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PROSSIMI APPUNTAMENTI SEDE NAZIONALE

La lettera di 49 Ambasciatrici all’Onu per parità di genere

“Generazione Uguaglianza”.Vediamo ugualitario: la leadership delle donne come catalizzatore del cambiamentoMarzo, il mese della storia delle donne, si chiude con il Generation Equality Forum in Messico e sullo sfondo di brusche battute d’arresto causate dalla pandemia all’emancipazione femminile. Dai nostri seggi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dai nostri schermi a casa, abbiamo visto crescere in modo esponenziale l’aumento delle morti e delle violenze di genere, incluse quelle commesse dai partner, gli abusi sulle donne che fanno sentire la loro voce, l’allargamento del divario di genere nell’accesso alle tecnologie digitali, la diminuzione della partecipazione femminile alla vita pubblica e ai processi decisionali, la fruizione frammentata ai servizi sanitari di base, l’aumento dei matrimoni forzati infantili e il minore accesso all’istruzione. Giorno dopo giorno, in questa battaglia lunga un anno contro la pandemia, abbiamo visto come le donne siano state vittime due volte: prima del virus, e poi dei suoi effetti devastanti.Siamo 49 donne Ambasciatrici che rappresentano Paesi di tutte le regioni del mondo e crediamo che una simile realtà sia semplicemente intollerabile. Qui raccontiamo i fatti e cosa è necessario fare per recuperare con urgenza le faticose conquiste delle donne negli ultimi anni.La crisi del Covid-19 ha un volto di donna.Il volto delle infermiere, delle donne del settore medico/sanitario, delle scienziate, e di tutte coloro che guidano la risposta alla pandemia.Le donne sono in prima linea: come leader capaci di portare risultati, costruiti con visione e cura. Ma anche come vittime di vulnerabilità strutturali, di violenza e abusi.La “pandemia ombra” fatta di sfruttamento e abusi, inclusa la violenza domestica, dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutti noi. Secondo gli ultimi dati dell’OMS, durante la propria vita 1 donna su 3 subisce violenza da parte del partner, mentre l’ONU riporta come le donne con disabilità sono quattro volte più soggette a violenza sessuale rispetto alle donne non disabili. Inoltre, l’impatto socioeconomico della pandemia e’ più pesante sulle donne che sono sovra rappresentate nei settori più colpiti dalla crisi: ospitalità, turismo, salute, commercio.L’insufficiente partecipazione delle donne nella società minaccia di ritardare il raggiungimento degli obiettivi ONU di Sviluppo Sostenibile entro il 2030. La violenza politicamente motivata, online e offline, è una barriera alla partecipazione piena e su base di uguaglianza delle donne ai processi democratici. Inoltre, il tasso sempre elevato di gravi violazioni dei diritti delle donne in tutto il mondo è spaventoso.In questo contesto, la Commissione delle Nazioni Unite sullo Status delle donne (CSW) si è concentrata in questo mese di marzo su due questioni: combattere la violenza contro le donne e promuovere la loro piena ed effettiva partecipazione nella società a tutti i livelli e in tutti i settori. La significativa partecipazione delle donne nella politica, nelle istituzioni e nella vita pubblica è il catalizzatore di quel cambiamento trasformativo di cui può beneficiare l’intera società. Solo quattro Paesi al mondo hanno un parlamento composto per almeno il 50% da donne. Solo il 25% di tutti i parlamentari sono donne. Le donne servono oggi come Capi di Stato o di Governo solo in 22 paesi, mentre 119 paesi non hanno mai avuto una donna leader. Secondo l’UNESCO, il 30% dei ricercatori mondiali sono donne. Sebbene il 70% della forza lavoro nei settori della sanità e sociali siano donne, esse rappresentano solo il 25% dei leader nel settore sanitario globale.Secondo le ultime proiezioni, al ritmo attuale, l’uguaglianza di genere nelle più alte posizioni di potere non sarà raggiunta per altri 130 anni. Si tratta di cifre che parlano di barriere e colli di bottiglia inaccettabili che continuano a frenare la partecipazione delle donne.Come spesso dice il Segretario Generale delle Nazioni Unite, la parità è in ultima analisi una questione di potere. Noi donne, siamo spesso riluttanti a usare questa parola. Ma come donne Ambasciatrici all’ONU, che rappresentano Paesi di tutto il mondo, è una parola che non possiamo non usare e che non temiamo di usare. Il potere non è qualcosa di fine a se stesso: è il potere di cambiare le cose, di agire e di avere uguali opportunità competitive. Sebbene come Ambasciatrici donne siamo ancora sottorappresentate qui alle Nazioni Unite a New York – solo il 25% dei Rappresentanti Permanenti sono donne – siamo determinate ad essere una forza trainante per promuovere un cambio di mentalità. Abbiamo superato da tempo il punto in cui le donne dovrebbero giustificare il proprio posto al tavolo.La ricerca e la letteratura scientifica provano in modo inequivocabile Il valore dell’integrazione della prospettiva femminile nei processi decisionali. I paesi guidati da donne stanno affrontando la pandemia in modo più efficace di molti altri. I processi e gli accordi di pace mediati con la partecipazione attiva delle donne sono più ampi e durevoli. Eppure le donne costituiscono solo il 13% dei negoziatori, il 6% dei mediatori e il 6% dei firmatari nei processi di pace formali.Quando le donne hanno pari opportunità nella forza lavoro, le economie possono sbloccare trilioni di dollari. Eppure, l’anno scorso l’Organizzazione internazionale del Lavoro ha rilevato che le donne avevano il 26% di probabilità in meno di essere impiegate rispetto agli uomini. Nel 2020 solo il 7,4% delle società Fortune 500 erano dirette da donne.In tutto il mondo, le donne guadagnano solo 77 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini, mentre il divario di genere nell’accesso a Internet è cresciuto dall’11% nel 2013 al 17% nel 2019, raggiungendo il 43% nei Paesi meno sviluppati. La cosiddetta “motherhood penalty” – la penale della maternità – spinge le donne che sono madri a dirigersi verso l’economia informale, il lavoro occasionale e il part-time. Dopo le lente ma stabili conquiste degli ultimi decenni, il COVID-19 ha forzatamente espulso milioni di donne fuori dal mercato del lavoro formale.La soluzione a tutto ciò non apparirà spontaneamente o per magia. Abbiamo bisogno di un’azione proattiva. Abbiamo bisogno di dati disaggregati per sesso ed età in modo da poter studiare meglio la portata del problema; di politiche e investimenti mirati. Dobbiamo rafforzare i servizi di sostegno alle vittime di abusi, prevenire la violenza e porre fine all’impunità. Dobbiamo ridurre il divario digitale e promuovere l’accesso delle donne all’informazione e alla vita pubblica.Dobbiamo riequilibrare la composizione degli organi decisionali. Dobbiamo integrare il genere nella progettazione e nell’attuazione dei piani di ripresa dalla pandemia. Dobbiamo garantire disponibilità, accessibilità, qualità e continuità dei servizi sanitari per le donne, compresi i servizi di salute sessuale e riproduttiva. I programmi di protezione sociale dovrebbero essere sensibili al genere e tenere conto delle diverse esigenze delle donne e delle bambine. Dobbiamo promuovere l’accesso delle donne a un lavoro dignitoso e superare la scelta tra famiglia e lavoro che troppo spesso gli è imposta.Le donne dovrebbero beneficiare di sostegni mirati all’imprenditorialità femminile e investimenti nell’istruzione che garantiscano la parità di accesso. Queste misure devono riguardare non solo le donne ma anche le ragazze. Portare più bambine a scuola in tutto il mondo, incluso il rientro in classe dopo la pandemia, migliorare la qualità dell’istruzione ricevuta e garantire che tutte le ragazze ricevano istruzione di qualità: questo consentirà l’emancipazione femminile e l’uguaglianza di genere, pilastri fondamentali per l’effettiva partecipazione di generazioni di donne. Dobbiamo rendere la giustizia accessibile alle donne e porre fine all’impunità per la violenza sessuale.Tutto ciò richiede anche “role models”, esempi che ispirano e motivano. In qualità di Ambasciatrici donne, siamo una testimonianza per le giovani generazioni di ragazze e donne in tutto il mondo, dimostrando loro che, come noi, possono farcela. Nessuna carriera e nessun obiettivo è off-limits o al di là delle loro capacità e in tutta la loro diversità.La parità non è un gioco a somma zero, ma una causa comune e un imperativo pragmatico. Gli uomini possono e sono nostri alleati nel raggiungimento della parità. Acceleriamo insieme i progressi verso il raggiungimento dell’uguaglianza di genere facendo leva sul Generation Equality Forum e sulle sue Action Coalitions. Prepariamo insieme il terreno per una ripresa globale, inclusiva e paritaria. Facciamo di questa generazione la “Generazione Uguaglianza”.Non c’è più tempo da perdere. Il COVID ce ne ha già fatto perdere troppo!Firma: Le 49 Ambasciatrici donne alle Nazioni Unite, New York.    

Le parole sono importanti

Pubblicato originariamente su Huffingtonpost.Oggi ho imparato alcune azioni concrete da fare per avere un mondo con pari diritti e dignità tra donne e uomini. Voglio condividerle, perché alcune mi sembrano nuove o comunque poco note. E’ in corso in tutte le amministrazioni pubbliche uno sforzo per sensibilizzare il personale nell’uso corretto della lingua italiana in un’ottica di inclusività e parità di genere. La lingua si modifica ed evolve lentamente: tutti possiamo e dobbiamo contribuire!Pochi giorni fa, il rettore del Politecnico di Torino ha condiviso con tutto il personale dell’ateneo un documento dell’Università di Verona contente diverse indicazioni utili. Le regole principali sono due.La prima consiste nel sostituire i nomi di professioni e di ruoli ricoperti da donne declinati al maschile con i corrispondenti femminili: ad esempio non dire “la sindaco,” ma “la sindaca”.Se avete dubbi o ne trovate l’uso “strano” è perché, purtroppo, poche donne in passato hanno ricoperto questi ruoli. Per i lavori già da tempo svolti anche dalle donne (es: la maestra, l’infermiera) esiste il femminile. Dobbiamo solo abituarci all’uso corretto anche per i “nuovi” ruoli.Attenzione però. Perché in alcuni casi non è banale capire quale parola usare. Ad esempio, la forma corretta è la “presidente” e non la “presidentessa”.Se siete indecisi e non avete uno smartphone o pc sottomano (possibile?), suggerisco di mettere sempre la lettera A alla fine: si sbaglia eventualmente per eccesso di attenzione, ma probabilmente si fa la scelta giusta, anche se non suona molto naturale (ad esempio si dovrebbe dire architetta, avvocata, chirurga, soldata).Per approfondire, è possibile consultare le indicazioni fornite sul sito dell’Accademia della Crusca o il volume “Il sessismo nella lingua italiana” di Alma Sabatini, che già chiariva quasi tutto nel lontano 1987.Se vi sembra strano non sapere già queste cose, tranquillizzatevi: ancoranel 2016 in Italia queste regole erano poco utilizzate sui giornali. La seconda regola consiste nell’abolire il maschile inclusivo (gli studenti entrino uno alla volta) e sostituirlo con le due forme femminile e maschile (le studentesse e gli studenti entrino uno alla volta).Per evitare lungaggini, si suggeriscono diverse strategie come usare i nomi collettivi (es: “personale docente” invece di “le docenti e i docenti”) ed escludere un sostantivo che richiederebbe la specificazione per i due generi quando è sottinteso (es: “agevolazioni” invece di “agevolazioni per i dottorandi”). Inoltre, è consigliato usare forme passive, impersonali e neutre (es: la domanda deve essere presentata “al personale” invece che “ai dipendenti”). Non ho riportato tutte le sotto-regole e so che farò fatica all’inizio a ricordarle tutte, ma credo sia un dovere impegnarci in questa direzione, in particolare per le nuove generazioni.Come ci ricorda Nanni Moretti: “le parole sono importanti” e come sottolinea l’Accademia della Crusca “un uso più consapevole della lingua contribuisce a una più adeguata rappresentazione pubblica del ruolo della donna nella società.”Un’ultima considerazione. Approfondendo, ho scoperto un’altra regola: si deve evitare l’articolo per i cognomi delle donne. Cioè non dovremmo dire “la” Merkel ma solo “Merkel”, così come diciamo solo “Macron” e non “il” Macron. L’articolo, la specificazione del fatto che la Merkel sia una donna, è una inopportuna evidenziazione di eccezionalità.​   

Una donna speciale, Fernanda Macciocchi

Articolo originariamente pubblicato su giorinaldi.com Fernanda Macciocchi, oggi splendida e sorridente novantenne, vive a Milano in un bell’edificio disegnato nel 1956 dal grande architetto Giò Ponti. L’ho incontrata dopo una lunga ricerca, curioso di scoprire e conoscere l’autrice del romanzo Treno speciale, pubblicato nel 1954 da Vallecchi. Il merito di questo incontro è di Annalisa Ponti, anche lei scrittrice per bambini, che avevo casualmente incontrato sul web – dialogando sui “treni dei bambini” – e che di Fernanda è vicina di casa. Ringrazio anche il marito di Fernanda, Alberto Perinetti, con il quale ho predisposto le migliori condizioni per il videocollegamento.Per me, che da anni mi occupo delle storie dei cosiddetti “treni della felicità”, questo incontro è stato come un premio, un momento felice: tornare all’origine, all’inizio della storia di cui mi sono innamorato. Tornare a quella che è, in assoluto, la prima narrazione diretta e letteraria che racconta il movimento politico e sociale che salvò dalla miseria e dalla fame migliaia di bambini (10.000 solo a Napoli) trasportandoli attraverso l’Italia distrutta del primo dopoguerra, verso famiglie accoglienti del centro nord che li avrebbero – solo per alcuni mesi – rifocillati, rivestiti e amati come figli. Fernanda, non sei napoletana, ma il tuo romanzo sembra scritto da una napoletana. Mi racconti, prima di parlare del tuo libro, la tua giovinezza passata accanto alla tua “più famosa sorella” Maria Antonietta?Arrivammo a Napoli nei primi anni del dopoguerra. Vivevamo a Roma, eravamo tre sorelle, Maria Antonietta, Lucia ed io, che ero la più piccola. Nostra madre era morta nel 1940.Mia sorella Maria Antonietta nel 1944 sposò Pietro Amendola (e si iscrive al Pci, ndr) e subito dopo si trasferirono a Salerno per dirigere il Partito comunista locale. Io avevo 14 anni, li raggiunsi per andare a vivere a casa loro. La loro figlia, Giorgina, l’ho fatta crescere io. Non ho potuto studiare – studiavo la sera -, e non ho finito le scuole, feci solo fino al ginnasio, poi non ho potuto proseguire… perché facevo la bambinaia, crescevo mia nipote.Da Salerno siamo passati a Napoli, dove Pietro Amendola dirigeva “La Voce” e Maria Antonietta si dedicò totalmente al giornalismo, sempre per il partito, per l’Unità.A casa di Maria Antonietta passavano tutti. Ho conosciuto Palmiro Togliatti, Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta, Giuseppe Di Vittorio, Mario Alicata, Giorgio Napolitano, lo scrittore Domenico Rea, Paolo Ricci un noto pittore napoletano. Frequentavano spesso casa nostra. Allora non mi sembravano così importanti, poi col tempo ho capito di aver conosciuto gente importante.Mio marito dice che per me il Partito in quegli anni è stato “la mamma”, perché in effetti ho perso mia mamma che avevo nove anni, mio padre che ne avevo venti, e il partito veramente mi ha appoggiato e lo sentivo sempre vicino. Qualunque cosa mi accadeva, mi appoggiava il partito. Il partito era “la mamma”. Ma delle volte erano di una serietà… durissimi proprio.Come ti dicevo, di giorno lavoravo, la sera scrivevo. Lei, però, era sempre più importante, io ero quella che doveva fare tutto. Sono l’ultima delle tre sorelle, la piccola. Dieci anni e undici anni di differenza tra me e loro. Ero la piccola che si è dovuta far spazio da sola. L’altra sorella, Lucia, aveva sposato un inglese e scriveva anche lei, per i giornali femminili. Era bravissima, però tutta un’altra storia in confronto a Maria Antonietta.Lucia era la romantica, Maria Antonietta era la l’intellettuale e la politica. Io ho preso un po’ da tutt’e due. Lucia era molto più materna, Maria Antonietta no, era come un uomo. Non esisteva complimento… Quello che facevo era normale, dovevo crescere sua figlia perché lei aveva un lavoro più importante. Allora io mi son difesa proprio con le unghie. Se sono arrivata a prendere la tessera di giornalista è perché lavoravo di notte, perché se avessi chiesto aiuto a lei, figurati! Lei pensava solo al suo lavoro, ha scritto non so quanti libri, un vulcano era. È stata deputata per il partito (candidata del Pci a Napoli nel 1968, ndr), deputata per i radicali. Ma sai che ha avuto anche la Legion d’Onore a Parigi (nel 1992, ndr)? Perché lei insegnava a Vincennes, l’università. Faceva una vitaccia… devo dire che proprio si dava… completamente. “Se tua sorella è arrivata dove è arrivata è perché l’hai aiutata te, lo deve a te”Mi ricordo che abitavamo in via Carducci. A quell’epoca a Napoli c’era anche Giorgio Amendola e sua moglie Germaine Lecocq. Io andavo a prendere la loro figlia Ada che, insieme a mia nipote Giorgina, portavo ai giardini. Per cercare di arrivare a fare qualcosa di importante mi sono proprio “data”, perché se no facevo proprio la badante dei bambini, di Maria Antonietta e di Giorgio Amendola. Ada, unica figlia di Giorgio Amendola, morì molto presto, a 38 anni, e fu per loro un dolore tremendo. Mi ricordo che tanti anni dopo incontrai Germaine – aveva pubblicato un libro -, e c’era la presentazione da Feltrinelli. Allora, dopo tanti anni, incontrai lì Germaine, era francese e mi disse una cosa che non scorderò mai: “Se tua sorella è arrivata dove è arrivata è perché l’hai aiutata te, lo deve a te”.Ed è vero, perché io le ho tolto tutte le incombenze della moglie, della madre: facevo tutto io! Mi occupavo della cameriera, mi occupavo della bambina, mi occupavo della casa. Son cose che non ti scordi.E poi ogni tanto, quando potevo, uscivo con un ragazzo, Alberto, lui studiava da ingegnere. Ma ci vedevamo poco, perché non avevo mai tempo. Ci eravamo conosciuti a Positano, perché stavo con mia nipote, facevo le vacanze con lei, facevo la badante, la zia che guardava la nipote. Mia sorella lavorava… ma tenevo da lavora’ pure io! [ride]. Il padre di Alberto era un comandante dell’Arma dei carabinieri. Figurati, puoi immaginare! Eravamo ragazzi, anzi all’inizio ci eravamo anche un po’ antipatici. Poi, l’ho sposato. Roma, l’UDI, il Pioniere.Come sei arrivata a scrivere per il Pioniere, lavorando accanto a Gianni Rodari?Tornammo a Roma. Mia sorella nel 1950 si divise da Pietro Amendola e cominciò a dirigere Noi Donne. Mio cognato Pietro era una persona squisita, quando si separarono mi dispiacque molto.Un anno dopo morì mio padre, per cui mi dovetti trovare un lavoro per campare e Maria Antonietta mi fece entrare all’UDI, l’Unione Donne Italiane, dalla Maria Maddalena Rossi che ne era la presidente.Lì facevo lavoro di amministrazione, poi cominciai a scrivere qualche racconto per i giornali. Dopo di che, dato che volevo qualcosa, mi sono intestardita e ho lavorato tanto per avere la tessera di giornalista, che riuscii ad ottenere nel 1954. Dovevo scrivere un mucchio di racconti, per dimostrare che ero pagata per scrivere. Per cui di giorno lavoravo, di notte scrivevo. Ho fatto una vitaccia, guarda. Però il fatto di aver avuto la tessera da giornalista mi ha ridato quello che non mi aveva potuto dare la scuola. Scrivevo per L’Avanguardia, per i giornali del partito. Poi, con il Pioniere cominciai a scrivere i racconti per bambini.Cominciai a collaborare al Pioniere che ancora lavoravo all’UDI. Così dopo un anno di UDI passai definitivamente al Pioniere, nel 1952-’53, come redattrice. C’erano Dina Rinaldi e Gianni Rodari. L’ambiente del Pioniere era sereno e stimolante e Rodari con la sua sensibilità, intelligenza e creatività è stato per me un grande maestro. Videro che ero brava e così mi passarono in direzione come redattrice. All’inizio rispondevo alle lettere, del resto anche quella è stata un’esperienza. D’altra parte era il solo modo per mantenermi, dopo la morte di mio padre, e non volevo pesare su mia sorella… Ho cominciato a scrivere racconti per bambini proprio con il Pioniere, mentre tutte le altre cose le scrivevo per i giornali del partito, L’Avanguardia, l’Unità.La scrittura è diventata la mia vita. Ho cominciato a scrivere, secondo me, perché vivevo in casa con mia sorella. Scrivere era normale, avevo un esempio. Maria Antonietta scriveva un libro dietro l’altro. Anche l’altra mia sorella, Lucia, scriveva racconti e novelle per i giornali femminili come Annabella, Bella, Novella (ma anche per Cine Illustrato e lo stesso NoiDonne – dal 1947 in poi, ndr) e romanzi sentimentali. Era una romantica e firmava con lo pseudonimo Lucetta Brayen-Vale, usando il cognome del marito inglese.Per me, come per loro, scrivere era la normalità, come la donna che fa la sarta e la figlia si mette a far la sarta. Un mestiere. Poi avevo fantasia, avevo molta fantasia, lo devo dire. Il premio per un romanzo ineditoCome è nato il tuo romanzo Treno speciale? Nel 1954 avevi già pubblicato un racconto come supplemento al Pioniere: Sadko, adattamento da un film su una antica favola russa, scritto insieme a Stelio Tanzini (noto sceneggiatore e attore cinematografico) e illustrato da Iris (De Paoli, grande illustratrice anche del Corriere dei Piccoli).Sai più cose di quante me ne ricordi io! [ride] Sì, in quello stesso anno partecipai al concorso nazionale per la letteratura infantile bandito dall’Unione Cooperative Fiorentine. Era il mio primo romanzo. Al concorso partecipava anche Marcello Argilli, autore per l’infanzia già noto e affermato, anche lui della “scuderia” del Pioniere.Ero sicura di non aver vinto, ero sicura. Mi chiamarono su quel palco, a Firenze, e vi salii sicura che m’avessero chiamato per darmi un contentino, pensavo fossi arrivata seconda. Poi m’hanno detto che ero arrivata prima. A momenti svenivo! E mi dettero anche un premio in danaro! Per me fu il non plus ultra. C’erano tanti altri, bravi come Argilli, e poi… hanno premiato me.Quando vinsi il premio per il romanzo Treno speciale, mi ricordo che Rodari mi fece fare un ritratto da uno dei nostri disegnatori e lo pubblicò sul giornale: i vincitori, il primo premio e il secondo. Ad Argilli, arrivato secondo, e raffigurato accanto a me, non gli è mai andata giù, poveraccio. Treno specialeDal risvolto di copertina:Il “treno speciale” è quello che trasporta un gruppo di ragazzi napoletani sottratti per sei mesi alla vita stentata dei bassifondi ed ospitati da alcune famiglie generose di varie città settentrionali. La gioia di trovarsi in un ambiente nuovo, pulito, confortevole, accogliente, è presto vinta, ma rimane nell’animo dei ragazzi lo stupore di tanto ben di Dio. Sono gioia e stupore che si rinnovano al momento di acquistare un vestito nuovo, di andare a scuola, di conoscere gli altri bambini, quelli del paese “straniero” che li ospita. (…) Ma quando sono scaduti i sei mesi di generosa ospitalità, e si riforma il treno speciale pronto per tornare a Napoli, neppure uno dei tanti piccoli napoletani mancherà all’appello; magari con le lagrime agli occhi per il dispiacere di abbandonare i nuovi amici, tutti obbediranno al richiamo imperioso della loro città, e partiranno verso il sole e il mare della terra natia.È un libro che si legge tutto d’un fiato, scritto in una lingua venata qua e là di accenti dialettali, che le danno un nuovo vigore e una nota di festosa esuberanza. Il tuo romanzo, Fernanda, è la prima narrazione in assoluto che descrive l’esperienza dei viaggi dei treni dei bambini – che oggi tutti chiamiano “treni della felicità” – organizzati dal Comitato di salvezza per i bambini di Napoli. Il romanzo venne pubblicato da Vallecchi e illustrato dal noto disegnatore Giovanni Boselli Sforza (28 disegni in nero e 4 tavole a colori).Me ne racconti la genesi?Mia sorella Maria Antonietta, dal Natale 1946, era diventata segretaria del Comitato per la Salvezza dei bambini di Napoli presieduto da Giorgio Amendola. Era Maria Antonietta che mi raccontava tutto. Quando tornava dal lavoro presso l’UDI, dove venivano organizzati i viaggi e smistati i bambini o quando tornava dai suoi viaggi in treno come accompagnatrice.  Le storie del mio romanzo non me le inventavo, le avevo proprio di primo acchito, perché lei era sempre molto commossa e partecipe di quella sua esperienza e mi raccontava aneddoti e storie. Lei tornava sempre da questi viaggi stanca, ma soddisfatta e ci raccontava le storie che più l’avevano colpita. Come gli episodi in cui la signora Maria, in treno, fa cantare i bambini per rasserenarli o quando, giunti a Modena, i bambini scoprono la neve che non avevano mai visto o quando ancora la signora Maria risale a Modena per controllare i bambini e visitare una bambina malata di cuore?Tutto vero, parola per parola, non ho inventato nulla. Tra l’altro io non andavo nemmeno all’UDI, dove lavorava lei, stavo a casa e solo da lei ricevevo tutte queste notizie. Tutte queste cose erano avvenute tanto tempo prima della scrittura del romanzo. Io l’ho scritto nel ’54. Avevo assimilato tutto questo, mi era rimasto tutto dentro, mi aveva colpito molto.L’altra persona che mi raccontava dei viaggi in treno –  e che ricordo con più piacere – è Gaetano Macchiaroli, che si dedicò moltissimo a questo progetto. Anche lui come mia sorella mi raccontava episodi e personaggi. Parlavano qui a casa di queste cose. Leggo, dal libro, la scena in cui Campaniello, il protagonista e i suoi piccoli amici si recano nel palazzo del Comitato dove intorno a un grande albero di Natale riceveranno dei pacchi dono:“…su una porta a vetri, a grosse lettere nere, c’era scritto «COMITATO PER LA SALVEZZA DEI BAMBINI DI NAPOLI».Entrarono. Una donna giovane, bionda, li accolse come se li conoscesse già. Aveva gli occhi dell’azzurro di certe porcellane, frangiati di nero e più grandi del normale.”Nel tuo romanzo l’organizzatrice del Comitato è una signora bionda, dagli occhi azzurri, la “signora Maria”. Rappresenta forse tua sorella Maria Antonietta?Certo, è proprio lei. Il personaggio di Maria, nel mio romanzo, rappresenta proprio mia sorella Maria Antonietta. Al Comitato la chiamavano signora Maria.L’altro personaggio reale, l’ispettore nel treno, che i bambini chiamano Cap’ ‘e morto, rappresenta Gaetano Macchiaroli. Lui aveva una faccia magra magra e tutta scavata.  I nomi dei bambini invece sono casuali, li sentivo in giro per Napoli, e qualche volta me li nominava Maria Antonietta. Io ho vissuto la vita di Napoli, come fossi una napoletana, ho assorbito molto, ma molto molto. Per me Napoli è stata una scuola, di vita. Ho imparato tutto da Napoli. Anche mio marito ha studiato a Napoli, andava al liceo. Anche per lui è stata una grande scuola, Napoli, che lo fa sentire ancora napoletano di adozione, partenopeo. Napoli è eccezionale.Dei bambini non ne ho conosciuto nessuno, non andai mai alla stazione a veder partire i treni. Io accudivo mia nipote e non mi potevo mai spostare. Andavo però all’UDI dove c’era lo smistamento dei bambini.Una volta andai, forse per prendere mia sorella, e ricordo un bambino che era lì tra i tanti. Non lo dimenticherò mai. Era stato scartato e doveva partire con un altro treno. Allora mi tirò per la giacca – all’epoca c’era il tracoma a Napoli, una malattia degli occhi -, mi tirò la giacca e disse “Signò, ij tenghe u tracoma! Aggi’a partì”. Non era vero, non ce l’aveva! Mi fece una tale tenerezza. Avrà avuto sei sette anni. “Signò ij tenghe u tracoma!” [ride].Mi è rimasto così impresso quel gesto, lui che mi tirava per la giacca… Non ce l’aveva lui il tracoma, lo aveva solo sentito dire dagli altri bambini: “se teniamo il tracoma possiamo partire”. La cosa era che, da buon napoletano, si arrangiava. Ti rendi conto, la furbizia del napoletano?!Così come la storia del bambino che vuole la stoffa del “tight”. È vera! Ti giuro, non è inventata da me, perché non mi poteva venire in mente una cosa così. Se me lo permetti, vado alle pagine del tuo romanzo: la scena del “tight” si svolge in una sartoria di Modena dove la signora Clotilde, ospite del piccolo Salvatore, lo porta per fargli confezionare un vestito nuovo. Il sarto presenta al bambino le stoffe ritenute più adatte, ma Salvatore, sprezzante, gli dice che a Napoli, quelle stoffe, le mettono solo i cafoni. Dopo avergli fatto tirar fuori tante nuove pezze, Salvatore indica su uno scaffale, in alto, la stoffa che gli piace. Il sarto gli risponde:– Ragazzo mio, è stoffa per tight!”, stoffa per signori.– E che vi credete, che io sono un pezzente? Se lo volete sapere, mio padre di “Tait” ne tiene tre, uno più bello dell’altro. E io, alla casa mia, ne tengo due. Non me li sono portati perché mi seccavano le valigie pesanti.”Poi Salvatore continuava con altre battute sempre per togliersi di dosso quell’aura di “pezzente”.Mi ricordo che questo aneddoto piacque talmente a Renato Mieli che lo pubblicò su “Rinascita” – il giornale più importante del Partito -, perché gli era piaciuto molto. Ricordo che mi chiamò, andai lì e mi disse “Senti, vorremmo pubblicare…” E io, emozionata “Sì… grazie!”  [ride] Eduardo De Filippo e la lingua napoletana.Alcune frasi sono in dialetto napoletano, alternate a un italiano raffinato.Le frasi in napoletano non sapevo come scriverle correttamente e mi furono corrette da Eduardo De Filippo, che era amico di un giornalista che conoscevo. Io il napoletano non lo sapevo e ricordo che andai a teatro con questo amico e Eduardo mi corresse le frasi in napoletano. Non me lo scorderò mai. Per me fu una cosa eccezionale. Ricordo quando Eduardo venne a Milano e avevo i figli già ragazzetti. Li portai a teatro “Dovete conoscerlo, dovete vedere Eduardo almeno una volta!”, era un mito. I bambini del romanzo tornano tutti a Napoli.Il bambino protagonista, Campaniello, al termine del romanzo sceglie di tornare a Napoli, insieme agli altri, per impegnarsi socialmente. Vorrebbe scrivere per raccontare le cose che non vanno e dovrebbero essere cambiate. Qualcuno dei bambini, in realtà, rimase davvero a vivere nelle famiglie ospitanti. Perché tu li fai tornare tutti a casa?I bambini li faccio tornare perché in fondo questi bambini amavano molto la loro città, le loro famiglie. Li ho fatti tornare perché era giusto che tornassero. Secondo me. In fondo rimanere era un’azione di comodo, sarebbero rimasti al Nord perché si mangiava bene, si vestivano, stavano in una casa confortevole. Ritornare era un atto di amore per la famiglia, per la città. Quindi per me tornavano perché amavano Napoli. Nel tuo romanzo non ci sono i comunisti “mangiabambini”.L’argomento della propaganda anticomunista non l’ho voluto toccare di proposito. È stata una scelta. Anche perché venivo da una famiglia cattolica, non mi andava di prendere posizione in questo senso. E poi non lo sentivo così… pesante, questo aspetto.E comunque, poi, tutti si accorsero che i comunisti, non li mangiavano, i bambini, li sfamavano… e bene [ride]. A Milano, ancora racconti e poi i fotoromanzi.Nel 1957 il libro viene pubblicato a puntate sulla rivista russa per ragazzi CMEHA che era un supplemento della PRAVDA; nel 1958 in Cecoslovacchia; nel 1959 e 1965 in Albania.Sì, il romanzo fu pubblicato anche all’estero, ho le copie della Cecoslovacchia, della Russia  -dai russi fui addirittura pagata per i diritti di pubblicazione -, ma non ho mai visto le edizioni dell’Albania. Il libro ovviamente fu molto appoggiato dal partito comunista, i giornali l’Unità, il Pioniere, l’Avanti!, L’Avanguardia, lo hanno molto pubblicizzato. Quindi è stato comprato più che altro da un pubblico preciso, circoscritto, un pubblico di sinistra.Come ti ho raccontato, quando sono venuta a vivere a Milano, scrivevo ancora qualche racconto per il Pioniere. Ricordo in particolare Faccia di tolla e Matilda. Al giornale mandavo le puntate da Milano (Matilda fu pubblicato dal n. 12 del 23 marzo 1958 e Faccia di tolla dal n. 11 del 15 marzo 1959, ndr).Scrissi anche un altro racconto lungo, “Il boschetto delle magnolie” i cui protagonisti erano Nicchi e Toppi, due scoiattoli, ma non fu mai pubblicato, per la chiusura del Pioniere.Però, per guadagnare davvero qualcosa in più, ho cominciato a scrivere soggetti per i fotoromanzi e ho lavorato per Grand Hotel un sacco di anni. Facevo il soggetto, non scrivevo le parole. Qualche novella la scrissi anche per Novella e Annabella. Scrivere era una cosa di famiglia.Treno speciale: le traduzioni russa e cecoslovacca.Su Noi Donne, diretto da tua sorella Maria Antonietta, il fotoromanzo viene additato come veicolo di un immaginario femminile sconveniente che ammicca pericolosamente dalle fotografie dove la donna “è rappresentata come un essere stupido, ridicolo, insignificante” (Silvana Turzio, Il fotoromanzo. Metamorfosi delle storie lacrimevoli, Meltemi, 2019, p. 111). Conoscevo il giudizio del partito e di mia sorella su questi giornali, ma quando vivevo qui a Milano non ero più così “ligia” alle regole… Ero più libera? Sì, ero più libera. Lo facevo per guadagnare e sentirmi sempre indipendente, anche se mio marito era ingegnere e avrei potuto evitarlo.Oggi per hobby faccio i ritratti ai bambini, lo faccio da tanti anni. Ho sempre disegnato. Frequentavo tutti i pittori, a Roma: Giulio Turcato, Renato Guttuso, li incrociavo un po’ per mia sorella, un po’ perché l’arte mi interessava molto. Pensa che un giorno ero andata da Guttuso per chiedergli un disegno e lui mi pregò di fare i complimenti a mia sorella per il romanzo appena uscito: Treno speciale! Ci restai malissimo! Pensavano sempre a lei, che era la più famosa.Poi nel tempo mi sono dedicata a dipingere quadri, alla maniera degli astrattisti – l’agenzia di pubblicità di mia figlia Federica è piena di miei “Mirò” -, e a fare dei piccoli ritratti. Ho cominciato dai ritratti dei miei figli, poi i ritratti dei figli degli amici… ma non per danaro, eh, solo per hobby. Per amore dell’arte e della creatività.Mi hai riportato a tanti anni fa. Vedi? mò piango!Erano tutte cose che avevo dimenticate, mi hai riportato alla giovinezza.    

Una donna ritrovata

25 marzo ore 11,15Presentazione del docufilm "Una Donna ritrovata" , promossa dal Comune di Ferrara su proposta di UDI.Anniversario dell'elezione di Luisa Balboni Sindaca di Ferrara (25 marzo 1950)                         

I ragazzi di Villa Perla

Pubblicato originariamente su giorinaldi.com.  I ragazzi di Villa Perla1° Giugno [1954], Giornata Internazionale dell’Infanzia: vi presentiamo i ragazzi ospiti di Villa Perla, a Genova. Sono i bimbi più cari al cuore delle donne italiane, simboli vivi delle glorie della lotta di Liberazione, in cui i loro genitori lasciarono la vita per il bene di noi tutti.Articolo di MARIA ANTONIETTA MACCIOCCHI(da “Noi donne” del 30 maggio 1954)Se vi capita, questa estate, di percorrere la strada che va da Genova a Portofino, la strada che stringe a terra come una cintura la grande superficie del celebrato mare della costiera, fermatevi a Villa Perla. Dico fino a questa estate perché a settembre i bimbi che vi sono dovranno andar via. In alto c’è una grande costruzione, l’albergo Eden, già molto famoso, ma non è qui Villa Perla: Villa Perla si apre, quasi sulla strada, dietro un grande cancello di ferro, una palazzina dalla facciata rigonfia, quasi circolare, ornata da un peristilio, dove una volta i ricchi signori che frequentavano l’albergo si recavano a giocare d’azzardo.Qui, nel ’46, andarono ad abitare un gruppo di bimbi piccolissimi, lasciati orfani dai genitori caduti nella lotta di Liberazione, figli di deportati, di martiri partigiani: alcuni erano così piccoli che vi furono portati in braccio, e l’alto cancello che era stato varcato dalle grandi macchine di lusso dei milionari, si aprì davanti al carretto della frutta, del latte, della verdura, si aprì all’uscita e all’entrata della schiera di bimbi che nello chalet del gioco d’azzardo avevano trovato una casa: la chiamarono così Villa Perla.L’unità dei Comitati di Liberazione Nazionale si trasformò in unità nella volontà di assistere i bimbi: a Villa Perla arrivarono i lettini, i banchi di scuola, i tavoli, la biancheria, i grembiuli. Partecipavano le autorità con i sussidi prescritti a mantenere i bimbi di Villa Perla, partecipavano i cittadini di Genova, della Liguria, d’Italia. Lo stesso grande industriale Gaslini, in quei tempi in cui i capitalisti facevano le fusa, come i gatti, attorno al movimento democratico sorto dalla guerra di Liberazione, concesse che la dependance dell’albergo Eden di sua proprietà fosse occupata dai bambini. Tuttavia «dimenticò» di firmare una carta che estendesse nel tempo questa concessione: a questa «dimenticanza» si deve il fatto che, mutati i tempi, l’industriale ha preso a reclamare il possesso della sua ex casa da gioco e, dopo molte proroghe, ha ottenuto che le autorità giudiziarie firmassero una sentenza di sfratto, che dovrà aver luogo in settembre. In questi anni, mentre tutto il popolo italiano combatteva la sua battaglia per il rispetto dei diritti conquistati nella lotta di Liberazione nazionale, anche i bimbi di Villa Perla, quella piccola schiera di bimbi dagli occhi ancora aperti con innocenza sul mondo, hanno combattuto la loro. I sussidi governativi sono stati ridotti, si sono trovate mille scuse e sottigliezze per stabilire che quei bimbi non rientravano nella categoria degli «assistibili», finché si è giunti, da parte del Governo, a sovvenzionare solo due dei sessanta bambini che Villa Perla ha in questi anni sistematicamente ospitato. Ora, se è dura la lotta degli operai di una fabbrica per non farsi affamare, immaginate che cosa è stata quella di questo gruppo di bimbi, che tanto poco sapevano ancora della vita, per non farsi tagliare fuori dalla vita. Il muro contro cui si è spezzato il piano di distruzione di Villa Perla messo in opera dal Governo, è stato quello dei sorrisi, dei canti, dell’amore dei bambini di Villa Perla per tutti gli uomini. Chi andava a trovarli li trovava così fermi, così incrollabili in questa loro volontà di vita, così pronti a mostrare il meglio di se stessi nei compiti, nei giochi, nella solidarietà fra compagni, così fiorenti nella salute e nella forza morale che, amico o nemico, se era un uomo onesto, non poteva non desiderare di aiutarli. Così commercianti, bottegai, professionisti, hanno in questi anni mandato a Villa Perla quello che potevano. Ma i grandi amici sono stati l’Unione Donne Italiane, il Comune di Genova quando fu retto dal sindaco Adamoli, sono stati i lavoratori del Porto di Genova:– Quando sentivamo le sirene dei piroscafi, ha scritto un bambino di Villa Perla, pensavamo a loro che lavoravano per noi… I bimbi crescevano belli, bravi, lindi, ordinati. Chi li vedeva, in estate, andare sulla spiaggia a fare i bagni credeva che si trattasse di bimbi di un collegio di lusso: infatti un giorno un industriale, il padrone di una fabbrica tessile che aveva villeggiato in costiera, sotto questa impressione scrisse: «Onorevole UDI, vorrei sapere qual è la vostra retta per far trascorrere al mio bambino l’inverno nel vostro Collegio…».Io ho visto Villa Perla in un giorno di settembre dello scorso anno, quando le tinte della Costa azzurra si fanno di più intenso e caldo splendore, con Renata Agostini, l’animatrice di questa grande istituzione, che mi guidava avanti e indietro, fra i dormitori, il refettorio, le aule scolastiche, la palestra, circondate dai bambini.Anche se da quel giorno è passato tanto tempo, i bambini di Villa Perla mi sono restati nel cuore, e io li rivedo come allora.Permettete che ve li presenti.Ecco Verrecchia, allora un bimbo di Monteccasino, ora un ragazzo robusto di 14 anni. È quegli sulla cui bocca l’espressione «Villa Perla è casa nostra», suona con il più tenero accento.Ricordo gli occhi azzurri, bellissimi, e le ciglia nere folte di Rodolfo Pastore; ed ecco Mario Borgnino con i riccioli biondi, il viso dolce, la figura elegante: non ha padre, la madre partigiana è morta tubercolosa, la nonna vive lavando le scale dei grandi palazzi di Genova. Borgnino ha una grande, accesa fantasia: racconta ai compagni il suo giro del mondo: arriva in elicottero, attraversa i mari nel profondo con sommergibili, fa esplorazioni strabilianti: ma quando parte, parte sempre da Rivarolo, il suo paese che conobbe bambino.C’è Massimo Morandi ora, senza padre, con la madre tubercolosa che non si occupa di lui, un bambino assetato di affetto: se al cancello si ferma qualcuno dirà ai compagni che è venuto a trovarlo, e inventa zii, nonni, cugini che, per i più strani impedimenti del mondo, non possono ricongiungersi a lui.E poi altri, altri. I due fratelli Mazzola, di 10 anni, che hanno il padre, partigiano, disoccupato e la madre risposata che ha avuto altri figli; Luigi De Giovanni, orfano di guerra con la madre ammalata; Nicola Odopenko, figlio di una slava che nel campo di concentramento conobbe un italiano già sposato e padre di figli, da cui Nicola nacque: ora è come se non avesse né padre, né madre.I bambini di Villa Perla cantano: le loro voci sono acute, tenere, entrano nel cuore, fanno impallidire dalla commozione. Quando hanno cantato quella volta: «Fischia il vento, soffia la bufera…», con Giorgio Benedettini, orfano della guerra di Liberazione, che faceva «l’a solo», a me è capitato di piangere, per quanto con tutte le forze volessi proibirmi, così grande davanti a bimbi così piccoli, di dare segni di debolezza.Ma con quel canto tornava tutta l’epoca eroica, tornava su quei bimbi ad aleggiare il volto sbiadito dei padri e delle madri che essi non conobbero quasi, tornava la visione di quel nostro esercito formato sui monti, di quelle brigate partigiane che non avevano pane, e anche tutte le lotte di questi anni perché il sacrificio loro fosse rispettato.Quel «pensate a noi: i nostri padri hanno pensato a voi!», che i bimbi di Villa Perla avevano scritto sulla scheda di sottoscrizione, acquistava un valore morale altissimo.Ora bisogna aiutare i bambini di Villa Perla: a Genova, in Liguria la sottoscrizione a Noi Donne, sarà unita a quella per Villa Perla; bisogna unire ancora una volta tutti attorno ai bambini di Villa Perla, al tempo stesso in cui chiamiamo le donne all’unione attorno al nostro giornale, per l’emancipazione della donna, nella lotta contro le armi termo-nucleari.I bimbi di Villa Perla hanno scritto essi stessi, a mano, su un loro quaderno, quel che dobbiamo fare e pare di sentire le loro voci ripeterci le frasi infantili.Dice Borgnino: «C’è un terreno a Prà sul mare… è nostro».E l’altro: «Dicono che se i nostri amici ci aiuteranno a costruire la casa ce la faremo…». E Maltese: «Se non avete mattoni da darci, regalateci dei soldi e noi con quelli compreremo mattoni e gli abbaini e i vetri per le finestre…».E Massimo Morandi: «Perché se ci aiutate la casa sarà veramente nostra questa volta e nessuno ci manderà più via e nessuno sentirà più parlare di quella brutta parola: sfratto!».I bimbi ci hanno mandato un disegno: eccoci nella casa nuova, è intitolato. E da tutte le finestre si affacciano grosse teste di bimbi e attorno alla casa si fa il girotondo e si vede perfino il mare con il sole che ride contento. Sotto il disegno i bimbi hanno scritto: «Se ci aiutate, questo disegno diventerà vero: Grazie!».  Maria Antonietta Macciocchi(Fonte “Noi donne”, IX, n. 22, 30 maggio 1954 – Archivio storico online)Nota (ndr)Successivamente, anche con la partecipazione del Comune di Genova, Villa Perla ha accolto orfani, minori e bambini con difficoltà d’inserimento nella vita sociale.La struttura, coerente con gli ideali che l’hanno ispirata, si è mobilitata in modo del tutto particolare, in concomitanza con luttuosi avvenimenti nazionali quali l’alluvione del Polesine, il terremoto del Belice, il terremoto del Friuli.Nel 1978 Villa Perla si trasforma in Cooperativa Sociale Villa Perla Onlus.La Cooperativa Sociale Villa Perla gestisce ed effettua servizi sociali, educativi, sanitari, assistenziali, riabilitativi e terapeutici (residenziali, diurni, domiciliari) rivolti a minori adulti, disabili ed anziani, accentuando la vocazione socio-educativa e sviluppando servizi in parte convenzionati con il Comune di Genova.     

Lettera aperta alle istituzioni a difesa delle donne turche

Roma, 20 marzo 2021Al Presidente del Governo italianoAl Presidente del Parlamento europeoAl Presidente del Consiglio D’EuropaAlla Presidente della Commissione EU Oggetto: Misure urgenti a tutela dei diritti e delle libertà delle donne turche Da poche ore è stata diffusa la notizia che la Turchia ha dichiarato di voler ritirare la propria adesione alla Convenzione di Istanbul, pur essendone stata  nel 2011 a suo tempo essa stessa la prima firmataria, in nome della salvaguardia della famiglia e della potestà maritale e paterna... Questa decisione era già stata preannunciata nel 2020 da Erdogan e  fortemente osteggiata dalle donne turche.Proprio per questo, già nel luglio scorso, l'UDI ha inviato una lettera al Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli in cui denunciava preoccupazione per la situazione delle donne turche e delle donne polacche, chiedendo che l'Europa si mobilitasse in tutti i modi per la salvaguardia dei loro diritti  e delle loro libertà minacciate dai loro stessi governi.  Nell'ottobre scorso, il Presidente Sassoli ci rispondeva confermando l'impegno proprio e dell'istituzione che rappresentava nella vigilanza sulla salvaguardia dei traguardi di civiltà già raggiunti dai Paesi nella parità e nella libertà delle donne come diritti umani.  Oggi, di fronte a questa intollerabile restaurazione patriarcale e reazionaria  contro i diritti delle donne da parte del governo di un Paese che nel 2020 ha registrato 300 femminicidi e 171 casi di donne morte in circostanze sospette, chiediamo a tutte le istituzioni nazionali, europee ed internazionali, di condannare senza se e senza ma la decisione del governo turco, e di adottare tutte le misure sanzionatorie possibili nei confronti dello stesso, poiché uno stato che deliberatamente revoca il proprio consenso alla tutela dei diritti e delle libertà delle donne contro la violenza maschile in tutte le sue forme, così come sanciti dalla Convenzione di Istanbul, è uno stato che revoca il proprio consenso alla tutela dei diritti umani.  Chiediamo quindi con urgenza azioni concrete a tutela delle donne turche e di tutte le donne violate nei loro diritti.  UDI-Unione Donne in Italia    ​

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