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PROSSIMI APPUNTAMENTI SEDE NAZIONALE

Rendicontazione dei contributi pubblici ricevuti nell’anno 2021 

(Ex Legge 124 del 2017)  DATA DI INCASSO SOGGETTO EROGATORE CAUSALE SOMMA INCASSATA 06/04/2021 Presidenza del Consiglio dei Ministri Progetto digitalizzazione Archivio Centrale €   8.000,00 23/12/2021 Ministero della Cultura Progetto riordino Archivio Centrale €   5.138,00 24/12/2021 Ministero della Cultura Progetto fondo Tola (fase 1) €   3.000,00 TOTALE   € 16.138,00  ​

70 anni dopo riparte la marcia inarrestabile delle donne

(da Ansa) Due giugno, Festa della Repubblica, ma anche data ideale per celebrare "l'inarrestabile marcia delle donne verso la parità", a 70 anni - era il 1952 - dal primo Congresso delle donne sarde. Il 2 giugno le donne dell'Isola si riuniscono, stesso luogo di 70 anni fa - il Teatro Massimo di Cagliari - "per far rivivere lo spirito unitario e il tratto trasversale di quel primo Congresso - sottolinea Carmina Conte, presidente di Coordinamento3, che promuove l'iniziativa - e lanciare una grande alleanza fra le donne in Sardegna e fuori dall'Isola".     Il secondo Congresso è l'occasione per una riflessione a più voci, tra la rievocazione di una data emblematica e rivendicazioni ancora in agenda. Nel 1952 arrivarono a Cagliari dalle campagne e città dell'Isola, in corriera, in treno, su carri trainati da cavalli, circa 3000 rappresentanti di diversi schieramenti e realtà. Oggi Coordinamento3 con lo stesso spirito chiama a raccolta rappresentanti della politica e delle istituzioni, della società civile, delle professioni, l'associazionismo, donne immigrate ed emigrate. Accanto alla rievocazione le esigenze irrinunciabili di oggi, al centro della giornata, dalle 11 fino a sera. Quattro i momenti, con Maria Francesca Mandis, Bruna Biondo, Anna Paola Marongiu e Debora Porrà: la ricostruzione del primo Congresso, con l'omaggio a Nadia Gallico Spano, madre Costituente, fra le protagoniste di quella giornata, alla presenza della figlia Chiara; l'attualità con focus su lavoro (Luisa Marilotti), salute delle donne (Rita Nonnis), violenza di genere (Patrizia Desole) e rappresentanza (Rita Corda); la firma di un Protocollo d'Intesa con Coordinamento Donne Fasi; nel pomeriggio Carla Puligheddu, vice presidente di Coordinamento3, rivolgerà lo sguardo al futuro con l'esigenza di proposte di modifica della legge elettorale regionale, per una reale e paritaria presenza femminile nel Consiglio regionale.    Dopo i saluti istituzionali, tra cui il presidente della Regione Christian Solinas, la vice ministra del Mise, Alessandra Todde, l'assessora regionale al Lavoro Alessandra Zedda, e il sindaco di Cagliari, Paolo Truzzu, la parola alle studiose degli Atenei di Cagliari e Sassari Ester Cois, Maria Rosa Cardia, Antonietta Mazzette e Maria Lucia Piga. Poi Vittoria Tola (Udi), Serafina Mascia (Fasi), la costituzionalista Carla Bassu, Pupa Tarantini, presidente del Congresso.    In collegamento video da Roma i saluti della neo presidente del Wwf Italia Daniela Ducato.   

Partita di calcio tra Carabinieri e giornalisti per ricordare Federico

da tgcom24 La partita, diciamolo subito, è finita 4 a 0 per i Carabinieri. I Giornalisti hanno tentato di resistere, ma in questo "2º Trofeo Carabinieri Giornalisti" una nota positiva, da un punto di vista calcistico c’è: l’anno scorso le "pappine" rifilate sono state 5. Cinque reti segnate dai militari dell'Arma. Ma, in fondo, anche questa volta a vincere sono stati tutti quanti. In primo luogo, Federico, in onore del quale l’Arma dei Carabinieri ha voluto sostenere l'iniziativa pensata dalla mamma del piccolo ucciso il 25 febbraio del 2009 dal papà con 37 coltellate e un colpo di pistola alla nuca durante un incontro protetto all'interno del consultorio di San Donato Milanese, alla presenza dei due assistenti sociali e dell'educatore. Dalla disperazione della madre è nato qualcosa di positivo portato avanti concretamente dall'Associazione "Federico nel cuore".   Oltre ad una serie di iniziative per promuovere una legge a tutela dell'infanzia (il Ddl 2417 attualmente in Commissione Giustizia del Senato) l'Associazione "Federico nel cuore" ha organizzato questo torneo ormai istituzionalizzato per volontà dell’Arma e dei Giornalisti. "La mamma di Federico ha sempre detto che in questa tragica vicenda lei aveva avvertito intensamente la presenza dei Carabinieri che avevano sempre tentato di proteggere il suo bambino – racconta Enrico Fedocci, cronista del Tg5 - ma anche quella dei giornalisti che hanno sempre dato voce alla sua richiesta di giustizia". "Per questo, Antonella ed io – continua Fedocci - abbiamo deciso di mettere insieme queste due realtà positive in una partita di calcio, rispondendo con un messaggio di speranza ad una tragedia che ha scosso fortemente l’opinione pubblica".  "Idealmente siamo qui - ha detto il Generale Andrea Taurelli Salimbeni, Comandante della Legione Carabinieri Lombardia che per l’occasione ha tolto l’uniforme entrando in campo e giocare la partita - per ricordare un bambino e per sostenere l’esempio di questa mamma che non si arrende e che, attraverso la memoria del proprio figlio tragicamente perso vuole stare accanto a tutte le mamme che sono in difficoltà".  "Qual è il senso che unisce tutti coloro che sono qua - ha aggiunto il Generale Iacopo  Mannucci Benincasa, Comandante Provinciale dei Carabinieri di Milano - io penso che sia il desiderio, la voglia e l’impegno di mettersi al servizio degli altri. E l’esempio migliore è dato dalla signora Antonella: anziché, in questi anni, rinchiudersi in quello che è il suo legittimo dolore, ha inteso non solo far rivivere la memoria di suo figlio, ma si è messa al servizio degli altri, con un impegno concreto, attivo".  L’evento, patrocinato dal Comune di Milano e sponsorizzato da Radio Lombardia, si è svolto sabato pomeriggio alle 14 nel campo di via Alessandro Fleming 13, presso il Centro Sportivo US Triestina. "Avevo due modi di reagire alla tragedia dell’omicidio di mio figlio – ha spiegato Antonella Penati, Presidentessa dell’associazione – uno di questi era mettermi al servizio degli altri per fare in modo che non accada mai più e che bambini sfortunati come il mio piccolo possano essere salvati”. I Carabinieri avevano raccolto le tante denunce di Antonella. "Il luogotenente Vincenzo Gullo della Stazione di San Donato Milanese ha avuto un ruolo fondamentale nel tentativo di salvare Federico – spiega Antonella – a tal punto che il mio bimbo parlava di lui definendolo 'il suo Comandante'. Federico, nato il 19 aprile del 2000, proprio grazie a quel rapporto così stretto con l’investigatore avrebbe voluto fare il Carabiniere per aiutare gli altri". Oggi Federico avrebbe 22 anni. In questa seconda edizione del Trofeo l'associazione ha organizzato con gli studenti dell'istituto Iqbal Masih un concorso d'arte finalizzato alla realizzazione di una maglia contro la violenza. "Un’importante iniziativa che vede coinvolti i giovani al fine di favorire tra le nuove generazioni la diffusione di una cultura non violenta", ha commentato Antonella Penati. Presente all’incontro, in rappresentanza del Comune di Milano, il Consigliere Comunale e vicepresidente Commissione Sicurezza e Coesione Sociale, Daniele Nahum. "L’impegno di Antonella dimostra come un dolore non guaribile possa trasformarsi in una storia di testimonianza civile. Quella che sta portando avanti – ha concluso il rappresentante del Comune di Milano – è anche una battaglia per i diritti dei minori a cui deve essere garantita protezione verso un genitore aggressivo e violento".  "Io conosco Antonella da tanto tempo e cerco di lavorare a seguito di ciò che ho imparato e capito dalla sua tragica esperienza - ha detto Diana De Marchi, Assessore al Lavoro della città Metropolitana di Milano - il problema è che spesso, troppo spesso, le donne e i bambini non sono creduti perché a volte non c’è preparazione e formazione sul tema". "Il giornalismo fa grande cronaca ma deve prestare attenzione al linguaggio che, talvolta, inconsapevolmente sembra assolvere l’aggressore, ma soprattutto il giornalismo deve imparare a fare prevenzione, promuovendo con costanza i temi di dibattito civile anche quando questi restano ai margini dell’agenda politica proprio come il caso di Antonella", ha chiosato Alessandro Galimberti, già Presidente dell’Ordine Lombardo e dell’Unione Nazionale dei Cronisti.

Ayten Öztürk, sopravvissuta al "Centro Segreto di Tortura" di Ankara: «Sono stata torturata per 6 mesi

​Ayten Öztürk, rapita in Libano, portata in Turchia con un aereo privato, ferocemente torturata per 6 mesi ad Ankara, è comparsa in tribunale e ha parlato per la prima volta dei giorni della sua tortura.Si è stimato che ci sono 27 persone prelevate dai cosiddetti "SUV neri Black Transporters" e portate al Centro Segreto di Tortura, organizzato ad Ankara come la Guantanamo della Turchia.Ayten Öztürk è conosciuta per essere la prima donna sottoposta a tortura in questo luogo.Per il fatto di essere una donna, le torture hanno assunto su di lei forme più pesanti, inclusa la tortura sessuale.  Dopo essere stata presa in custodia l'8 marzo 2018 in un aeroporto libanese è stata consegnata alle autorità turche dopo averle messo un sacco sulla testa e portata ad Ankara su un volo speciale; Ayten Öztürk è comparsa davanti al giudice dopo più di un anno, e ha reso una lunga testimonianza sulla tortura alla quale è stata sottoposta in una sconosciuta sede governativa ad Ankara, per 6 mesi.   Ayten Öztürk ha dichiarato che la data e il luogo ufficiali dell'imprigionamento appaiono nei documenti come il 28 Agosto 2018 nel dipartimento Anti- terrorismo di Ankara, ma questo non riflette il vero: lei è stata illegalmente condotta in un centro di detenzione il 13 Marzo 2018 ed è stata consegnata alla polizia, a mezzanotte, in un campo isolato, dopo 6 mesi di tortura. SCOMPARSA PER 6 MESIAyten Öztürk ha reso testimonianza con ogni dettaglio alla Terza Alta Corte Penale di Istanbul sui 6 mesi di pesanti torture, in un processo che la vedeva accusata di essere un membro del DHKP-C2. Ayten ha anche rivelato l'importante informazione sull'esistenza di un centro segreto per le torture ad Ankara, come è emerso dalle azioni dei cosiddetti "SUV neri".3Öztürk ha affermato che il 13 di Marzo è stata prelevata e consegnata, con gli occhi bendati, alle autorità turche da funzionari libanesi, ed è stata condotta in Turchia con un aereo privato. Ha affermato di essere stata tenuta in un appartamento governativo, che non sa localizzare, e di essere stata torturata continuamente per quasi 6 mesi, dal 13 Marzo 2018 al 28 Agosto 2018.Le 12 pagine di testimonianza in tribunale di Öztürk riportano precisi dettagli sulle modalità di tortura, in tutto simili al trattamento delle persone che sono state sequestrate dal MIT4 (la CIA turca) per mezzo dei cosiddetti "SUV neri".Ad oggi, sono 27 le persone rapite riconducibili a casi che riguardano il Movimento di Gulen. I sopravvissuti hanno riportato che c'erano altre persone sotto tortura, alcuni di loro probabilmente Curdi siriani.La famiglia di Ayten è di origine araba-siriana; sono cittadini della "repubblica" [le virgolette sono del traduttore] turca. Öztürk, laureata, ha vissuto con la sua famiglia ad Hatay, poi in Siria per un breve periodo, dopo il Libano. In seguito all'aggravarsi delle condizioni politiche, ha tentato di raggiungere un paese europeo, ma è stata trattenuta all'areoporto in Libano e rimandata in Turchia senza rispettare le regolari procedure.«QUESTO LUOGO È IL FONDO DELL'INFERNO»Dopo essere stata condotta in Turchia con un aereo privato, Öztürk è stata sottoposta a pesanti percosse, scosse elettriche, torture sessuali e psicologiche. Sul suo corpo sono state impresse centinaia di ferite provocate dalle torture; ha perso peso fino ad arrivare a 40 chili. Öztürk, che è stata torturata da individui che -ha riferito- erano istruiti sull'anatomia umana, ha raccontato di essersi trovata vicina a morire molte volte, che è stata presa in carico da una squadra "speciale" [le virgolette sono del traduttore], poi nuovamente torturata. Öztürk ha dichiarato che la squadra di torturatori chiamava quel luogo "the back of beyond": il fondo dell'inferno. Ayten ritiene che il luogo fosse il seminterrato di un edificio amministrativo del governo, perchè sentiva rumori di tacchi femminili dal piano di sopra quando cominciava il turno di lavoro.Ayten Öztürk che è stata tenuta nuda davanti ai suoi torturatori, porta ancora i segni delle torture, come i supplizi delle cinghie, le torture alle falangi, l'alimentazione forzata5. I suoi genitali sono stati violentati con un manganello, è stata costretta in un box chiamato "bara" [le virgolette sono del traduttore], le sue dita sono state bruciate; è stata tenuta sott'acqua fino al limite dell'affogamento. Nella sua testimonianza in tribunale, Ayten ha descritto tutti i dettagli delle torture, e ha fatto in modo che le sue dichiarazioni venissero registrate.Öztürk è la sola donna che si sappia essere stata rapita e condotta al centro di tortura di Ankara durante lo stato di emergenza. Rispetto alle altre vittime, Öztürk ha dovuto subire metodi di tortura differenti, per il fatto di essere donna. E ancora di più nei periodi del mestruo.Öztürk sentiva i suoni delle torture, le grida e i pianti provenienti dalle celle vicino a lei; ha sentito anche che i torturatori hanno detto a chi veniva torturato nelle celle accanto: "Dovrei portarti i tuoi «fratelli»”6. IL PROLUNGAMENTO DELLA DETENZIONEÖztürk, che era difesa dagli avvocati dello studio legale di difesa dei cittadini, è apparsa all'udienza molto deprivata. Ha reso noti i suoi problemi di salute e i farmaci che dovrà assumere per lungo tempo, a causa delle torture subite.Ayten Öztürk, dopo aver detto che è "stata in grado di sopravvivere grazie all'aiuto dei suoi amici difensori", ha chiesto di essere scarcerata.La corte, composta da tre giudici fra i quali due erano donne, ha deciso di prolungare la detenzione e ha aggiornato l'udienza al 3 Novembre 2019.Il testo integrale della difesa di Ayten Öztürk registrato alla Terza Alta Corte Criminale è una testimonianza di valore storico, che mostra l'esistenza della tortura sistematica in Turchia.Il testo completo della difesa, che contiene informazioni di sconvolgente violenza, è quello che segue: LA DIFESA DI AYTEN ÖZTÜRK: IL TESTO COMPLETO Sono stata rilasciata dopo aver sostenuto la mia prima difesa su questo caso il 10 Settembre 2018, attraverso il sistema di videoconferenza denominato SEGBIS (Sound and Vision Information Technology System)7.Comunque, dopo che il mio caso ad Ankara si è unito con questo caso, io sono tornata ad essere incarcerata con il processo ancora in corso.Il motivo principale per intentare una causa contro di me ad Ankara era il fatto che io fossi ricercata per il mio caso ad Istanbul, cosa della quale non ero a conoscenza. Il mio rilascio dal processo di Istanbul dovrebbe far decadere anche il motivo per un mandato di arresto da parte di Ankara.Ciò nonostante, ancora, in modo inspiegabile, la mia incarcerazione continua. Risponderò a tutte le contestazioni a mio carico per entrambe le cause, ma prima voglio dirvi cosa ho dovuto passare prima di arrivare qui. Ho cercato una pubblica autorità alla quale poter dire cosa ho dovuto passare per circa un anno. Ogni volta che ho provato a raccontarlo, sono stata bloccata e ignorata. Tuttavia, i fatti non possono essere occultati o coperti e, alla lunga, vengono alla luce. Per questo, chiedo formalmente che quello che dirò ora venga registrato.Quello che sto per raccontare riguarda il mio arresto, che è stato solo una montatura, dopo che ero stata torturata per sei mesi, illegalmente e illegittimamente [i corsivi sono del traduttore], in un luogo segreto. Quello che ho passato è inumano e al di fuori di qualsiasi legge, sotto tutti gli aspetti.La data ufficiale della mia detenzione per il procedimento di Ankara è il 28 Agosto 2018. Questa è la data ufficiale registrata negli atti della polizia. In realtà, io sono stata "non ufficialmente" [le virgolette sono del traduttore] torturata in un luogo segreto per sei mesi, prima del 28 di Agosto. Quindi, la data negli atti ufficiali di custodia è scorretta e falsa.Sono stata trattenuta l'8 marzo 2018 dalle autorità libanesi in un aeroporto libanese. Quando ero sotto arresto, una persona di nome "Kadri", del Consolato turco, mi ha parlato e mi ha scattato delle foto con il suo telefono. Dopo questo incontro le autorità libanesi, in modo vergognoso, hanno frugato nei miei effetti personali insistentemente. Non c'erano prove di crimine. Il motivo per cui mi hanno tenuto in custodia sarebbe stato che avevo un passaporto comprato da contrabbandieri e appartenuto a qualcun altro. Vivevo in Siria da dieci anni. Volevo andare in Europa con l'ottenimento di un passaporto che mi permettesse di andarci senza visto, per le condizioni di guerra che c'erano là. [in Siria, n.d.t.].Le autorità libanesi hanno detto che mi avrebbero rilasciata. Ma il pomeriggio del 13 Marzo [2018, n.d.t.], mi hanno condotta all'aeroporto di fretta. Ci sono stata portata con i miei occhi bendati, e le mie mani erano ammanettate dietro la schiena. Quando siamo arrivati all'aeroporto, hanno liberato le mie mani e gli occhi, nell'auto. Si trattava di un ingresso privato all'aeroporto. Poi mi hanno portata di corsa in un punto cieco. Delle persone, le cui facce non ho visto, là mi hanno bendata velocemente e hanno messo un sacco sulla mia testa. Hanno ammanettato le mie mani da dietro. Mi hanno gettata su un aereo in modo violento con la stessa velocità e panico. Ho capito dalla manovra lenta dell'aereo che si trattava di un velivolo privato.Sono stata condotta in Turchia dal Libano dopo circa 1 ora. Quando sono stata fatta scendere dall'aereo, ho tentato di urlare che ero stata rapita e chi ero. Per questo, mi hanno fasciato la bocca con del nastro e me l'hanno chiusa usando le loro mani. Mi hanno chiuso la bocca in modo così stretto che mi hanno impedito di respirare. Mi hanno spinta violentemente in un posto, a una distanza di circa 15 passi dal punto di atterraggio.Le stesse persone, rapidamente, hanno aperto le mie manette nel posto dove eravamo entrati, e a forza mi hanno spogliata nuda con violenza. Una volta denudata, mi hanno trascinata e mi hanno gettata in una cella insonorizzata. Ero ancora bendata.Hanno buttato dentro la cella due pezzi dei miei vestiti. Ho aspettato per un po' di tempo con le mani legate dietro la schiena e bendata. Di nuovo poi, hanno aperto violentemente la porta e mi hanno messa velocemente in un posto che si trovava a sei passi da lì. Mi hanno messa su una sedia, e sono usciti.Poi una voce, che non pronunciava bene la lettera "R", nella stanza: "Benvenuta, Ayten. Noi sappiamo chi sei. E vogliamo imparare da te alcune cose. In effetti noi sappiamo tutto, ma ne vogliamo la conferma. Parlerai?" ha chiesto.Io a loro non avevo niente da dire. Una persona, ho pensato che fosse di mezz'età, parlava il turco molto correttamente: "Ascolta: nessuno ti parlerà eccetto me. Siamo solo io e te in questa stanza. Niente telecamere, quello di cui parliamo rimarrà tra noi. Poi tu esci." ha detto.Quando ho detto di nuovo che non avrei parlato, lui con un tono più duro: "Mi è stato dato pieno potere su di te. Questo stato ha usato un aereo privato per te. Questo posto è diverso da tutti gli altri posti. Ognuno qui fa il proprio lavoro professionalmente. Tu non puoi uscire fuori di qui se non parli. Ti facciamo soffrire per mesi e anni. Non danneggeremo la tua integrità fisica. Parlerai?" ha chiesto.Gli ho detto che non avrei parlato in nessuna circostanza, soprattutto in un luogo dove venivo torturata, da persone che non conoscevo.L'uomo che mi interrogava ha detto: "Questa non è una stazione di polizia o una prigione, non c'è un limite di tempo. Qui c'è solo Dio, e noi. E noi facciamo quello che vogliamo". Quando gli ho detto, di nuovo, che non avrei parlato, mi hanno riportata nella cella.Per circa 25 giorni, le mie mani sono state legate dietro la schiena e sono rimasta bendata. Avevo anche un sacco sulla testa. All'inizio, non ero in grado di distinguere gli intervalli di tempo in cui aprivano la porta. Stavo concentrando il mio cervello per non perdere il senno o la coscienza. Potevo tenere la conta dei giorni sulla base delle aperture e chiusure della porta. Sapevo che era mattino quando provavano a obbligarmi a fare colazione.Due volte al giorno la porta veniva aperta per darmi forzatamente del cibo, e tre volte per portarmi al bagno. Hanno provato a costringermi a mangiare. Il primo giorno ho solo bevuto acqua. Mi davano un bicchiere d'acqua quando mi portavano al bagno. A volte non mi davano neanche quello. Nella minuscola cella, soffocavo con il sacco sulla testa, e avevo difficoltà a respirare. La mia bocca, la gola e il naso si sono seccati per la sete. A volte mi sanguinava il naso, e il sangue si accumulava sulle mie mani e sul viso fino a seccare.Eccetto che per andare al bagno, le mie mani erano legate tutto il giorno. Rimanevo bendata anche quando ero in bagno. Avevo dolore, gonfiore e indolenzimento alle braccia a causa delle manette. C'erano piaghe sui miei polsi. Anche se venivo portata in bagno bendata, mi sono accorta che la porta rimaneva mezza aperta. Quando ho detto: "Così potete vedermi!", loro urlando mi hanno risposto: "Sì, se vogliamo".Ogni istante là dentro diventava tortura. "Non ci sono cose come onore, moralità, decenza qui. Tutto questo rimane fuori", urlavano.All'inizio venivo interrogate dalla persona che non pronunciava bene la lettera "R" quasi ogni giorno. In uno di questi interrogatori, la persona che faceva le domande mi ha tolto il sacco dalla testa. Ero ancora bendata. L'uomo che mi interrogava ha visto il sangue raggrumato nel mio naso che mi scorreva in bocca. Il sangue sulle mani era secco, i miei polsi erano infiammati. Era probabilmente la fine del primo mese. È stata la prima volta che ho potuto lavarmi la bocca e il naso, mentre ero ancora bendata. Sapevo di puzzare. Ma non volevo lavarmi tutta, in quel posto. Io non volevo niente da quelle persone. Questo li ha fatti diventare ancora più cattivi. L'uomo che mi interrogava ha detto: "Qui non ci sono avvocati, giudici, pubblici ministeri. Se tu muori qui, nessuno se ne accorgerà. Non importerà a nessuno. Già nessuno chiede più di te. Ti hanno abbandonata. Non ci saranno atti ufficiali su di te".Sapevo che, soprattutto negli anni 90, dozzine di persone erano state rapite e assassinate nel nostro paese. Avrebbero potuto fare la stessa cosa a me.Ma io ho creduto alla parte che diceva: "nessuno sta facendo domande sulla tua assenza".Una notte mi hanno lasciata disidratata e mi sono sentita svenire. Ho sentito dei rumori all'interno della mia cella. Sapevo che era una telecamera. Ero osservata 24 ore su 24. Hanno fatto irruzione violentemente un mattino. Ero bendata, con le mani legate, mi hanno condotta all'infermeria, non lontano dalla cella. Mi hanno legato braccia e gambe con una banda elastica e mi hanno fatto una flebo. Hanno cercato di aprirmi gli occhi. Dopo 25 giorni gli occhi non mi si aprivano più, le mie palpebre erano sigillate. Mi hanno aperto gli occhi con un liquido. Non riuscivo più a guardare la luce. Subito, ho visto quelli che mi stavano medicando. Indossavano dei passamontagna. Solo i loro occhi erano visibili. In infermeria c'erano due sedie e delle forniture mediche. Per la prima volta ho udito la voce di una donna, fuori dall'infermeria. Stava parlando a qualcuno, come se stesse organizzando qualcosa. Lei ha detto: "Verrà la commissione, per cui dovremmo…" o qualcosa del genere. Da entrambi questi elementi -il parlare di questa donna e il rumore di passi al piano superiore- ho supposto che si trattasse di un edificio governativo.Il seminterrato governativo, di questo edificio governativo [i corsivi sono del traduttore] che non so dove sia, è un centro per le torture.Dopo questo trattamento, è continuata la tortura psicologica. L'uomo che mi interrogava ha detto: "Se non sei d'accordo di fare un bagno, ti laveranno tutta loro con un tubo e una spazzola. Ti facciamo tutto noi, con la forza."Il posto che chiamavano stanza da bagno si trovava vicino alla latrina. Era coperto con una tenda sottile. Mi guardavano anche là. Hanno fatto diventare una tortura anche il mio periodo mestruale, proprio come l'andare al bagno. Mi davano gli assorbenti uno alla volta e dicendomi parole oscene.Quello è il luogo dove finisce l'umanità. Delle volte c'erano rumori di torture durante il giorno, altre volte di notte. Suoni di urla, di pianto, mi arrivavano da vicino. Erano sempre voci maschili. E continuamente: "Ti decidi a parlare o devo chiamare i tuoi "fratelli"? Li vuoi i tuoi fratelli con te? Se vuoi uscire da qui, parla… ": questo è il tipo di frasi che ho sentito. Non so quante persone erano imprigionate là. Ma ipotizzo che ci fossero sette celle, dai rumori di apertura e chiusura delle porte. Non ho avuto alcun contatto con le persone rinchiuse là.Presumibilmente nel secondo mese, hanno aperto i miei occhi e mi hanno legato le mani davanti. Mi portavano al bagno tenendomi per le braccia e mi molestavano in ogni occasione. Ero sempre costantemente bendata e con il sacco in testa quando venivo portata dalla cella al bagno, all'interrogatorio o in infermeria.Quando i miei occhi si sono aperti nella cella, ho potuto vedere che in che tipo di cella mi trovavo.Voglio descrivere la cella. La mia cella era rivestita con un tappeto grigio. La telecamera era nell'angolo in alto a destra. I muri erano alti circa due metri. Sui due muri opposti c'era una ventola. L'aria condizionata veniva da un sistema di ventilazione. La cella misurava circa 1.5 x 2 metri. Sulla parte alta della porta c'era una fessura con una grata delle dimensioni di una mano. Con il punto luce che c'era installato sopra, una parte della cella era illuminata. La parte interna della porta era ricoperta con un tappeto: quando bussavo non si sentiva nessun rumore. Il pavimento era rivestito con della spugna. Ho pensato che il posto fosse il seminterrato di un ufficio governativo perchè sentivo regolarmente da sopra dei rumori di tacchi femminili e voci quando iniziava l'orario di lavoro.Erano passati circa 2 mesi e mezzo. Il mio corpo aveva ferite, la mia pelle si stava squamando. Mi stavo rapidamente indebolendo. Mi hanno maltrattata con la forza e sottoposta a test medici molte volte. A causa delle ferite, mi hanno applicato del gel su tutto il corpo, rivolgendomi anche parole oscene.Dopo l'ultimo intervento, l'uomo degli interrogatori -quello che non pronunciava bene la lettera "R"- mi ha dato in mano a qualcun altro. Ha detto che la persona alla quale mi consegnava era una persona autorizzata, e che avrebbe preso l'ultima decisione su di me. Così facendo, era sottinteso che avrebbero fatto ricorso alla forza bruta. Ed è quello che è successo.Ogni volta che la porta si apriva, era il momento delle torture. "Finirai per perderti qui, ne vale la pena? Chi saprà che hai resisitito? Cosa succede quando non parli? A nessuno importa di te! Fottuta schifosa." Mi urlavano.L'aria condizionata della mia cella a volte mandava fuori freddo, a volte caldo. A volte sentivo l'odore delle sigarette nella mia cella. Per due volte mi hanno mandato aria fredda per mezza giornata. Ero congelata. Invece quando davano aria bollente, io sudavo e avevo difficoltà a respirare. A volte hanno ascoltato musica a tutto volume per 6-7 ore. Hanno messo della musica: marce d'onore turche, canzoni straniere con percussioni forti, canzoni melodiche turche e canzoni popolari.Le torture psicologiche continuavano ogni giorno. Quelli che aprivano ogni giorno la mia porta: "Lo stato ci appoggia. Abbiamo ogni tipo di attrezzatura qui: se ti rompi qualcosa, ti ingesseremo. Se hai un problema con qualsiasi parte del tuo corpo, noi possiamo guarirla. Ti facciamo sentire ogni tipo di dolore, e continueremo le sedute di tortura. Non c'è fine a tutto questo. Questo posto è l'inferno. Tu non hai nessuna possibilità di uscire da qui. Noi conosciamo tutto dell'anatomia umana. Lavoriamo professionalmente. Non muori, no, ma supplichi di morire. Un giorno, se mai hai una possibilità di uscire fuori da qui, non sappiamo se avrai ancora la tua integrità", mi hanno detto.Ho ipotizzato che le persone che aprivano la mia porta lavoravano su due turni. In entrambi i turni, uno era molto aggressivo e l'altro cercava di convincermi. Ma non vedevano l'ora di torturarmi fisicamente, perché mi minacciavano di questo ogni giorno. Dalle voci, ho capito che erano in 10. La gran parte di loro parlava un turco corretto. Alcuni di loro parlavano nel dialetto dell'Anatolia. Potrei dire dalle voci che facevano i lavori di pulizie lì dentro.Il cosiddetto "uomo degli interrogatori" [le virgolette sono del traduttore], che diceva che sarei stata lì così a lungo, dava istruzioni ai torturatori sul da farsi tutte le volte che dovevano forzarmi a mangiare. Dopo questi ordini, mi portavano bendata nella stanza degli interrogatori. Mi hanno aperto le braccia e legato i polsi a degli anelli sul muro. Mentre uno dei torturatori mi dava la scossa elettrica alle mani, alle dita, e a varie parti del mio corpo con un attrezzo, l'altro cercava di aprire la mia bocca e di farmi bere un liquido di nutrizione. Hanno infilato della plastica dura nella mia bocca e provato a farmi ingerire cibo con un tubo di plastica. Avevo le piaghe, sulla mia bocca e sulle labbra. Poi hanno tirato via il tubo, mi hanno tirato i capelli da dietro e con la testa piegata indietro mi hanno fatto ingerire del cibo. Avevo difficoltà a respirare. Avevo il vomito. Tutto il mio corpo era fradicio di liquidi zuccherini, e appiccicoso. Durante queste torture sono stata per circa un mese con lo sporco e l'odore di questo cibo liquido addosso. Oltre che con i liquidi, le torture per costringermi a mangiare son state fatte anche con uncini, scariche elettriche e minacce.Dopo un po', hanno iniziato le torture fisiche per farmi parlare. Riassumerò le sedute di tortura, infinite, che sono durate circa venti giorni.I primi giorni le sedute di tortura si svolgevano al mattino e al pomeriggio. Più avanti sono state in piena notte. Durante il resto della giornata mi hanno costantemente sottoposta a torture psicologiche e molestie, e mi hanno fatta stare immobile in piedi per ore.Venivo portata nella stanza di tortura da bendata. Prima mi hanno applicato degli attrezzi da nuda, poi mi hanno legato le mani agli anelli di ferro sul muro, in posizione appesa. Quasi ogni parte del mio corpo nudo era compressa, e ha dovuto sopportare per un po' un dispositivo per le scariche elettriche. Mentre mi facevano questo, tutto il mio corpo si scuoteva, e urlavo con tutta la voce che avevo in corpo. Hanno continuato ancora, e ancora, finchè non sono caduta a terra. Comprimevano il mio corpo dappertutto con questo attrezzo elettrico, sull'area schiacciata del mio corpo si sono formate due chiazze, come delle incisioni. C'erano ferite di 2 centimetri attorno.Da quando sono stata arrestata e portata in prigione, i miei amici hanno contato i lividi sul mio corpo: 898.Quando svenivo mi portavano al bagno e continuavano le torture con l'acqua a pressione. Mi hanno torturata per ore con l'acqua. Uno mi spruzzava con l'acqua a pressione, e l'altro teneva il sacco sulla mia testa in modo che si riempisse d'acqua. Hanno usato anche le scariche elettriche durante la tortura per annegamento. In certi momenti mi toglievano il sacco dalla testa e mi facevano aprire gli occhi per spruzzarmi acqua nella bocca e nel naso.A un certo punto la porta si è aperta incidentalmente. Ho visto un uomo senza copertura sul volto: era alto, magro, 45 anni, viso allungato, barba arrotondata, occhiali, capelli grigi, occhi piccoli. Quando si è reso conto che l'avevo visto, ha chiuso velocemente la porta e se ne è andato. Loro hanno aumentato le torture, perché l'avevo visto. Mi hanno torturato con l'acqua per circa cinque ore. Per il resto del giorno mi hanno tenuta in cella o in un cubicolo delle dimensioni di una bara, dove sono stata immobile per ore.Era impossibile muoversi in quella "bara" [le virgolette sono del traduttore]. Nella cella, ad ogni occasione, aprivano la porta ed erano brutali percosse, minacce e ingiurie. Alla fine, per due volte, mi hanno picchiata brutalmente, in special modo mi percuotevano la faccia e la testa. C'era un attrezzo elettrico con cui mi davano scosse dai miei mignoli alle dita dei piedi. Mi hanno applicato un anello di metallo attorno alle dita (legato con del nastro), e controllavano da remoto la potenza e la durata della scossa elettrica. Sono svenuta alcune volte, e non riuscivo a reggermi in piedi. Quando hanno fermato l'elettricità, hanno ripreso a torturarmi abusando del mio corpo con le loro mani e con dei manganelli. Provavano a infilare il manganello nei miei genitali e a fare ogni genere di atrocità.Hanno anche minacciato di violentarmi con un grosso bastone che chiamavano "Harbi". A forza di stare immobile, i miei piedi si erano gonfiati come i tubi di una stufa. E loro li colpivano con bastoni e manganelli. Poi sono stata sottoposta alla tortura delle falangi. Hanno minacciato di rompermi le dita dei piedi con delle pinze. Mi hanno infilato qualcosa di affilato sotto tre unghie della mano e hanno dato fuoco al mio dito mignolo. La ferita al dito e l'infiammazione alle unghie non sono guarite per mesi. Alternativamente, mi giravano sottosopra, mi appendevano a testa in giù con i piedi legati. Contemporaneamente, percuotevano i miei piedi. Quando il mio corpo ha perso forza e mi sono sentita male mi hanno tirata giù, e sottoposta a torture di diverso tipo. Per esempio hanno tentato di stuprarmi con un bastone mentre ero seduta su uno pneumatico. Soprattutto quando avevo il ciclo mestruale, aumentavano la durezza delle torture e mi deprivavano del sonno. Una volta mi hanno premuto gli assorbenti sulla faccia e mi hanno fatto stare così per ore, finchè il mio stomaco non ha provato nausea. "Questo è niente, abbiamo metodi più tecnologici. Ti daremo roba chimica, se è necessario…" hanno detto. Un giorno, quando ero appesa, mi hanno iniettato qualcosa che non so. Hanno chiamato una persona con il nome di “Devrim”, che era sempre presente in ogni situazione di tortura, un altro veniva chiamato “Hacı”.Un giorno mi hanno liberato gli occhi dentro il centro di tortura. Loro erano vestiti completamente di nero, e indossavano maschere nere. La camera delle torture era larga circa 2 metri e mezzo x 4. Sul muro opposto c'erano due anelli di metallo. C'erano sangue, e macchie sul muro. Una parte della stanza era soprelevata di due gradini, e in questa parte era posizionata una scrivania. C'era un'immagine di Atatürk in divisa militare, una sedia, e un piccolo tavolo. C'erano anche una frusta, una mazza, un bastone, delle pinze, e un dispositivo simile alla pistola che hanno usato per darmi le scosse elettriche, e anche due faretti sul piccolo tavolo.Per un attimo, mi hanno dato uno specchio. Il mio viso era livido, nero, e gonfio. C'erano delle contusioni, lungo tutto il mio corpo. In questo stato mi hanno detto che loro sono persone umane e che avrei dovuto collaborare con loro. Mi hanno detto: "Ti daremo quanto denaro vuoi, ti manderemo a vivere dove vuoi, avrai un'identità, ma tu prima dovresti collaborare con noi". Quando ho detto loro, ancora, che non avrei parlato con loro, mi hanno appesa e hanno iniziato a frustarmi.Hanno detto che avrebbero aumentato il peso delle torture ogni giorno e usato diversi modi di tortura. Benchè io non avessi nulla da dire, mi hanno sbattuto la testa contro il muro e mi hanno urlato: "Tira fuori qualsiasi cosa tu abbia nella testa; cosa ti motiva? Tira fuori le cose che ti motivano". Mi hanno tirato i capelli e mi hanno buttata in giro. Alcune mie ciocche di capelli sono rimaste impigliate nelle loro mani. "Se vogliamo, possiamo farti lo scalpo," hanno detto. Avevo lividi e gonfiori sulla fronte, sul naso e su tutta la testa.Ancora una volta, mi hanno iniettato una sostanza e applicato un gel-crema sul mio corpo e sulla faccia. Da quello che riesco a ricordare, mi hanno iniettato delle sostanze per tre giorni. "Ti tortureremo di più" hanno detto. Questo trattamento è durato circa 20 giorni. Durante questo periodo, due persone nella camera delle torture, mascherate, basse, vecchie, in abito completo e con la cravatta, hanno controllato le ferite sul mio corpo, ogni giorno. Con loro, c'erano in altri 5 o 6. Tutti ispezionavano il mio corpo. Ma quei due uomini più anziani sembravano avere il comando. Ancora, mi hanno minacciata sul fatto se avessi voluto parlare o no, a cadenza giornaliera.Presumibilmente, era il ventesimo giorno sotto quel trattamento di tortura. Mi hanno condotta di nuovo nella camera degli interrogatori con gli occhi bendati e le mani legate. L'ultimo "uomo degli interrogatori" [le virgolette sono del traduttore] che mi ha parlato ha detto: "Il tuo tempo qui è finito, te ne andrai comunque, dimmi se vuoi…". Quando ho detto, nuovamente, che non avrei parlato lui mi ha detto: "Ti daremo in mano alla polizia. Non pensare a nient'altro. Tu marcirai in galera".Poi mi hanno ricondotta nella mia cella e mi hanno restituito i miei vestiti. Hanno ammanettato le mie mani da dietro con una fascetta di plastica e mi hanno bendato gli occhi. Sono stata messa tra due persone in una macchina con un alto scalino, con sedili opponibili e la porta che veniva aperta tirando sulla fiancata. Mi hanno messo una cuffia sulle orecchie con il suono di una motocicletta. Circa un'ora dopo la macchina si è fermata. Mi hanno fatta scendere dall'auto e abbiamo fatto alcuni passi.Dopo, hanno tagliato le fascette di plastica da dietro la mia schiena e mi hanno liberato gli occhi. Poi sono andati via in fretta. Era buio pesto, ma ho notato delle cose che hanno lasciato davanti a me8. Pochi secondi più tardi, qualcuno mi ha circondata. Si sono avvicinati alla svelta con una torcia in mano e hanno iniziato a farmi delle domande. "Chi sei?, come ti chiami?", domande di questo genere… Ci trovavamo in un campo aperto, su un'altura. Da lontano, le luci della città sembravano come macchie. Io non ho risposto alle domande. Si sono mossi come se mi avessero trovata già là. Qualcuno che aveva i capelli ben pettinati, le sopracciglia unite e la pelle scura mi tratteneva per un braccio. Ha detto agli altri di cercare i miei effetti personali con un tono da dramma teatrale. Gli altri recitavano la loro parte facendo quello che lui diceva. La stessa persona mi ha rivelato la sua identità e ha detto: "Io sono un ufficiale della TEM di Ankara (Polizia Anti- Terrorismo)". Mi hanno messa in un furgone. Mi chiamavano per nome. "Sei in stato di arresto come "Ayten", Ayten è il tuo nome?" ha chiesto. Lì ho capito che la polizia collaborava con le persone che mi avevano torturata, e non ho risposto.La data in cui sono stata portata via dalla polizia da questo campo isolato è il 28 Agosto 2018. Sono stati messi agli atti dei tempi di detenzione falsificati, come se le sedute di tortura dei sei mesi precedenti non fossero mai successe.Come può la polizia anti-terrorismo di Ankara sostenere di non sapere chi mi ha torturato e detenuto per sei mesi? La polizia anti-terrorismo di Ankara non ha piuttosto un ruolo nel nascondere quello che sanno sulle torture alle quali sono stata sottoposta?Ragionevolmente, cosa ci potevo fare io in un campo isolato che non conosco, con un corpo del peso di 40 chilogrammi e con centinaia di contusioni lungo tutto il mio corpo, mentre riuscivo a fatica a reggermi in piedi? Cosa potevo farci io là, da sola, di notte, considerato anche che non conosco Ankara e non avevo soldi turchi con me? E poi: la polizia anti- terrorismo, che ha visto gli oggetti nelle borse davanti a me [si tratta dei bagagli contenenti gli affetti personali di Ayten, n.d.t.] in disordine, alcuni di questi distrutti, poteva ancora sostenere di avermi catturata come esito di una soffiata?Su questa ricostruzione, montata apposta, come se mi avessero trovata là, non c'è niente di giusto e non c'è niente di razionale. Nessuno può credere a questo scenario irrazionale. Se anche io fossi stata ricercata, cosa che non sapevo di essere, perché non sono state messe in atto le procedure ufficiali? E perchè, invece, io sono stata rapita e torturata?Sono stata sottoposta a trattamenti medici per mesi, per via della tortura. Il modo in cui mi hanno trattata, i danni permanenti che sono stati fatti sul mio corpo, le droghe che mi hanno fatto prendere, sono parte del fascicolo sanitario della mia detenzione. Ci sono ancora delle cicatrici su diverse parti del mio corpo. La rottura delle fibre muscolari mi provoca astenia alle braccia e alle gambe, e a volte mi sento come intontita. Il dolore alle aree gonfie, causato dai forti colpi che ho ricevuto alla testa, persiste ancora. A causa dell'asma cronica, dell'anemia mediterranea e dei noduli che ho alla tiroide devo assumere farmaci e fare regolari controlli per tutta la vita. Da quando non ho più potuto rimanere in vita con le mie sole forze, i miei compagni di cella mi aiutano nelle necessità di base. In conseguenza a tutto questo, le ferite sul mio corpo sono guarite, anche se alcune terapie io le dovrò fare per tutta la vita.Ma le ferite nella mia anima non potranno essere mai guarite. Dopo tre giorni di detenzione presso la polizia anti-terrorismo di Ankara, ho chiesto di riferire alla pubblica accusa e al Magistrato delle torture e di quello che ho passato. E benchè io facessi fatica a resistere con le mie contusioni e il mio corpo deperito, loro non ne hanno tenuto conto e non mi hanno chiesto ‘cosa ti è successo?'. Invece hanno detto: "Questo caso non è un problema nostro". Non se ne sono minimamente interessati e non hanno fatto neanche una domanda. "Presenta un ricorso penale" mi hanno detto.E io ho presentato ricorso penale mentre ero in prigione. In breve tempo la pubblica accusa ha stabilito per il mio ricorso il non luogo a procedere. La motivazione del non luogo a procedere è che io sono già sulla lista. Ci sono dozzine di intellettuali, artisti, anti-imperialisti e anti-fascisti sulle liste in questo paese. Ci sono persone che hanno principi rivoluzionari e democratici. Entrare in una lista è molto facile: uno deve solo essere ricercato per un semplice caso.    

Molestie durante l'adunata nazionale alpini

Nel corso del raduno degli alpini di Rimini si sono registrate numerose testimonianze di molestie attuate da uomini nei confronti di donne, portate alla luce dal comunicato di NUDM Rimini.A fronte della polemica che si è aperta, da cui è emerso che condotte di questo genere sono all'ordine del giorno in questo tipo di contesti, l'Associazione nazionale degli alpini ha replicato dicendo che è "quasi fisiologico che possano verificarsi episodi di maleducazione quando ci sono tante persone presenti". Noi rispondiamo che le molestie sessuali non sono maleducazione, sono atti di violenza ed esercizio di potere, e non sono attuate da "persone", ma da uomini nei confronti di donne. E no, non è fisiologico che l'essere umano di sesso maschile -seppur in gruppo- non sia in grado di tenere a freno i propri impulsi più animaleschi. Gli uomini non sono animali (sembra doveroso a questo punto doverlo ricordare), e dunque i loro atti non sono dettati dall'istinto, ma da violenza e prevaricazione, e come tali vanno letti e denunciati. Ancor più grave poi è il fatto che tali azioni siano state compiute da componenti dell'esercito, da parte di rappresentanze dello Stato. Per questo chiediamo che venga fatta luce su tali eventi e che vengano accertate le responsabilità. Plaudiamo al coraggio delle donne che hanno denunciato pubblicamente, oltre che penalmente, le molestie subite. Leggiamo questo come un segno positivo dei tempi che cambiano, come un successo di tutti gli anni di lotta alla violenza maschile sulle donne da parte di associazioni e movimenti, segno di una società più consapevole, di donne consapevoli e autodeterminate.Il comunicato dell'Associazione Nazionale Alpini ci ricorda comunque che il lavoro da fare è ancora tanto, ma comunque già la pubblica denuncia è un segno positivo, un ulteriore stimolo alla riflessione su un tema, quale quello della violenza maschile sulle donne, di cui si parla sempre, ma non sempre in termini adeguati.​    

Sentenza Chamekh M'Hamed

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