la famiglia. Quindi è una cosa che viene da lontano. E quindi, questa idea di maternage, che è vera per tante, per tutte quelle che l’8 settembre hanno accolto e vestito i soldati che fuggivano, non è vera, secondo me, per le ragazze che sono state dentro l’esercito di Liberazione. Bisogna fare delle distinzioni molto precise. Io non vado oltre, voglio dire che quel riconoscimento dei compagni partigiani è stato alla base di una profonda amicizia, che mai più ha potuto darsi, per ovvi motivi. C’era un di più in quella amicizia, e direi che è stato anche quello che ci ha guidato negli anni successivi, per far fronte a tutti i momenti in cui è stato necessario ancora resistere e in cui chi ha fatto la Resistenza ha cercato di conservare quell’idea della politica, quel senso della politica al quale erano estranei la carriera, il professionismo, il guadagnare, il farsi posto nella vita, eccetera, e devo dire che di queste cose io ho una profonda nostalgia. Marisa Ombra, partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’Anpi​    

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