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PROSSIMI APPUNTAMENTI SEDE NAZIONALE

Il 25 novembre delle UDI

UDI MODENAin occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, UDI Unione Donne in Italia  vi inviata a partecipare alle  iniziative  del 12 novembre e del  19 novembre 2021 presso Sala "R. Bergonzoni " Casa delle Donne Strada Vaciglio nord 6 Modena.Abbiamo subito tutte pensato alle donne afghane e non poteva essere diversamente.Con il messaggio "Non voltiamo lo sguardo altrove" proponiamo un momento di riflessione sulla loro condizione, da dove arriva e cosa possiamo fare.Senza per questo trascurare ogni condizione di difficoltà vissuta dalle donne nel nostro paese e in tutto il mondo.     UDI - DONNEDIOGGI Cernusco e MartesanaL'appuntamento è per SABATO 20 NOVEMBRE alle ore 16.00 a Cernusco sul Naviglio in Piazza Gavazzi.Un FLASH MOB a conclusione dell'evento per tenere sempre alta la speranza che tutte le donne possano trovare la forza per "Spezzare le catene" (BREAK THE CHAIN)!   UDI-SPAZIO DONNA COMACCHIO   UDI FERRARA IL LINGUAGGIO NEI PROCESSI DI VIOLENZA DI GENERE: IL POTEREDELLE PAROLEInterviene MARIA DELL'ANNO - giurista, criminologa, scrittriceCoordinano:RITA REALI - Presidente CPO presso Consiglio Ordine degliAvvocati FerraraELEONORA MOLINARI - Consigliera Fondazione Forense FerrareseDialogano con Maria Dell'Anno:STEFANIA GUGLIELMI - Responsabile UDI FerraraPAOLA CASTAGNOTTO - Presidente Centro Donna Giustizia FerraraNel corso della Tavola Rotonda, l'avvocato Davide Bertasi leggerà alcuni branitratti dal libro "Ombre di un processo perfemminicidio. Dalla parte di Giulia"A seguire:VISITA GUIDATA ALLA MOSTRA "FERMARE APOLLO" DI UDI FERRARAIngresso gratuito fino ad esaurimento posti, secondo l’ordine di arrivo della mail con richiesta di iscrizione all’indirizzo posta@fondazioneforenseferrarese.itTermine per iscriversi: lunedì 22.11 alle ore 12.00.Sono stati riconosciuti 3 crediti in deontologia.   UDI - Donnedioggi Cernusco e MartesanaBuongiorno!Alleghiamo la locandina della nostra iniziativa per il 25 novembre, che quest'anno dedichiamo alle Donne Afghane con Flash Mob preceduto da letture sulla situazione afghana, a cura di giovani attori di Cernusco.Un salutoMiranda Ragazzoni  UDI – Unione Donne  in  ItalIa SAVONACarissime amiche,Invio in allegato l’invito all’iniziativa savonese. Il nodo centrale, irrisolto, resta il quesito:“ COME PROTEGGERE CHI DENUNCIA LE VIOLENZE?”Dalla mostra "Oltre Dafne Fermare Apollo” all’iniziativa delle forze pubbliche territoriali, ispirata anch’essa alla mitologia “Operazione Zeus” https://www.ivg.it/2021/11/violenza-sulle-donne-siglato-a-savona-il-protocollo-zeus-per-la-riabilitazione-dei-responsabili/?fbclid=IwAR1UTXWASbz8dZsMxfzJzvKFYxcaCytORxTuExi4nkVKL0XipkFenPbJC-QChe fare? Come fermare la mattanza in famiglia? Apriamo una discussione.Un grande abbraccio a tutteAngelica   UDI PESCARA   UDI BOLOGNAPresentazione e proiezione del docufilm"Detenute fuori dall'ombra"Dopo l'assegnazione del premio Pari Opportunità al Bellaria Film Festival. il docufilm Detenute fuori dall'ombra continua il suo tour nei luoghi della cultura a Bologna e nella Città Metropolitana, accompagnato dalle volontarie di UDI che l’hanno realizzato all’interno dell’omonimo progetto alla Sezione femminile della Casa circondariale di Bologna. In compagnia del volume FUORI DALL’OMBRA e dedicato alle donne detenute.le date:-4 dicembre ore 15.45, la Biblioteca Mario Luzi di San Pietro in Casale.-18 novembre, ore 21, presso il Museo della Marineria di Cesenatico, UDI sede di Cesenatico in collaborazione con UDI Bologna. A seguire le testimonianze della signora Alla Sokolova, del gruppo di Automutuoaiuto “Mai più”, e di Cristiana Varchi, del Gruppo “Dire Basta”.- 23 novembre, ore 21, presso la Mediateca, via Caselle, San Lazzaro di Savena.- 25 novembre, ore 20, presso il Cinema Lumiere, Bologna. Sarà presente la regista Licia Ugo. A seguire la proiezione del docufilm "Santa Subito" di Alessandro Piva e l'incontro con i registi.-25 novembre ore 20.30, presso Cinema Teatro verdi Piazzale di Porta Bologna Crevalcore. - 26 novembre, ore 21, presso la Biblioteca LE SCUOLE, di Pieve di Cento.- 30 novembre ore 20.30, presso Minerbio Palazzo Minerva.Incontro con Giancarla Tisselli,autrice di "Dalla rabbia alla gentilezza"-22 novembre ore 18via Castiglione 24, Bologna   UDI PERUGIA    UDI ROMANA LA GOCCIAComunicato 25 novembreQuanto inchiostro viene scritto sulla violenza ogni 25 novembre? Quante parole vengono dette? Quante promesse vengono fatte? Il 25 novembre si parla di violenza in ogni aspetto per informare, allertare, prevenire questo fenomeno così subdolo e radicato. Eredità del patriarcato difficile da estirpare.Meno spazio si dà a chi è sopravvissuta al tentato femminicidio. Eh sì perché a volte la brutalità e l’efferatezza non riescono a spezzare le vite delle guerriere, che resistono contro ogni aspettativa.Vogliamo pensare a queste donne incredibili in questo 25 novembre. Donne che ce la fanno, sopravvivono con dolore e mille difficoltà. Donne, la cui storia viene ampliamente approfondita da giornali e media. Donne prese a modello dalle istituzioni con promesse di aiuto.Ma poi dopo tante parole , tutto finisce come una bolla di sapone.Parliamo della storia di Chiara Insidioso, una dolce ragazza di 19 anni brutalmente presa a calci con scarpe antinfortunistiche dall’uomo 35enne con cui era andata a vivere e che si diceva “innamorato” di lei. Un carnefice che ha sfracellato la calotta cranica e l’orecchio di un’ingenua ragazza la cui unica colpa era sta quelle di scegliere di stare con lui. Chiara contro ogni previsione medica, è sopravvissuta all’intervento di ricostruzione in titanio della calotta cranica. Dopo mesi è uscita dal coma. E dopo una troppo breve riabilitazione e logopedia ha iniziato a muovere degli arti. Chiara con la determinazione e la forza della madre Danielle è riuscita dove i dottori avevano detto che non sarebbe arrivata.Poi però è tutto finito. Le promesse delle istituzioni sono sfumate. E ora Chiara è sola presso una struttura per pazienti neurovegetativi. Una struttura non adatta alle sue esigenze, senza riabilitazione e logopedia. L’unico grande e costante stimolo è il suo angelo custode, la mamma.In questo 25 novembre pensiamo a Chiara e alle altre donne che sono diventate invisibili al sistema che avrebbe dovuto e dovrebbe proteggerle e aiutarle.Chiara è un Fiore d’acciaio come sua madre che non si è mai arresa e che ha rinunciato alla sua vita per donarla un’altra volta a sua figlia.Ci sono tanti Fiori d’acciaio in un questo giardino gelido.A Chiara serve aiuto, e come gocce possiamo dare un contributo acquistando il libro che parla della sua storia. I proventi contribuiranno a comprare una carrozzina adatta alle esigenze di Chiara.   UDI GENOVA ​    

Comunicato UDI 25 novembre 2021

Il 25 Novembre, data ormai radicata nella coscienza civile, ricorda quanto la violenza contro le donne sia presente nelle case, nelle strade, nei luoghi di lavoro e quanto tutta la società sia ancora permeata di quella cultura sessista e violenta che dagli stereotipi arriva fino al femminicidio. Gli uomini arrivano perfino ad uccidere i propri figli per punire la donna che li ha messi al mondo, come dimostra l’ultima drammatica uccisione del piccolo Mathias o la strage di Sassuolo.La violenza maschile presenta numeri insopportabili, di fronte ai quali un solo pensiero è possibile: le vittime vanno aiutate, ma la violenza va prevenuta e i violenti puniti.L’UDI ha sempre privilegiato l’aiuto concreto alle donne e il terreno della prevenzione, (come abbiamo fatto e continueremo a fare con la Mostra “Oltre Dafne Fermare Apollo”) chiedendo e promuovendo il cambiamento culturale necessario per conoscere e togliere spazio alla violenza, mezzi e risorse per educare i/le giovani alla conoscenza e al rispetto della differenza, una parte adeguata delle risorse messe in atto dopo la pandemia.Serve consolidare e aumentare il lavoro femminile, falcidiato più di quello maschile e comunque sempre in affanno, lavoro che è fondamentale elemento di autonomia. Occorre inoltre implementare politiche e servizi alla genitorialità e obbligare fabbriche e aziende a fare i conti con le molestie e il bullismo alimentati dai social e dai media.Un ruolo importante può e deve avere la formazione. La violenza fisica, il femminicidio, sono l’apice di una violenza culturale, simbolica che si manifesta nella assenza/cancellazione della donna dal linguaggio e dal patrimonio storico-culturale. Tutto questo non fa altro che rafforzare l’asimmetria tra i due sessi, causa prima della violenza.  Occorre quindi investire nella formazione delle/dei docenti perché acquistino consapevolezza della complessità del problema, rivedano la loro pratica didattica e assumano uno sguardo critico sui contenuti disciplinari che trasmettono. Combattere la violenza contro le donne significa anche garantire l’applicazione della legge 194, che non può essere vanificata dall’uso strumentale dell’obiezione di coscienza, e aumentare in modo esponenziale la prevenzione, aprendo consultori su tutto il territorio nazionale per tutelare la salute delle donne.O questi sono reali obiettivi della società e della politica, verificabili quotidianamente alla prova dei fatti, o le celebrazioni del 25 novembre rischiano di trasformarsi in vuota retorica.A dieci anni dalla Convenzione di Istanbul, sul sostegno alle donne vittime di violenza sono state fatte molte cose, anche se non abbastanza, ma sulla prevenzione e sulla punizione dei violenti e maltrattanti le indicazioni sono sempre disattese quando non esplicitamente fraintese.In Italia si arriva a togliere i figli e le figlie alle mamme che denunciano violenze in famiglia, invece di aiutare e favorire davvero le donne nella fuoriuscita dalla violenza, come dimostrano purtroppo molti episodi dolorosi, uno per tutti il caso Sitzia.Con il cuore vicino a Federico Barakat e ad Antonella Penati, ma pensando anche a tutte le donne che denunciano le violenze in famiglia e perdono i figli, UDI è stata promotrice della proposta di legge “Misure per la protezione dei minori e delle donne..” volta a contrastare la violenza istituzionale e a meglio tutelare le donne, chiedendo che sparisca dai tribunali l'atteggiamento pilatesco  diffidente  verso le violenze denunciate dalle donne.  La violenza maschile colpisce in modo insopportabile anche le donne migranti e le donne costrette alla tratta e alla prostituzione e a questa si aggiunge la violenza istituzionale come ha portato alla ribalta il disperato caso di Adelina, la giovane donna albanese che, pur avendo collaborato con lo Stato nell’arresto di 40 criminali, abbandonata a se stessa, si è tolta la vita.Per sconfiggere la violenza maschile è fondamentale conoscerne le radici profonde ed estese, creare una nuova consapevolezza e agire nei diversi campi e settori della società per costruire una convivenza tra i sessi fondata sul rispetto della differenza.   Oltre l’impegno delle donne, già presente da tempo, è necessario che tanti uomini si sentano coinvolti e, iniziando un autentico percorso di messa in discussione di se stessi e di presa di coscienza, dicano finalmente: non in mio nome!UDI-Unione Donne in Italia​     

Non sono tragedie familiari

La strage di Sassuolo, l’uccisione del piccolo Mathias  a Viterbo,  e tanti, troppi casi simili, non sono “tragedie familiari” come invece l’informazione continua a chiamarli. Non sono una malattia, una morte accidentale,  una disgrazia che colpisce una famiglia, ma sono le conseguenze  di una ormai seriale volontà, da parte di molti uomini, di non tollerare che  donne e figlie e figli si allontanino, in qualche modo, dalla prigione che hanno costruito per loro con  regole  e barbare pratiche  di dominio e violenza. UDI chiede che la società tutta faccia ii conti con questa mattanza  con una seria e capillare prevenzione,  innanzi tutto culturale a partire dalle scuole fino ad ogni aspetto della società. formazione e informazione corretta di quello che sta accadendo nelle case e anche nei tribunali, dove  le donne che denunciano temono per i propri figli. Prevenzione  dunque e repressione seria anche questa, al netto di sconti compiacenti, di leggi e convenzioni internazionali scarsamente applicate, e in ogni caso di ogni complice ammiccamento verso la violenza maschile contro le donne. Deve essere chiaro che chi uccide per l’impossibilità di sopportare la libertà di una donna  o di figli che sente come proprietà personale,  quando non si uccide per non affrontare le conseguenze dei propri crimini, deve  essere fermato , ma fermato davvero.   (Laura Piretti)

Premio al docufilm "detenute fuori dall'ombra"

Dal 22 al 26 settembre si è svolto Il  Bellaria Film Festival in cui una Giuria di esperti di Cinema, Teatro e Arti, presieduta dal noto attore  Mini Ovadia, su trecento documentari ha selezionato il nostro docufilm DETENUTE FUORI DALL’OMBRA. Questa 39esima edizione, che aveva l’art.9 della Costituzione come tema conduttore, prevedeva i seguenti Premi: BEI Doc, BEI Young Doc, Luis Bacalov, Pari Opportunità, Menzioni speciali. Cinque giorni di proiezioni molto interessanti e coinvolgenti, fra le quali il nostro è risultato molto apprezzato dal Direttore Marcello Corvino e da Moni Ovadia.  L’amica e regista Licia Ugo, Giuseppina Martelli ed io, insieme alle amiche di UDI Cesenatico, abbiamo assistito alla proiezione in programma il giorno 23, già molto orgogliose dei complimenti ricevuti. Finchè... non siamo giunte al termine.  La sera del 26 settembre infatti, nell’accogliente sala del Teatro Astra di Bellaria, a conclusione del 39esimo Bellaria  Film Festival, è stato assegnato un bel premio, quello chiamato "Pari Opportunità” al nostro documentario DETENUTE FUORI DALL’OMBRA: “un premio dedicato ai docufilm che pongono l’accento su tematiche sociali come la specificità di genere e le abilità differenti”. Alla presenza di un numeroso pubblico fra cui il regista Pupi Avati e l’attore Silvio Orlando, il Premio è stato ritirato dalla regista Licia Ugo con una motivazione che ha riconosciuto il dolore e la forza delle detenute che si sono esposte, l’impegno e il lavoro di volontariato e  lo spirito di solidarietà con cui è stato realizzato. Un premio che ci riempie di gioia, di orgoglio e senso di appartenenza.È il risultato di un lavoro di gruppo a cui UDI ha creduto fin da subito promuovendo il progetto affinché le "ultime " nella società non restassero tali. Un lavoro molto complesso condotto con maestria, sentimento e tanta pazienza da parte di tutti e tutte. Ci piace che il Premio sia dedicato alle nostre amiche della sezione femminile del carcere di Bologna.​

PER NON DIMENTICARE MAI!

di Vittoria Tola Sono esattamente 70 anni  da quando a Pontecorvo, piccolo comune del Frusinate, fu organizzato nell’ottobre del 1951 un convegno dall’Associazione donne del Frusinate dell’UDI a cui parteciparono oltre 500 donne ciociare della zona della battaglia di Montecassino. L’Abbazia di Montecassino era un obiettivo strategico posto sulla Linea Gustav  occupata dall’esercito tedesco, dove gli alleati angloamericani non ottenevano risultati, e fu conquistata nel 1944 dalle truppe francesi. A questa vittoria  seguì una delle peggiori tragedie della guerra per gli stupri di massa dei  soldati coloniali alleati  contro donne, bambini e uomini, definite “marocchinate” e  che costituì una devastazione  sociale e umana  di enormi proporzioni.Gli abitanti di quelle zone aspettavano i “Liberatori e arrivarono li diavuli” come si espresse una testimone.Le donne dell’UDI cominciarono subito il lavoro  di aiuto nei confronti delle vittime degli stupri di guerra e a dare aiuto a donne di tutte le età violentate e per trovare soluzioni a una realtà  terribile. Questo impegno proibitivo, durato per molto tempo, ha rappresentato la prima vera sfida e la capacità collettiva di affrontare la violenza maschile in questo Paese. A questo convegno si arrivò  dopo anni di lavoro nel 1951, avvenimento più unico che raro e non solo per l’Italia, in cui confluirono tutte le donne che nei paesi (circa 38) del cratere della battaglia avevano subito stupri e aggressioni e da anni lavoravano per definire e presentare un progetto di rivendicazioni verso tutte le autorità italiane. Al convegno si arrivo con una lunga mobilitazione e con un atto di sfida alle istituzioni e alle forze dell’ordine che presidiavano le strade per bloccare queste donne che arrivavano a piedi da chilometri di distanza  per ordine del Ministro degli interni. Il convegno riuscì oltre ogni previsione per presenze e passione e a conclusione fu presentata una petizione di promozione di azione e di risarcimenti molto articolata.Due giorni dopo, Maria Maddalena Rossi, presidente dell’UDI, depositava alla Camera una interpellanza al Ministro del Tesoro. L’interpellanza sarà discussa solo il 7 Aprile dell’anno successivo. La denuncia di M.M. Rossi rappresentava una tragedia sociale in una situazione politica molto complessa. La guerra era finita solo da sette anni e molte ferite erano aperte. l’Italia era in cerca di appoggi e riconoscimenti internazionali per risollevarsi dalle macerie della guerra, far parte dell’Alleanza atlantica ed entrare all’Onu dove l’appoggio della Francia era determinante. Le tensioni politiche, così come le divisioni esasperate dalla Guerra fredda, si avvertivano ovunque. Le richieste delle donne passarono in secondo piano.    Atti Parlamentari Camera dei deputati seduta notturna lunedì 7 aprile 1952PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE TARGETTLa seduta comincia alle 21. SULLO, Segretario, legge il processo verbale della seduta notturna del 1° aprile 1952. (E’ approvato). PRESIDENTE. Sospendo la seduta per alcuni minuti, in attesa del rappresentante del Governo. (La seduta, sospesa alle 21,5, è ripresa alle 21,10) Svolgimento di interpellanze. PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca lo svolgimento delle seguenti interpellanze, entrambe dirette al ministro ad interim del tesoro: Rossi Maria Maddalena, Perrotti, Vigorelli, Cornia, Natoli e Borellini Gina, “per sapere: le ragioni per le quali, a sette anni dalla fine della battaglia di Cassino, non sia stato ancora provveduto alla liquidazione delle 60 mila pratiche di pensione e di indennizzo delle donne di quella zona che subirono violenza dalle truppe marocchine della V armata; quale accoglimento sia disposto a dare alle legittime rivendicazioni delle interessate, consistenti nella pronta liquidazione delle pensioni, senza trattenuta delle modeste somme percepite da alcune nel 1944 dai governi francesi e italiano per immediato soccorso, e nella concessione immediata a tutte di una indennità di cura e di medicinali e cure gratuite presso i dispensari, gli ambulatori e gli ospedali della zona; quali siano i propositi concreti del Governo nei confronti delle famiglie, dei bambini, della popolazione della zona”; Zagari, Vigorelli, Preti, Matteotti e Mandolfo, “per sapere se, dinanzi alla gravità del problema rappresentato dalle 60 mila donne, che ebbero a subire, nel corso della battaglia di Cassino, le violenze delle truppe marocchine della V armata, non ritenga necessario affrontare radicalmente ed organicamente il problema con una serie di provvedimenti atti ad indennizzare le vittime e ad arrestare le conseguenze del male, anzitutto accelerando le pratiche di pensione e di indennizzo ed inoltre concedendo a tutte le danneggiate ed ai figli di esse le indennità di cura, di medicinali e le cure gratuite presso i dispensari e ambulatori e gli ospedali della zona”. Se la Camera lo consente, lo svolgimento di queste interpellanze, concernenti lo stesso argomento, avverrà congiuntamente. (Così rimane stabilito). L’onorevole Maria Maddalena Rossi ha facoltà di svolgere la sua interpellanza. ROSSI MARIA MADDALENA. Onorevoli colleghi, la questione dalla quale ha origine questa interpellanza, certamente assai penosa, non è discussa per la prima volta stasera in Parlamento. Fu già oggetto di esame, credo, in sede di Assemblea Costituente, a causa di una interrogazione presentata, se ben ricordo, dall’onorevole Persico, oggi senatore. Un’altra interrogazione fu più recentemente presentata dall’onorevole Lizzandri in questo ramo del Parlamento, ma non so se abbia o meno ricevuto risposta e, nel primo caso, se sia stata una risposta soddisfacente.  La nostra interpellanza si riferisce dunque ad uno dei drammi più angosciosi, quello delle donne che subirono le violenze delle truppe marocchine della V armata, nel periodo tra l’aprile e il giugno del 1944, dopo la rottura del fronte del Garigliano, quando queste irruppero nella zona del cassinate. Non so se sia vero quello che si dice delle truppe marocchine, cioè che il contratto d’ingaggio di questi mercenari non escluda o addirittura lo consenta il diritto al saccheggio ed alla violenza. Risulta invece che, dopo gli avvenimenti dolorosi cui ci riferiamo, comandanti ed ufficiali di queste truppe tentarono di correre ai ripari con alcuni casi di punizioni e soprattutto concedendo alle prime vittime qualche soccorso. Comunque, sia stato o meno tollerato, se non concesso, il fatto è che il saccheggio fu compiuto e le violenze ebbero luogo.  Il primo paese del cassinate che le truppe marocchine incontrarono nell’aprile 1944 e la cui popolazione, di circa 600 abitanti, non fosse sfollata fu, se non erro, Esperia. I soldati fecero irruzione nelle case, depredarono, saccheggiarono, e le violenze innominabili furono compiute su uomini e donne. Perfino il parroco fu legato ad un albero e costretto ad assistere allo spettacolo. Poi anche di lui fu compiuto tale scempio che ne morì. Del resto, a Vallecorsa, non furono risparmiate neppure le suore dell’ordine del Preziosissimo Sangue. A Castro dei Volsci dai registri del comune risultano 42 gli uomini e le donne morti in quei mesi terribili. Come e perché morirono quei 42 cittadini? Ecco alcune informazioni. Molinari Veglia, una ragazza di 17 anni, è violentata sotto gli occhi della madre e poi uccisa con una fucilata; siamo in contrada Monte Lupino, il 27 maggio 1944. Rossi Elisabetta, di circa 50 anni, è sgozzata dai marocchini perché tenta di difendere le sue due figlie, rispettivamente di 17 e 18 anni: la madre muore e le figlie sono violentate; ciò accade in contrada Farneta. Anche Margherita Molinari, di 55 anni, tenta di slvare la figlia Maria, che ne ha 21: è uccisa con cinque fucilate al ventre! Il bambino Serapiglia Remo, di cinque anni, innocente testimone dei delitti che intorno a lui si compiono, dà fastidio: perciò viene lanciato in aria e lasciato ricadere, così che morrà entro le 24 ore successive per le lesioni riportate. Pare che la madre non abbia ancora ricevuto la pensione; ha altri otto figli e il marito è disoccupato.  Ed ecco alcuni esempi di ciò che accadde a Pastena. La signora Anelli Elvira fu Giuseppe ha il braccio troncato da una scarica di mitra: essa morirà tubercolotica quattro anni dopo, ma certo le conseguenze della violenza subita nell’aprile del 1944 ne hanno affrettato la fine. Antonini Giuseppe fu Francesco viene ucciso dai marocchini in contrada Santa Croce e nessuno sa dove sia stato sepolto, perché il cadavere è portato via immediatamente dai francesi. Giuseppe Faiola fu Marco è ucciso dai marocchini in contrada Cerviso. A Vallecorsa, Luigi Mauri fu Martino muore il 26 maggio 1944 in contrada Lisano nel tentativo di difendere l’onore della moglie Lauretti Assunta e delle sue quattro figliole. Ancora a Vallecorsa Antonbenedetto Augusto fu Cesare cade il 25 maggio 44, in contrada Visano per difendere l’onore della moglie Nardoni Margherita. Cade anche Papa Vittorio di Alessandro il 25 maggio 1944, in contrada Santa Lucia, avendo osato difendere la moglie Di Girolamo Rosina di Augusto, ma prima di essere ucciso è egli stesso seviziato. Sacchetti Antonio fu Michele, Sacchetti Eugenio fu Michele, Sacchetti Eugenio fu Vincenzo, Sacchetti Gabriele di Agostino sono bastonati a sangue perché osano difendere l’onore delle rispettive mogli, sorelle, madri; alla fine si ribellano e un marocchino viene ucciso: quali rappresaglie vengano inflitte è facile immaginare. Fatti analoghi a quelli che ho citato accadono a Pontecorvo, a Sant’Angelo, a San Giorgio a Liri, a Pignatara Intermagna, a Caccano: almeno in una trentina di paesi delle province di Frosinone e di Latina, percorse dalle truppe marocchine. Quante donne abbiano subito violenza da parte delle truppe marocchine nessuno sa con esattezza né forse si saprà mai. Quello che noi possiamo però rilevare dai dati che sono a nostra conoscenza è che in maggioranza si tratta di donne vecchie, anzi vecchissime, come quelle di Agata Baris, nata nel 1882, e come molte altre, con cui ho avuto io stessa occasione di parlare, che oggi hanno 70-75 ed anche 80 anni. L’età avrebbe dovuto costituire una difesa per queste donne, o almeno così esse ritenevano. Infatti alcune non pensarono neppure di mettersi in salvo, anzi, convinte che sarebbero state rispettate, affrontarono esse stesse i marocchini per dar tempo alle giovani di nascondersi, di scappare, di rifugiarsi su, tra le montagne. Invece furono seviziate e violentate, come per esempio quella Emanuela Valente della borgata Santangelo, che oggi conta 70 anni, che ebbe i polsi fratturati.  Molte di queste vecchie donne sono malate: si consumano lentamente a causa dell’ignobile morbo che è stato loro trasmesso dai soldati marocchini. Entrando nei loro poveri tuguri  si vedono queste povere vecchie sui loro giacigli di stracci, con i bambini intorno, con i parenti che non sanno e non possono curarle; e queste vecchie parlano, raccontano quello che è loro accaduto. Le giovani no; le giovani, in generale, sono restie a parlarne, e se ne comprende bene il perché. Se per le vecchie l’insulto subito sa quasi di martirio, per le giovani significa qualche cosa di peggio della morte: significa avere di fronte a sé un lungo periodo di vita, ma una vita non ancora vissuta, ma buia e fredda, in cui non c’è più alcuno spiraglio, alcuna speranza, alcuna luce; perduta la possibilità di avere una famiglia, di avere dei figli; perfino il lavoro è precluso a queste giovani, e la povertà nel loro caso è ancora più tragica, perché il benessere economico, il lavoro potrebbero almeno aiutarle in parte ad uscire da questo terribile isolamento in cui le ha gettate la loro disgrazia. Le cure, il lavoro, l’occupazione potrebbero essere fonte di una ricompensa morale, oltreché materiale, per la loro vita distrutta. Nessuna pensione di guerra potrà mai risarcire né vecchie né giovani per ciò che hanno subito, nessun indennizzo potrà mai ricompensarle di ciò che hanno perduto. Né tutte certamente hanno chiesto indennizzo o pensione. Nel cassinate e nel sorano sarebbero, almeno secondo quanto ci fu riferito, oltre dodicimila le domande presentate. Dodicimila donne in questa zona avrebbero, dunque, subito violenza da parte delle truppe marocchine e sarebbero state contagiate. Le domande risalgono al 1944, 1945 e 1946. Come è noto, alcune di esse, nel 1944, ricevettero dal governo francese somme varianti da 30 a 150 mila lire per soccorso immediato. I libretti di pensione ricevuti successivamente, in qualità di vittime civili della guerra, darebbero loro diritto, essendo assegnate alla settima ed all’ottava categoria, a somme varianti da 1.400 circa a 3.000 lire al mese. Però, in base alle vigenti disposizioni di legge, il cumulo dell’indennizzo e della pensione non è consentito e perciò i libretti ricevuti non danno, in pratica, e non daranno per molto tempo e in alcuni casi mai, diritto ad alcuna riscossione di denaro. Anzi vi è chi ha recentemente ricevuto il libretto e, a conti fatti, dovrebbe restituire al Governo parte della somma ricevuta nel 1944. Il 1° agosto 1947, quando i francesi lasciarono l’Italia, mi sembra che essi fossero tenuti a completare l’opera di soccorso immediato, e che affidassero al Governo italiano l’incarico di prelevare quanto era necessario dalle somme da questo dovute al Governo francese. Se oggi guardiamo alla realtà della situazione, appare invece che la maggior parte di queste vittime non ha ricevuto che somme inadeguate e molte addirittura nulla: né soccorso immediato né pensione. Pare che soprattutto tra coloro che hanno presentato la domanda dopo il 1946, una buona parte, non abbia ancora ricevuto nulla.  Presso l’intendenza di finanza di Frosinone, se sono esatte le mie informazioni, sarebbero state presentate 47 mila richieste di risarcimento variamente motivate e 13 mila sarebbero giacenti presso il Ministero del Tesoro: 60 mila in tutto sarebbero dunque le domande ancora inevase avanzate per risarcimento, in parte per atti di violenza carnale e in parte per uccisioni, mutilazioni, furti, incendi, ecc. ecc.  Attualmente, dunque, questa sarebbe la situazione per quanto riguarda le pratiche richiedenti pensione o risarcimento per danni vari. Però, in ogni caso, indennizzo o no, libretto di pensione o no, quello che è certo è che i libretti di pensione non daranno, ripeto, diritto a percepire denaro in base alle leggi vigenti, anche quando sono stati concessi, se fu percepito qualcosa nel 1944; oppure la pensione durerà, appunto come prevedono le leggi vigenti, fino alla scomparsa dell’infermità fisica contratta, dopo di che queste sventurate non avranno più diritto a nulla. E per quanto riguarda l’assistenza, le cure sanitarie, quale è la situazione? Oggi come oggi pare vi sia in tutta la zona un solo reparto dermosifilopatico ospedaliero, a Pontecorvo, nel quale le contagiate abbiano diritto di essere ricoverate; e questo reparto, se non erro, è costituito da sei letti. E’ vero (come ha affermato recentemente il prefetto di Frosinone ad una delegazione di donne) che a suo tempo furono date disposizioni ai medici condotti perché prestino gratuitamente le loro cure e prescrivano medicinali alla malate, ma che cosa avviene nella realtà? Avviene che ciò non si realizza o si realizza in modo inadeguato, perché i medici condotti sono raramente in grado, per motivi vari, di curarle adeguatamente. Fina dal primo marzo 1949 una commissione composta dai sindaci dei paesi interessati, da rappresentanti di organizzazioni e di partiti si recò dal sottosegretario  Andreotti a sollecitare l’interessamento del Governo. Nel giugno 1951, al convegno per la rinascita del cassinate, a cui partecipò anche l’onorevole Di Vittorio, fu constatato che la situazione non era sostanzialmente migliorata, e fu chiesta la solidarietà  di tutte le organizzazioni popolari, di tutti i lavoratori, per ottenere dal Governo provvedimenti concreti. Infine, a Pontecorvo il 14 ottobre scorso ebbe luogo un singolare convegno, mi si consenta di dirlo, davvero singolare. Non so se sia vero che vi fu da parte del ministro degli interni o di qualche suo altro zelante prefetto il tentativo di impedirlo per ragioni di ‘carattere morale’, perché questo convegno avrebbe offeso la pubblica moralità. Ad ogni modo il convegno, anche per l’intervento di alcuni parlamentari presso il Ministero, ebbe luogo, e vi parteciparono le rappresentanti delle 60 mila donne che a suo tempo hanno presentato domande in qualità di vittime civili della guerra, motivate da violenze e danni di vario tipo. Erano 500 delegate. Io ho partecipato a questo convegno e ho visto le 500 contadine venute dai villaggi e dai paesi della piana e delle montagne circostanti. Molte avevano camminato per ore e ore a piedi per arrivare in tempo a Pontecorvo, e non avevano certo mai partecipato in vita loro ad una riunione né tanto meno parlato da una tribuna. Né, credo, queste contadine, queste montanare, che ricordano ancora coi loro costumi le ciociare di un tempo, così ritrose e fiere, avrebbero mai voluto parlare addirittura in un convegno di fronte a tutti della loro mostruosa disgrazia. Invece sono state costrette a fare così. E con quale serietà esse hanno esposto i loro casi dolorosi! E con quanta pietà anche i rappresentanti delle autorità -quei rappresentanti della autorità costituite, che avrebbero dovuto impedire quel convegno- hanno finito, anche essi, per ascoltare ciò che queste donne hanno detto! Che cosa fu chiesto in quel convegno? Ecco: 1°) il sollecito disbrigo delle pratiche giacenti presso l’intendenza di finanza di Frosinone per l’assegnazione delle pensioni, e, in attesa, il pagamento di un indennizzo, di un assegno di cura, da non trattenersi sulla pensione; 2°) la liquidazione degli arretrati di pensione, considerando le somme pagate dal governo francese e da quello italiano come indennità straordinaria, da non trattenersi sulla pensione; 3°) un assegno di cura (quello che oggi mi pare sia riservato, fra le vittime di guerra, ai soli tubercolotici) per impedire efficacemente il diffondersi delle malattie contagiose, derivanti dalle violenze subite (male che, come l’onorevole sottosegretario sa, purtroppo si ripercuote gravemente sulle condizioni dei bambini); 4°) medicine e cure gratuite presso tutti gli ospedali ed ambulatori della zona e da parte dei medici condotti per tutte le donne vittime civili di guerra che abbiano il libretto di pensione o che abbiano in corso una pratica di pensione; 5°) creazione di un centro per la lotta contro le malattie contratte in seguito alle sevizie dei marocchini o conseguentemente diffuse, con funzionamento analogo a quello del centro antimalarico esistente nella zona; 6°) visita immediata ed obbligatoria per tutti i bambini appartenenti alle famiglie delle ‘marocchinate’ ed adozione, naturalmente, dei provvedimenti del caso; 7°) che i parenti di primo grado dei trucidati dai marocchini, a tutti gli effetti, siano considerati alla stessa stregua dei parenti dei morti in combattimento. Ciò che in quel convegno non fu detta ma che era nella mente di tutti era che, in casi di questo genere, non è possibile parlare, non è possibile parlare di riparazione, di risarcimento. Anche se il Governo concedesse tutto quanto allora fu chiesto, anche se il governo provvedesse immediatamente al disbrigo di tutte le pratiche di pensione presentate, anche se tutte queste donne fossero riconosciute come vittime civili di guerra, ciò non basterebbe ancora. La infermità contratta da queste donne non è solo quella che può essere guarita con un anno o due di cure; è una infermità che esse porteranno per tutta la vita. E perciò noi diciamo stasera al Governo: applicate pure le leggi vigenti, finora non applicate o non sufficientemente applicate; ma studiate anche provvedimenti speciali per questa mutilazione orrenda che la guerra ha causato, studiate qualcosa di diverso per questo male diverso da tutti quelli, pure gravi, che la guerra ci ha lasciato da curare. Provvedete a concedere alle donne violentate dai marocchini uno speciale assegno vitalizio, oppure un assegno una tantum, ma adeguato alla pietà che queste innocenti ci ispirano. Pensate alle giovani, alle ragazze, alla tragedia dei bambini, molti dei quali sono già condannati al disfacimento intimo e morale, sono condannati cioè a qualcosa che è peggiore delle peggiori condizioni di denutrizione e di abbandono, pur così tristi, di tanti bambini del nostro paese, soprattutto in molte località del Mezzogiorno e del delta padano. Soffermate il vostro pensiero su queste vittime della guerra, voi che concedete il vostro appoggio a coloro che preparano una nuova guerra. So che vi è chi si finge scandalizzato perché noi prendiamo nel Parlamento e nel paese la difesa di queste donne. Credo piuttosto che ci si debba scandalizzare perché  fra noi vi è chi vorrebbe  coprire questa piaga, questo delitto orrendo che fu commesso contro donne inermi, contro giovinette, con un velo di silenzio, fidando nel fatto che esse vivono lontane dalle grandi città, in villaggi sperduti. Di quei villaggi però conoscono assai bene la strada truffatori e lestofanti che, indisturbati, vanno a proporre contratti di assicurazione che risultano veri e propri furti o a promettere commendatizie per il disbrigo della pratica di pensione, e si fanno consegnare le poche decine di lire, frutto di dure fatiche. Date una sistemazione adeguata a queste infelici. Ve lo chiediamo come lo chiederemmo per qualsiasi innocente vittima di guerra, ma in più con la convinzione che queste meritino speciale attenzione ed aiuto dal Governo. E infine, proprio perché questo Governo stanzia somme ingenti per i suoi programmi di riarmo, dimostri almeno di voler provvedere alle vittime più dolorose della guerra che si è appena conclusa. Non costringetele a riunirsi ancora una volta, ad esporre le loro miserie, ad accusarvi in pubblico. Dimostrate di essere animati da un senso di umanità, se non sapete che sia amore per la pace. (Applausi alla estrema sinistra) PRESIDENTE. L’onorevole Preti, cofirmatario della interpellanza Zagari, ha facoltà di svolgerla. PRETI. In assenza dell’onorevole Zagari, che è il primo firmatario di questa interpellanza, aggiungerò poche parole, dopo l’illustrazione fatta dalla onorevole Maria Maddalena Rossi. La onorevole Rossi, all’inizio del suo intervento ha lasciato quasi credere che abbia potuto essere tacitamente riconosciuto nel 1944 alle truppe marocchine il diritto di saccheggio e di violenza ai danni degli italiani. Io direi che questo va escluso senz’altro. Tuttavia, è certo che questo è uno dei casi più dolorosi della guerra; uno di quei casi che è meglio dimenticare. Purtroppo tutte le guerre, ad onta del progresso della civiltà, provocano dolorose tragedie, nelle quali vengono dimenticati e calpestati elementari diritti e valori umani. Oggi siamo di fronte a donne gravemente contagiate, rovinate materialmente oltre che moralmente; e lo Stato avrebbe dovuto fare il suo dovere nei confronti di queste disgraziate. Purtroppo si deve constatare che lo Stato non ha fatto tutto quello che poteva fare. Come ha ben detto la onorevole Rossi Maria Maddalena, le pratiche di pensione di queste donne cosiddette ‘marocchinate’ languono. Non sembra infatti che gli organi competenti se la prendono molto calda, come si suol dire. Inoltre, vi è anche la dolorosa prospettiva per queste povere donne, che le pratiche di pensione finiscano praticamente nel nulla. Si teme che magari per qualche anno possa essere corrisposto loro un assegno e che poi tutto abbia fine. E’ vero anche che le cure predisposte a favore delle donne contagiate di questa zona sono del tutto insufficienti. Noi riteniamo che il Governo dovrebbe subito provvedere a corrispondere a queste donne le pensioni, indipendentemente da quello che può essere stato dato loro come indennizzo, subito dopo la guerra, o dal governo francese o dalle autorità italiane. In secondo luogo, a coteste disgraziate i medicinali e tutte le altre cure sanitarie dovrebbero essere forniti gratuitamente. In altri termini, dovrebbero essere disposte tutte le misure atte a dimostrare che il Governo si è reso effettivamente conto della gravità della tragedia che ha colpito queste donne. Qui non si tratta solo di chiedere al Governo di fare il suo dovere, applicando la legge vigente. Si tratta di studiare un complesso di norme speciali, desinate effettivamente ad aiutare queste sventurate. E’ necessario che il Governo dimostri che la collettività nazionale ha fatto tutto il possibile per riparare nel migliore dei modi. PRESIDENTE. L’onorevole sottosegretario di Stato per il tesoro ha facoltà di rispondere. TESSITORI. Sottosegretario di Stato per il tesoro. Risponderò brevemente e, spero, esaurientemente. Il problema, indubbiamente, suscita reazioni sentimentali vastissime. Non vi è alcuno che non possa o non debba deplorare i fatti dolorosi che sono avvenuti nella zona di Cassino; ma essi, dal punto di vista giuridico-legislativo, si inquadrano, e debbono inquadrarsi in determinate norme che il potere esecutivo è chiamato ad attuare. Perché, se è vero che la giovane ha subito lo strazio -così come la onorevole Rossi ha descritto, e come purttroppo tutti noi sapevamo, dato che i fatti ormai appartengono alla storia- è colpita per tutta la vita irreparabilmente ed insanabilmente (come avviene del resto per ogni giovane che subisca violenza anche in tempo di pace), è altrettanto vero che anche la madre o la sposa che hanno perduto il loro figliolo o il marito in guerra sono amareggiate da un dolore che nessun risarcimento, nessun trattamento economico sarà mai in grado di sanare: non è valutabile con la misura della monet il dolore umano. Ma, purtroppo, noi siamo chiamati a valutare il fenomeno umano con la freddezza con cui i legislatori sono costretti a valutarlo. Del resto, quando il giudice è chiamato a decidere la misura del risarcimento del danno, che deve essere versato da colui che ha investito con la sua automobile una persona, qualunque possa essere la cifra per il risarcimento, essa non esaurirà mai quello che è il dolore del padre e della madre. Per cui io vorrei che le coloriture di carattere morale e sentimentale non ci distogliessero da quella che è la realtà, cioè la valutazione giuridica e legislativa del fatto. Il problema ha tre aspetti: il primo attiene ai cosiddetti indennizzi che sono stati versati, alle donne che furono vittime di violenze da parte delle truppe di colore; il secondo riguarda il trattamento di pensione, e il terzo è quello relativo all’aspetto igienico-sanitario. Circa il primo punto, non possiamo dimenticare che esiste la legge 9 gennaio 1951, n. 10, che detta norme in materia di indennizzi per danni arrecati con azioni non di combattimento, e per requisizioni disposte dalle forze armate alleate. L’articolo 2 di questa legge rigurada la nostra ipotesi, e stabilisce che l’indennità viene liquidata avuto riguardo ai danni, immediati e diretti, causati da atti non di combattimento, dolosi o colposi -e qui siamo sul piano dell’atto doloso- dalle forze armate alleate, secondo i criteri stabiliti per gli infortuni sul lavoro. Inoltre, il citato articolo dice che la liquidazione avviene con i criteri del regio decreto-legge 17 agosto 1935, e successive modificazioni. In totale, le domande con richiesta di indennizzo furono 17.368, per un importo complessivo di danni pari a lire 654.680.782. Di queste domande, dall’amministrazione centrale ne sono state trattate 9.492; però sono le domande che comportavano un indennizzo maggiore, che rappresentavano i fatti più gravi, dato che furono concessi indennizzi per lire 508.771.740. ROSSI MARIA MADDALENA. In quale epoca? TESSITORI. Sottosegretario di Stato per il tesoro. Fino a tutto il 1951. ROSSI MARIA MADDALENA. Quelli del 1944 sono i risarcimenti concessi dal governo francese. TESSITORI. Sottosegretario di Stato per il tesoro. Esamineremo poi l’intervento del governo francese. Al Governo italiano, dunque, pervennero 17.386 domande di indennizzo ai sensi questa legge e per la somma che ho già citato, che fu in gran parte liquidata. Le restanti domande, trattandosi di casi minori e quindi anche di importi minori, furono trasmesse all’intendenza di finanza di Frosinone, per un complessivo importo di lire 145.149.042. Da quanto risulta, l’intendenza sta procedendo all’istruttoria ed alla liquidazione. Intanto venivano presentate domande alla direzione generale per le pensioni di guerra, rientrando il caso nell’infortunio civile per evento bellico. Le domande, a tutto il 1951, furono 7.639. Di esse ne sono state definite, fino a tutto il dicembre 1951, 2860 e sono in corso di definizione 4.769. Sono tutte domande pervenute di recente (durante il 1951 ne arrivarono circa 3 mila); Il ritardi nella presentazione delle domande di pensione si spiega, probabilmente, con la ritrosia che taluna possa aver avuto nell’esporre il proprio caso, per ragioni evidenti, o perché quelle infelici ritenessero che il loro diritto si fosse esaurito con il pagamento dell’indennizzo una tantum. Fatto sta che alla direzione generale per le pensioni di guerra le domande delle donne che subirono codesto affronto pervennero relativamente in tempo molto recente, e soprattutto quando si seppe che il pagamento dell’indennizzo una tantum non escludeva il diritto al trattamento di pensione. Ora le domande di pensione debbono essere istruite, come richiede la legge: bisogna accertare la veridicità del fatto, bisogna stabilire quali conseguenze il fatto stesso abbia lasciato, al fine di determinare quale trattamento pensionistico debba essere praticato a colei che domanda la pensione, ed inoltre bisogna verificare, una volta liquidata la pensione di guerra, quale sia l’importo dell’indennizzo ricevuto e a quale titolo. Perché anche qui interviene la legge che ho già citato, precisamente l’articolo 3, in forza del quale l’indennità per i danni di cui alle  lettere d) e c) del primo comma dell’articolo 1 non è cumulabile con altro indennizzo né beneficio di qualsiasi natura eventualmente spettante per lo stesso fatto, a carico dello Stato. E’ lo stesso caso di chi, investito da automezzo alleato, abbia domandato indennizzo e contemporaneamente abbia chiesto anche la pensione; ottenuta questa, quella qualsiasi somma che gli sia stata liquidata come indennizzo una tantum gli deve essere realmente trattenuta, perché l’articolo 3 della legge 9 gennaio 1951, n. 10 così prescrive. E la legge 10 agosto 1950, n. 548, attualmente in vigore per la liquidazione delle pensioni di guerra, non è stata modificata dalla legge del 1951, che essendo successiva è, a fortiori, la legge che deve essere applicata. Perciò non si tratta di indennizzi versati a titolo di soccorso immediato, ma degli indennizzi veri e propri, sempre che siano a carico dello Stato italiano, che non possono non essere recuperati finché la legislazione resta quella che è; ripeto che la legge che impone questo obbligo del recupero, sia pure graduale, delle somme ricevute è dell’anno scorso. Ora, per quanto attiene al disbrigo delle pratiche di pensione, posso dare assicurazione che, compatibilmente, coi mezzi a disposizione dell’amministrazione, esse sono ritenute in particolare rilievo ed hanno, finché è possibile, precedenza dopo esaurita l’istruttoria necessaria. Rimane il terzo punto, quello già relativo alle misure di natura igienico sanitaria che sono state rese e che dovrebbero essere prese. Rilevo in primo luogo un fatto che risulta dalle cifre che ho indicato e cioè che non si può parlare di 60 mila donne che abbiano subito violenza: non si arriva nemmeno a 20.000. Una delle due, infatti: o ci dobbiamo attenere alle domande di pensione e di indennizzo che sono state presentate, o dobbiamo supporre che circa due terzi delle violentate, anzi più di due terzi, non abbiano creduto di farsi vive. Detto questo, come dato incontrovertibile in possesso dell’amministrazione centrale, passiamo all’aspetto igienico sanitario. Ho qui i dati, in riassunto, forniti dall’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità, trattandosi di cose che riguarda la sua competenza. Si fa presente che fin dal 1944, non appena cioè pervennero notizie dalle zone funestate dalle truppe marocchine, fu fatta l’inchiesta ed inviata in provincia di Frosinone un autotreno completamente attrezzato per l’assistenza nei luoghi colpiti e privi di possibilità di comunicazione. Vennero così dislocati 40 armadi farmaceutici nei comuni rimasti senza farmacia, forniti di preparati antileutici, antimalarici, antiscabbiosi, disinfettanti e vaccino antitifico. In ogni comune le vittime dei marocchini furono visitate da uno specialista. E’ da notare che molte di esse furono anche ricercate sulle montagne e nei campi. Il servizio democeltico fu incrementato. Un sanitario esperto in dermosifilopatia venne incaricato di provvedere all’istituzione di ambulatori e di assicurare uno speciale servizio di assistenza e di profilassi. Con l’adozione di questi provvedimenti, i comuni della provincia di Frosinone maggiormente colpiti furono visitati almeno due volte la settimana. Le donne contagiate, secondo le condizioni sanitarie di ciascuna  di esse, furono ricoverate, a completo carico dello Stato, in vari ospedali e curate ambulatorialmente con somministrazione completamente gratuita di medicinali; vennero anche elargiti sussidi in denaro. Senonché, nonostante il complesso di tali provvidenze, attuate fra non lievi difficoltà e attraverso un’opera di persuasione nei confronti delle contagiate, nel 1946 si verificò una recrudescenza nella diffusione di malattie veneree, specialmente di endometriti blenorragiche, in qualche comune della valla del Liri e soprattutto ad Esperia. Ciò ebbe ad attribuirsi al fatto che varie donne violentate, per spiegabili motivi di riservatezza e di pudore, non si presentarono tempestivamente alla visita medica, mentre altre decisero di sottoporsi alle cura sanitaria solo dopo l’aggravamento della malattia. Inoltre, il ritorno di vari sinistrati e dei reduci contribuì alla diffusione (come avvenne in altre parti d’Italia, e come del resto è sempre avvenuto) di casi di malattie veneree, che almeno in parte sono da ritenersi indipendenti dai fatti del 1944. L’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità, preoccupato di questo fenomeno di recrudescenza di malattie veneree e per attuare a fondo una azione profilattica ed assistenziale in tutta la provincia di Frosinone, inviò sul posto un proprio ispettore dermosifilografo, docente presso l’università di Roma, col preciso incarico di colmare ogni deficienza rilevata nei servizi e di adottare i provvedimenti necessari con larghezza di mezzi. Questa iniziativa diede risultati notevoli. Infatti, alla fine del 1947, in tutta la provincia di Frosinone, vennero riscontrate solo 42 donne affette da sifilide e, di esse, solo due con manifestazione contagiosa in atto; 217 donne, invece, furono trovate affette da endometrite blenorragica. Essendo infine risultato che  degli elementi del luogo, certo con intenti non eccessivamente morali, volevano matenere sempre viva l’agitazione, evidentemente allo scopo di poter continuare ad ottenere aiuti in danaro, nel giugno del 1950 l’Alto Commissariato, per risolvere il problema sanitario e scinderlo dal problema del trattamento economico, ritenne di compilare per ciascuna delle donne assistite una cartella clinica, corredata da accurate indagini sierologiche per la lue, e completata in tutte le parti. Questa indagine, praticata con scrupolo e a distanza di anni dal fatto, ha rivelato in modo definitivo (secondo gli accertamenti eseguiti dall’Alto Commissariato) una infezione rimasta ignorata, o ha escluso un presunto contagio. Infatti alla fine del 1950, solo tre donne in tutta la provincia avevano chiesto il ricovero, e tutte e tre vennero riscontrate sane. Quindi, è accertato ormai, attraverso tutte queste indagini e attraverso tutti questi controlli eseguiti in loco, che le vittime delle truppe marocchine non hanno più bisogno di una particolare assistenza sanitaria. Perciò io non posso escludere che se si eleva rimprovero al Governo di non aver attuato tutto ciò che era umanamente possibile nel settore igienico sanitario, il rimprovero non ha fondamento nella verità  e realtà dei fatti; se lo si rimprovera e lo si critica per quanto attiene invece all’aspetto economico del problema, il Governo ha fornito le cifre, che sono tali per cui la conclusione non penso possa essere di critica. Ho già detto che le leggi sono quelle che sono, che non credo si possa in questa sede e in questo momento nemmeno delineare largamente quali potrebbero essere le modificazioni, se modificazioni sono necessarie, quali potrebbero essere i lineamenti di una modificazione della legislazione esistente in questa materia. Comunque, se di modificazione si dovrà parlare, ne discuteremo in altra sede e se ci dovrà essere una modificazione non penso che gli argomenti che stanno al fondo delle tesi portate dalla onorevole Rossi possano essere di per sé sufficienti per una modificazione legislativa, soprattutto perché gli stessi argomenti potrebbero essere prospettati a favore di altre categorie di vittime civili. ROSSI MARIA MADDALENA. Come si vede che ella non è una donna! TESSITORI. Sottosegretario di Stato per il tesoro. Ella prospetta un problema di modificazione sostanziale del sistema pensionistico, che da pochissimi mesi il Parlamento italiano ha approvato, approvandone quindi anche quelli che sono i presupposti giuridici e le ragioni politiche. E pertanto la mia risposta non poteva essere diversa. PRESIDENTE. L’onorevole Rossi Maria Maddalena ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatta. ROSSI MARIA MADDALENA. Risponderò molto brevemente all’onorevole sottosegretario. Anzitutto vorrei, se mi permette, rivolgergli una domanda: come mai queste donne scendono  dalle loro montagne a centinaia, si riuniscono a convegno, oppure si recano in delegazione presso i sindaci, i prefetti, mandano addirittura delegazioni a Roma per chiedere il disbrigo delle pratiche di pensione, per lamentare che, ricevuto il libretto di pensione, non percepiscono un soldo, per reclamare medicinali a cure? Io mi domando come mai, se è vero ciò che afferma il rapporto dell’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità, cioè che nella provincia di Frosinone soltanto tre donne in un anno hanno chiesto il ricovero in ospedale ed è risultato poi che queste tre donne non sono nemmeno contagiate, come mai allora centinaia di donne si riuniscono per gridare il loro orrore per il male che le ha colpite, per invocare l’assistenza medica? E’ veramente un mistero. Ad ogni modo, poiché noi non possiamo dimenticare il loro grido, né ciò che apprendemmo quando ci incontrammo con queste donne nella loro provincia, nei loro villaggi, penso che non ci resti che una sola cosa da fare: riferire a queste donne le parole dell’onorevole sottosegretario, ricercare in ogni villaggio, in ogni piccolo comune coloro che hanno presentato la domanda di indennizzo, di pensione e riferire loro che, secondo l’onorevole sottosegretario, tutti o quasi tutti sono stati soddisfatti e non hanno altro da chiedere. Non resterà dunque che cercare le migliaia di infelici che subirono la peggiore delle violenze e dimostrare loro, con le parole dell’onorevole Tessitori e del Governo, che la loro situazione è ormai regolata e che soltanto una piccola minoranza non ha ancora ricevuto quella che le spetta. Me permetto però di dubitare dei dati ottimistici che sono stati sottoposti all’onorevole sottosegretario a proposito delle guarigioni delle contagiate. Ho visto con i miei occhi centinaia di  donne malatissime, raccapriccianti a guardarle, tanto che c’era da chiedersi come mai possano continuare a vivere in quello stato. Ho visto bambini macilenti e deformi, diversi da tutti gli altri, più miseri, delle zone più povere del paese. E quanto alle pratiche di pensione, se all’onorevole sottosegretario risulta che tutto va bene e che tutto ciò che doveva essere fatto è stato, a noi risulta che non è così. Ma su un altro aspetto del problema io voglio solo per qualche minuto soffermarmi. L’onorevole sottosegretario non ha voluto - almeno così ho compreso - impegnarsi per alcuna modificazione della legge vigente. Egli afferma che non vede la necessità nemmeno di delineare quale potrebbe essere una modificazione della legge vigente, di cui noi conosciamo bene i limiti. Ora, se l’onorevole sottosegretario ritiene che le sevizie inflitte a queste donne dalle truppe marocchine siano in qualche modo paragonabili  a qualsiasi altra sventura che la guerra può arrecare, per grande che essa sia (e lo dico avendo qui accanto a me un collega che ha avuto la sventura di perdere il proprio figlio in guerra), se crede che questa sventura sia paragonabile a qualsiasi altro lutto o dolore di cui la guerra sia causa, mostra di non avere un briciolo di sensibilità, mostra di non sapersi nemmeno soffermare un momento a considerare il fatto che il caso e non altro ha voluto che ueste donne e non quelle della sua famiglia, quelle che gli sono più care, avessero a subire questa dura sorte. Voi pensate che la vita di queste donne sarebbe colpita nella stessa misura se esse avessero perduto uno dei loro cari in guerra? No, non è la stessa cosa. Noi  conosciamo le madri che hanno perso i figli, le mogli che hanno perso i mariti: noi le amiamo, le onoriamo, manifestiamo loro la nostra intera solidarietà, sì che esse trovano qualche volta una sorta di conforto nel sapere che il loro lutto è condiviso, che la memoria dei loro cari scomparsi è sacra a milioni di cittadini. Ma queste donne no! Per queste non c’è conforto possibile. Si devono nascondere, come se si sentissero infette anche moralmente. A queste donne si vorrebbe vietare di parlare della loro sventura, di riunirsi, di reclamare, in nome della pubblica moralità! Inoltre, ella ha confrontato questa sventura a quella di una persona che perde un congiunto in una disgrazia automobilistica o non so che altre. Onorevole sottosegretario, se mi permette, questo non lo doveva dire. Non si deve confrontare questa sventura con altre, piccole o grandi che siano, né tantomeno collocarla nella categoria degli ‘incidenti’. Altrimenti non basta più parlare di insensibilità, perché si tratterebbe di cinismo. Ella non ha voluto impegnarsi a proposito di modificazioni da apportare alla legge per questo caso che è diverso per qualsiasi altro. Ed è chiaro che non ha voluto impegnarsi proprio perché non trova questa violenza più orrenda e ripugnante di qualsiasi altra violenza che la guerra può recare con sé. Ebbene, se il Governo non vorrà prendere in considerazione questa nostra proposta, presenteremo noi una proposta di legge che preveda un trattamento speciale, diverso dagli altri, per queste vittime, che sono vittime diverse dalle altre. Il paese giudicherà, dirà se noi abbiamo fatto bene, o se abbiamo fatto male. Dirà se abbiamo mostrato maggiore o minore sensibilità, maggiore o minore senso democratico e cristiano di quello dimostrato dai membri del Governo. PRESIDENTE. L’onorevole Preti ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto. PRETI. La collega Rossi è stata forse eccessivamente severa nei confronti dell’onorevole sottosegretario; ma anch’io penso che la risposta non possa ritenersi del tutto soddisfacente, anche se non si può disconoscere che dal punto di vista formale essa è esauriente. Tra l’altro il sottosegretario ci ha fornito dei dati che francamente noi non conoscevamo, e che dimostrano inesatte parte delle informazioni che ci erano pervenute. Ma ciò non toglie che l’onorevole sottosegretario pecchi di eccessivo formalismo. In fondo il Governo, per bocca sua, si è limitato a dire che le leggi esistenti sono state applicate, e che allo Stato, conseguentemente, non può essere fatta nessuna colpa. Onorevole Tessitori, ella è persona molto sensibile, che svolge il suo delicato compito con non comune dedizione: come tale ella non può limitarsi alla risposta del tutto burocratica che ci ha fornito. Può darsi che nelle lamentele pervenute a noi ed a lei vi siano delle esagerazioni; però qualche cosa di reale deve pur esserci. Ella, occupato come è, probabilmente non ha ancora avuto il tempo di interessarsi a fondo della questione. Ecco, io le chiedo proprio di fare un approfondito esame, soprattutto sul piano umano. Se ella lo farà, forse giungerà a conclusioni diverse da quelle a cui è giunto stasera; forse ella si convincerà che, per quanto le leggi esistenti siano state applicate dal Governo non possa essere attribuita colpa alcuna, tuttavia vale la pena di fare qualche cosa di più per la risoluzione di questo problema, in modo anche che nessuno di noi abbia più necessità di portarlo alla Camera e di scriverne sui giornali. PRESIDENTE. Lo svolgimento delle rimanenti interpellanze all’ordine del giorno è rinviato ad altra seduta, su richiesta del Governo.     

GIORNATA CONCLUSIVA DELLA MOSTRA “OLTRE DAFNE FERMARE APOLLO”EVENTO ONLINE: “FERMARE APOLLO? PRIMUM PREVENIRE”

  

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