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PROSSIMI APPUNTAMENTI SEDE NAZIONALE

Mimosa in fuga

Racconto di Serena BallistaIllustrazioni di Paola FormicaCon un'intervista di Vittoria Tola a Marisa Rodano «Chi sei?» la sorprese una bambina.«Io? Oh, io sono un simbolo» colse l’occasione Mimì.«E che cos’è un simbolo?» domandò ancora la bambina.«Be’, un simbolo sono io» disse la mimosa fiera di essere sé stessa. L’albo illustrato Mimosa in fuga nasce da un incontro tutto al femminile: Serena Ballista, scrittrice e attivista nell’associazionismo femminile, Paola Formica, affermata illustratrice con all'attivo importanti collaborazioni in ambito sociale, e Patrizia Zerbi, editrice e direttrice editoriale della casa editrice indipendente e specializzata in editoria per ragazze e ragazzi Carthusia Edizioni. L’idea condivisa era quella di raccontare, attraverso una storia illustrata, il valore della Giornata internazionale della donna e la vera storia del simbolo italiano che la rappresenta, la mimosa. Accolta con entusiasmo la sfida in casa editrice, è stata coinvolta UDI (Unione Donne in Italia) per il ruolo fondamentale dell’Associazione nella lotta per i diritti delle donne e perché fu proprio Marisa Rodano, giovane attivista dell'UDI, a proporre per la prima volta questo fiore nel 1946 collegandolo all'8 marzo.“Da più di trent'anni in Carthusia parliamo a bambine e bambini di argomenti delicati e difficili e crediamo profondamente nell’importanza di affrontare le tematiche di genere” racconta Patrizia Zerbi. “Così, alla proposta di Serena e Paola abbiamo immediatamente colto il valore del progetto. Il risultato è un albo originale, dedicato alle donne e alle bambine, per ricostruire con leggerezza una memoria storica preziosa ma soprattutto per ricordare loro l'importanza di credere in sé stesse, lottare per i propri diritti e sentirsi libere, ovunque e sempre.” Mimosa in fuga è la storia di Mimì, un piccolo rametto di mimosa che un 8 marzo, stufa di essere solo un regalo, scappa dalla cesta per riappropriarsi della propria libertà e ritrovare i valori che rappresenta in quanto simbolo italiano della Giornata Internazionale della donna da ben 75 anni. Nel suo viaggio alla scoperta sé stessa incontrerà Mia, una bambina che la aiuterà a ritrovare pezzi di sé; a sua volta, Mia imparerà, grazie all’esempio di Mimì e di grandi donne del passato e del presente, quanto sia importante conoscere il proprio valore, non accontentarsi e lottare sempre per realizzarsi. “Questa storia ha nascosti tra le sue pieghe così tanti tesori da essere, ogni volta che la si legge, una scoperta” racconta Serena Ballista, autrice del racconto. “So di per certo che le bambine e i bambini che vi si addentreranno, ne usciranno infinitamente più ricchi, e gli adulti con loro, se non smetteranno di cercare.”Le immagini traducono con delicatezza e leggerezza questa storia illustrata con grande sensibilità da Paola Formica: “Con la piccola Mimì sono 'rotolata' fuori dal cesto, respirando boccate d’aria fresca e di libertà, fuggendo da stereotipi e luoghi comuni. Insieme abbiamo percorso, per ricordare e tramandare, la lunga strada spianata prima di noi da altre donne ardentemente determinate e coraggiose.” È in effetti lunga la strada percorsa verso la parità di genere, e il 2021 ce lo ricorda con un calendario ricco di anniversari:• 110 anni dall'istituzione della Giornata Internazionale della donna;• 100 anni da quando per la Giornata internazionale della donna è stato scelto a livello internazionale l’8 marzo• 75 anni da quell'8 marzo del 1946, quando Marisa Rodano pensò di accompagnare con un rametto di Mimosa il materiale informativo per le donne chiamate per la prima volta al voto, e divenuto poi un simbolo;• 75 anni dalla prima volta che le donne italiane hanno potuto esercitare il loro diritto al voto;• 100 anni dalla nascita di Marisa Rodano, la cui testimonianza è presente nelle pagine finali del libro grazie all'intervista di Vittoria Tola, segreteria nazionale dell’UDI, che racconta: “La storia umana raccontata solo a misura di uomini non permette di conoscere la storia delle donne fondamentale per sviluppare una visione critica che, contro pregiudizi e stereotipi, è necessaria per costruire un futuro migliore. Storia anche più interessante e curiosa, come il simbolo della Mimosa dimostra.” Alla fine del volume si trovano alcune pagine di attività che, attraverso il disegno e la scrittura, sono volte a stimolare la curiosità e la fantasia di lettrici e lettori. Mimosa in fuga sarà disponibile in edizione cartonata nelle librerie e negli store online dal 18 febbraio su tutto il territorio nazionale. ANNC-COOP (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori – COOP), che ha creduto fortemente nel progetto condividendone intenti e finalità, ha chiesto a Carthusia di realizzare una tiratura speciale in brossura in circa 17.000 copie da distribuire gratuitamente nei loro canali a donne e bambine in occasione dell’8 marzo. “La mimosa è un fiore bellissimo e un simbolo potente, quello della lotta per la libertà e l’uguaglianza dei generi – racconta Marco Pedroni, Presidente ANNC-COOP. “È un fiore che fa parte della nostra cultura, perché la cooperazione nasce per sostenere e liberare chi è oppresso e svantaggiato. Siamo molto contenti di contribuire alla diffusione di questo libro e di rendere omaggio a Marisa Rodano e con lei alle tantissime donne che hanno combattuto e combattono per i loro diritti, ma anche per i diritti di tutti noi. Coop ci sarà sempre per questa battaglia delle bambine e dei bambini del mondo”. Mimosa in fuga è il quinto titolo della collana “INDISPENSABILI” di Carthusia Edizioni, albi illustrati diversi tra loro ma uniti dalla capacità di coinvolgere lettori grandi e piccoli con contenuti profondi e stimolanti e una cura particolare per il linguaggio illustrativo.    ​

100 anni Marisa Rodano

In occasione dei centesimo compleanno di Marisa Rodano, avremmo voluto organizzarle una grande festa come meritava. Il Covid c'è l'ha impedito, ma nonostante tutto ci è stato concesso dai figli, che ringraziamo, di poterle porgere gli auguri di persona, nel rispetto della sua sicurezza. Abbiamo colto quest'occasione per consegnare a Marisa tre doni molto speciali:la tessera onoraria dell'UDI 2021, per il suo incommensurabile contributo all'associazione, un piccolo libriccino contenente tutti i pensieri, gli auguri e i ricordi che ci avete mandato in questi giorni, ed infine il libro "Mimose in fuga", il racconto di Serena Ballista illustrato da Paola Formica pubblicato da CARTHUSIA EDIZIONI in collaborazione con UDI, in uscita nelle librerie dal 18 febbraio. AUGURI MARISA! ALTRI CENTO DI QUESTI GIORNI!

I primi risarcimenti alle vittime delle marocchinate

Questo articolo si inserisce in risposta al post di RadFemItalia.   di Vittoria Tola Il 2 marzo 2020 l’Udi ha presentato, ultima iniziativa prima della chiusura per il Covid e prodotto di due anni di lavoro, la digitalizzazione di tutti i materiali del suo Archivio Centrale sulla violenza contro le donne partendo dai materiali sulle “marocchinate” e arrivando fino agli anni 2000. L’Archivio dell’Udi inizia con i documenti dei CGD Gruppi di difesa delle donne del 1943 e anni successivi, quindi dal periodo della seconda guerra mondiale e dell’Italia occupata e offre molti materiali catalogati sulle questioni che stiamo affrontando oggi in un continuum della violenza maschile dalla guerra alla pace sulle italiane, le immigrate e la donne trafficate.Non a caso nel 2000 l’ Udi cambia il suo nome, di cui eravamo orgogliose, da Unione donne italiane a Unione donne in Italia, per comprendere le migranti che erano arrivate nel nostro paese, anche in seguito a dittature, guerre e tratta dall’Est europeo e da altri paesi  soprattutto negli anni ‘90 che si aggiungono alle immigrazioni storiche dalla Eritrea, Somalia, Capoverde o dall’America latina.E’ giusto riflettere sui trent’anni che ci stanno alle spalle per affrontare le politiche dell’oggi e tra i punti del documento che ci è stato consegnato c’è un importante riferimento alla questione della memoria. Ricorderei prima di tutto che, il nominato dalle relatrici DL del 1998 sull’immigrazione che prevede l’art. 18  che non sarebbe stato possibile se alcune di noi non avessero avuto conoscenza e consapevolezza di cosa era la prostituzione e in particolare delle norme e delle ragioni della Legge Merlin. Senza questa memoria le norme sarebbero state diverse e certamente meno efficaci di quanto sono state per le donne della prostituzione coatta.Per tornare agli stupri di guerra in questi giorni a Catania si ricordano quelli della seconda guerra mondiale compiuti a Capizzi delle truppe coloniali francesi, interne all’alleanza militare contro i nazifascisti che, sbarcati nell’isola dalla Sicilia, risalirono nell’Italia meridionale fino all’epicentro della battaglia di Monte Cassino dove ben tre armate, 2 americane e 1 francese, non erano riuscite a passare spezzando la Linea Gustav dei tedeschi. Ci riuscirono quelle truppe coloniali francesi, 15.000 uomini, truppe malviste, provenienti dal Marocco ed altri paesi africani, peggio equipaggiate, ma composte da combattenti addestrati in montagna. Con loro il generale francese Juin si è giocato tutte le sue carte conquistando Montecassino. E dopo la vittoria i Goumiers sono dilagati con una furia devastante con stupri singoli e di massa e aggressioni alle donne e uccisioni di quanti si opponevano in tutta la zona della Battaglia. L’unica grande vittoria  militare francese del Secondo conflitto mondiale fu ,secondo alcuni storici come il francese Jean Christophe Notin, che nel 2002 ha pubblicato un lavoro per sostenere la gravità della dimenticanza,  una vittoria “sfregiata” perché l’autore è convinto che mentre si attribuiscono tutte le responsabilità alla “furia francese e alle caratteristiche tribali e barbare dei soldati africani, le ragioni di questa accusa furono politiche  da parte delle varie forze in campo e la colpa fu in parte della “rilassatezza dei costumi” delle donne italiane. Ma in ogni caso per Notin si trattava di pochi casi amplificati dalla propaganda italiana o, come commenta De Luna, casi falsi per ottenere soldi veri in una situazione di grande miseriaCome già scritto in “Stupri di Guerra” a cura Simona la Rocca “La povertà e la miseria in nel Lazio meridionale erano feroci e reali ma erano reali anche le migliaia e migliaia di donne non “dai costumi rilassati”, ma prede e vittime distrutte moralmente, materialmente e socialmente dalle truppe coloniali francesi. Dopo la vittoria dei Francesi a Montecassino e gli stupri che ne conseguirono le malattie veneree divamparono e con poca possibilità di controllo e di cura. Ci furono molte gravidanze (di cui nessun come documenterà alla Camera Maria Maddalena Rossi ha mai indagato le conseguenze cosi come difficilmente si sa qualcosa dei bambini che nacquero da queste gravidanze forzate), molte si sentirono colpevoli di quanto loro accaduto e anche delle morti di chi aveva tentato di difenderle. Migliaia e migliaia di donne ebbero vita difficile anche dopo la fine della guerra. Come quelle provenienti dai centri di raccolta di Capua e Aversa evacuate in Sicilia e ricoverate in lazzaretti per essere curate delle infezioni veneree e delle lesioni spesso devastanti riportate all’atto della violenza. Inoltre le donne in molti casi contrassero altre patologie presenti nei territori percorsi dalla guerra come la malaria, il tifo esantematico, la meningite e la tubercolosi, la scabbia, la diffusione di eczemi e piaghe di ogni genere, malattie respiratorie con esiti spesso letali per mancanza di cure in persone particolarmente debilitate. Molte morirono e molte impazzirono e non solo donne, ma anche i uomini e ragazzi brutalizzati. Da subito il sindaco di Esperia chiese indennizzi e interventi di riparazione e soprattutto medicinali e aiuti medici da affiancare ai medici condotti che si spesero al massimo per fermare con mezzi infimi la tragedia che avevano di fronte. Il Governo Bonomi e successivamente il Governo Parri intervennero in questo senso, ma con risorse che furono una goccia in un mare. Il comando del CEF, che pure aveva minimizzato i fatti di violenza, nel 1947 riconobbe un indennizzo massimo di 150.000 lire una tantum alle vittime di stupri dei loro soldati coloniali. Le risorse dovevano essere prelevate dal fondo che l’Italia doveva loro come indennizzo di guerra per l’aggressione alla Francia del 1940, la famosa pugnalata alle spalle” di Mussolini, che ammontava a 34 miliardi. La società Restituire fu incaricata di raccogliere le domande di risarcimento attraverso i Comuni di residenza delle donne interessate all’indennizzo. Complessivamente le richieste di risarcimento furono 50.000. L’Intendenza di Finanza di Frosinone erogò a titolo di indennizzo la somma di lire 100.000 massime a molte donne della provincia che dimostrarono di aver subito violenza dalle truppe marocchine. Le richieste non furono facili sia per la difficoltà che le donne avevano a parlare sia per la difficoltà a seguire l’iter burocratico estremamente complicato che le richieste prevedevano. Ogni persona per la richiesta di indennizzo doveva pagare ben 600 lire che troppe non possedevano. Intanto anche nell’immediato di questa catastrofe comincia a farsi strada l’inadeguatezza dell’indennizzo non solo materiale per le vittime di stupro ed emerge la richiesta di accedere alla pensione di guerra per le donne marocchinate.La legge n. 648 dell’agosto del 1950 stabilì i termini per la pensione di guerra, ma era indispensabile aver riportato nella violenza un’infermità fisica, mentre nessuno voleva considerare i danni morali, psicologici e sociali dello stupro. Da subito la risposta del Governo fu che non era possibile cumulare indennizzo e pensione. Per la pensione inoltre la tipologia e il numero di esami da sostenere furono un altro grave problema per molte donne semplici. La commissione era composta da medici militari e come per l’indennizzo bisognava dimostrare la buona condotta morale(sic!) della donna documentata dalla Caserma dei carabinieri locali; nell’assegnare l’importo si valutava se la vittima all’atto della violenza fosse stata illibata, coniugata, avesse avuto figli. I rappresentanti governativi ipotizzarono il rilascio di attestati per le nubili stuprate, che comprovassero la deflorazione (sic!) in seguito a violenza. L’importo del vitalizio per assimilare queste alle vittime di guerra era stabilito in base a tabelle predefinite. Norme che si commentano da sole! La distribuzione di denaro sotto varie forme favorì il nascere di speculazioni e di truffatori. Per affrontare questa situazione molto lunga e complessa fu l’azione politica delle donne e delle vittime del Frusinate aiutate dall’ UDI che interviene anche se con i pochi mezzi che aveva a disposizione. Neanche per loro era facile intervenire perché erano donne che venivano dal centro nord, dall’antifascismo e dalla guerra di liberazione partigiana in cui erano state staffette e partigiane. Protagoniste di una nuova realtà che avevano affrontato con coraggio ma erano donne che si identificavano fortemente con le altre donne e avevano la consapevolezza di quello che le donne del Cassinate avevano subito, come erano state trasformate in paria, i danni materiali e morali che le consumavano, la vergogna a parlarne soprattutto per le più giovani, i drammi familiari e la loro mancanza di alternative e di un futuro. Insieme alla consapevolezza della tragedia delle violenze sessuali erano mosse da una motivazione solidaristica e sociale (sollecitare le pratiche della pensione per le donne vittime di quella tragedia) e pacifista (ricordare gli orrori della guerra mentre ci si batteva per la pace). Volevano conoscere e informarsi delle loro condizioni, informare le donne cassinati dei loro diritti e di quello che potevano richiedere. Parlare e ascoltare, distribuire moduli e brevi questionari anonimi, partecipare al loro dolore anche nella povertà estrema mai esibita ma evidente. Incontri nelle case per fare di una tragedia personale, per cui mancavano le parole per esprimerla, una battaglia consapevole e collettiva. Cercando di capire quante erano state coinvolte e con quali conseguenze e come fare a richiedere sia l’indennizzo che la pensione per avere un sollievo minimo materiale, ma che aveva anche il significato simbolico del riconoscimento della responsabilità degli autori delle violenze e del risarcimento di una colpa altrui.Maria Maddalena Rossi presidente nazionale dell’Udi visita ripetutamente tutti i paesi del Cassinate accompagnata da donne locali e per 2 anni anche da Luciana Romoli e altre donne di Roma per parlare con le donne testimoni o vittime delle violenze. Questo grande lavoro di contatto con le donne è testimoniato anche dalla storie e dalla memorialistica locale e da ciò’ che affiora dalla ricerca negli archivi anche dei paesi in questione, della Prefettura e nella Intendenza di finanza di Frosinone. L’associazione Donne del Frusinate(UDI) con a capo Ebe Locatelli insieme ad Adriana Molinari e Lina Paniccia organizzarono un vasto movimento di rivendicazione delle donne “marocchinate” che portò all’intervento in Parlamento di Maria Maddalena Rossi evento più unico che raro nei parlamenti del dopo guerra.Gia nel ’49, secondo un articolo su Noi Donne, giornale dell’  Udi, una commissione di Sindaci e di Associazioni, aveva posto, senza ottenere risultati, il problema  di eliminare il divieto del cumulo tra indennizzo e pensione al Sottosegretario Andreotti, senza però ottenere alcun risultato. Nel 1948 c’è una prima riunione a Pontecorvo per rivendicare il diritto alla pensione di guerra, rivendicazione rimasta inascoltata e il lavoro riprese casa per casa, donna per donna. Le donne ebbero più coraggio nell’esprimersi pubblicamente e nel chiedere la pensione nel secondo convegno a Pontecorvo nel ’51.In una relazione del 24 agosto ’51, inviata all’ Udi nazionale da Ebe Locatelli che collaborava con le dirigenti locali e nazionali dell’ Udi, si riferisce che secondo dati ufficiali le “marocchinate” sarebbero 60.000 ma che le pratiche di pensione giacciono in un disordine indescrivibile presso l’Intendenza di finanza di Frosinone, essendosi “persi” (!) sia gli elenchi alfabetici che quelli per Comune. In un articolo dell’on Maria Maddalena Rossi del 17 novembre ‘51 sull’Unità si parla di 47.000 domande presso l’Intendenza di Finanza di Frosinone e di 10.000 domande presso il Ministero del Tesoro. La Locatelli distingue, sotto il profilo delle pratiche di pensione, tre gruppi:Donne che nel ’44 hanno avuta una “liquidazione” (dalle 80.000 alle 200.000 Lit.) dai governi francese e italiano, che viene trattenuta dalle pensioni di VII e VIII categoria assegnate alle vittime civili di guerra;Donne che hanno fatto richiesta di risarcimento di danni di guerra negli anni ’46, ’47, ’48, giacenti in disordine presso l’Intendenza di finanza, perché  si sono persi ambedue gli elenchi. Locatelli osserva: molte donne si sono mosse in ritardo, vuoi per ignoranza di avere diritto al risarcimento, vuoi per vergogna.Donne, che avendo ricevuto 150.000 Lit. di liquidazione, non ricevono ancora la pensione (che ammonta da1400 a 3000 Lit mensili) a causa delle trattenute. Locatelli precisa che l’Udi ha avanzato la richiesta di considerare la liquidazione un contributo straordinario e di pagare la pensione regolarmente; Lea Locatelli riferisce anche sull’attività svolta e sulle difficoltà incontrate: 2 riunioni a Pontecorvo, 3 a S. Giovanni Incarico, 2 a Ceccano, 1 a S. Elia. In esse viene distribuita una petizione da firmare, diretta alla Camera dei Deputati.Esiste – si commenta nella relazione-  ancora sfiducia nelle donne a causa  dei tentativi individuali falliti, delle truffe subite da parte di presunti “professionisti”, che promettevano dietro compenso di seguire le pratiche, vuoi per la lunghezza dei tempi; c’è reticenza in molte a apporre firme; qualcuna ha ricevuto il libretto di pensione (siamo prossimi alle elezioni) e quindi altre sperano di averla; infine si osserva che le vittime vivono in maggioranza in campagna, in frazioni sperdute, che  le ristrettezze finanziarie rendono difficili gli spostamenti e che bisognerebbe perciò riuscire a costituire dei comitati nei centri maggiori.           La petizione chiedeva:Sollecito disbrigo delle pratiche e, in attesa, acconti da non trattenersi sulla pensione, a titolo di rimborso delle spese di cura: [Molte delle donne avevano subito lacerazioni, o erano state ferite, o infettate da malattie luetiche e blenorragiche.]Pagamento delle pensioni e degli arretrati senza trattenere le somme erogate dal governo francese e italiano, da considerarsi come indennità straordinaria per le spese di cura.Assegno di cura, che veniva assegnato alle vittime di guerra solo per chi aveva contratto tbc;Medicinali e cure mediche gratuite (teoricamente le visite e i medicinali erano gratuiti presso il reparto dermosifilopatico dell’ospedale di Pontecorvo, ma i medici – nel ’51 – non disponevano dei mezzi necessari).Quando nel 1951 si arrivò al Convegno di Pontecorvo, anche questo avvenimento più unico che raro e non solo per l’Italia, in esso confluirono tutte le donne che nel cratere della battaglia avevano subito stupri e aggressioni e da anni lavoravano per definire e presentare un progetto di rivendicazioni verso tutte le autorità italiane. Al convegno di Pontecorvo si arrivo con una lunga grande mobilitazione e con un atto di sfida alle istituzioni e il particolare a tutte le forze dell’ordine che presidiavano le strade per bloccare senza successo queste donne dopo il duro divieto di Scelba Ministro degli interni. Il convegno riusci’ oltre ogni previsione per presenze e passione e a conclusione oltre alle richieste contenute nella petizione di promozione, venne chiesta: “L’istituzione di un Centro contro le malattie contratte, la proroga del termine per la presentazione delle domande di pensione, la visita di tutti i figli delle marocchinate”.Due giorni dopo, il 16 ottobre, Maria Maddalena Rossi depositava alla Camera una interpellanza al Ministro del Tesoro. Era convinta fosse venuto il momento di aprire un fronte pubblico nazionale e ufficiale per il riconoscimento dei risarcimenti alle migliaia di donne violentate dai militari coloniali francesi nel maggio di otto anni prima. L’interpellanza sarà discussa solo il 7 Aprile dell’anno successivo.La guerra era finita solo da sette anni e molte ferite erano aperte. l’Italia era in cerca di appoggi e riconoscimenti internazionali per risollevarsi dalle macerie della guerra, far parte dell’Alleanza atlantica ed entrare all’Onu dove l’appoggio della Francia era determinante. Le tensioni politiche, così come le divisioni esasperate dalla Guerra fredda, si avvertivano ovunque. Le richieste delle donne passarono in secondo piano.Il presidente Macron, recentemente ad agosto 2019, nell’anniversario della liberazione dal nazifascismo della Francia meridionale, ha chiesto ai sindaci francesi di intitolare alcune strade ai combattenti delle truppe coloniali quale riconoscimento del loro valore contro i nazisti.  A Montecassino ha sede l’Associazione nazionale vittime delle marocchinate, diretta dalla destra fascista; in quella occasione l’Associazione ha chiesto al Ministro degli Esteri del Governo italiano di intervenire contro Macron perché la Francia voleva valorizzare gli stupratori di Montecassino. Una strumentalizzazione e una confusione voluta che continua a far leva sulla mancata concordanza tra storia ufficiale e memoria comune che non è mai stata sanata veramente dalla fine della guerra creando la coscienza di una storia condivisa.  E’ inoltre l’ennesimo tentativo della destra italiana di sostenere che le truppe alleate erano solo invasori e degli stupratori e non dei liberatori o con una frase che allora le donne del Cassinate dicevano, “aspettavamo dei liberatori, sono arrivati li diavuli”. Dalle aggressioni da parte di alleati alla donne in particolare gli stessi tedeschi occupanti in ritirata avevano avvisato la popolazione che la vulgata di allora esprimeva con” i tedeschi portavano via gli uomini mentre gli alleati stuprano le donne”.  Neanche sugli stupri delle truppe tedesche al nord si è mai fatta piena luce. Come viene spesso ricordato le guerre sono degli uomini, ma le guerre sono alle donne: le vicende di Montecassino e della Ciociaria sono in questo senso emblematiche e terribili anche perché si tratta non di nemici occupanti ma di alleati contro il nazifascismo. Dopo la battaglia di Montecassino tentare  di resistere all’orda di “diavuli”   soldati strani e selvaggi anche nel loro abbigliamento  che li travolgevano  spietatamente, da parte  della popolazione locale e degli sfollati la reazione fu  immediata e spontanea; stanchi della guerra delle aggressioni e degli stupri  si rivolgevano agli ufficiali francesi, ma  anche alcuni di loro erano tra gli stupratori, come si evince dalle testimonianze delle donne o dalla memorialistica locale  o agli ufficiali inglesi, i quali però sostenevano che erano lì per combattere i tedeschi non per interessarsi della popolazione civile vessata dai francesi; la stessa cosa vale per gli americani. Il risultato finale fu che questa orda che ha devastato un’intera provincia è andata avanti per giorni, con danni non solo in termini di stupri ma di anche malattie veneree e   gravidanze, malgrado si dicesse che le malattie veneree non potevano comportare gravidanze. Non esisteva l’aborto, le gravidanze furono portate a termine, ma bambini morivano dopo pochi giorni dal parto di raffreddore o broncopolmonite: alcune testimoni dicono che le donne hanno provveduto a modo loro. Solo molto tempo dopo le donne raccontarono. Molti bambini furono mandati nei brefotrofi, complessivamente in Italia negli anni dopo la guerra il numero dei bambini in essi era molto alto, circa 350.000.Quando l’interpellanza di M.M. Rossi arrivò in Parlamento molte domande erano state presentate e raccolte in modo confuso o disperse. La Prefetta di Frosinone Emilia Zarrilli quando nel 2014 abbiamo fatto un convegno a Vallecorsa sulle Marocchinate dichiarò pubblicamente che al suo arrivo aveva voluto verificare cosa era veramente successo di quanto aveva letto nei libri di storia e trovato con sorpresa, negli archivi della Prefettura, molte cartelle presentate dai sindaci che riconoscevano lo stupro e il risarcimento, ma che le donne non si erano mai presentate a chiedere il pagamento.Quando in Parlamento nel 1952 si parlò di risarcimenti e pensioni il Sottosegretario Tiziano Tessitori disse che tutti i dati raccolti minuziosamente ed esposti da Maria Maddalena Rossi per arrivare all’ottenimento della pensione erano esagerati, si trattava di pochi numeri che andavano inseriti nella lista degli altri danni di guerra, quali per esempio quelli derivanti da incidenti stradali provocati dai mezzi degli alleati a Napoli e Montecassino danni tutti allo stesso livello!Emblematica la risposta feroce ed sarcastica di Maria Maddalena Rossi al Sottosegretario: “Si vede bene che Ella non è una donna”.Non si affrontò quindi la questione, non solo perché non volevano pagare e riconoscere fino in fondo l’ignominia di quanto successo, ma perché ritenevano quanto successo comprensibile nei danni collaterali di guerra e non si sognavano neanche di mettere in discussione il Codice Rocco che parlava di stupri e violenze come reati contro la morale e non contro la persona.Le richieste di indennizzo continuarono ad essere richieste fino agli anni 60, e non a caso il film “La Ciociara” uscirà solo in quegli anni, quando la questione  chiusa in Parlamento fu riaperta dalle donne presso la Corte dei Conti per ottenere giustizia.  Con qualche caso non ancora chiuso.      

Scambio di lettere tra Luisa Muraro e ministre Bonetti e Bellanova

Pubblichiamo lo scambio tra Luisa Muraro e la ministra Bonetti e la ministra Bellanova in quanto ci questione di interesse nel dibattito politico e culturale attuale.   Lettera Aperta di Luisa Muraro originariamente pubblicata sul sito della Libreria delle donneErrori e danni il governo in carica ne ha fatti, così come tanti altri governi alle prese con la pandemia. Ma nessun errore o danno è così grave come quello che potrebbe fare Matteo Renzi con le sue manovre nella coalizione di governo. “È senza anima” ha sentenziato Renzi del piano di spesa proposto dal capo del governo: parla come un esperto di anime l’uomo che conoscevamo per aver insidiato il governo Letta e mandato allo sbaraglio il proprio!Lo sta rifacendo con la minaccia di ritirare le “sue ministre”. Chi sono? Elena Bonetti e Teresa Bellanova, deputate nel parlamento italiano, elette nelle liste del Partito democratico (PD) e ministre del governo in carica, rispettivamente per le Pari Opportunità e per l’Agricoltura. Il riferimento delle due ministre è, costituzionalmente, il capo del governo, Giuseppe Conte. Ma entrambe hanno aderito a una piccola formazione, “Italia viva”, un nuovo partitino cui ha dato vita Matteo Renzi (anche lui del PD), dopo le elezioni.  Con quale scopo? Ci sono diverse risposte, sicuramente Renzi voleva contare di più e non trovarsi fuori dalla gara per il potere.Bisogna sapere che il Partito democratico è entrato a far parte della nuova coalizione di centrosinistra dopo la famosa manovra fallita dell’on. Salvini, estate 2019, che ha mandato per aria il centrodestra, e lui all’opposizione. La manovra doveva servire a spostare la politica più a destra e invece non fece che far ruotare il partito di maggioranza, i Cinquestelle (e con loro Giuseppe Conte che ha fatto da perno) da destra a sinistra: i numeri in parlamento c’erano senza tornare a votare. È stata una vera piroetta, il merito ne va a 4-5 persone fra cui lo stesso Matteo Renzi che voleva così rientrare nella gara per il potere: non pensava a favorire Conte, che in quel posto era arrivato quasi per caso.Poi è esplosa la pandemia e tutto è cambiato fra cui la politica europea e dietro a questa l’importanza dell’Italia e, con questa, quella di Conte e del suo governo di centrosinistra.Siamo a questo punto. E a questo punto mi rivolgo alle due ministre per chiedere loro di non prestarsi alle dubbie manovre di Matteo Renzi. Il passato non parla in suo favore. In ogni caso, non lasciate che sia lui a parlare e decidere per voi. Non siete ministre a disposizione di Matteo Renzi, siete ministre del governo in carica, che può e deve migliorare la sua politica: date il vostro contributo, lo sapete fare. Vi chiediamo, in sostanza una prova della vostra indipendenza dalla politica che mira al potere. Mirate alla libertà femminile e al bene comune. P.S. Sono stata informata che la ministra Teresa Bellanova è senatrice e che Elena Bonetti è ministra senza essere stata eletta. Mi scuso con le interessate. L.M.   Lettera delle Ministre Bellanova e Bonetti originariamente pubblicata sul sito di Italia VivaIl partito in cui siamo e agiamo è Italia Viva. Partito che dalla sua fondazione, da parte di Matteo Renzi, contempla la diarchia in tutti i ruoli e le cariche, scelta che anche a livello locale sta cambiando il volto della partecipazione politica (1). Non a caso Matteo Renzi è stato il primo e finora l’unico Presidente del Consiglio ad aver attuato la piena parità nell’indicazione dei suoi Ministri (50% donne e 50% uomini). Già molte ministre di quel governo furono accusate di essere succubi del capo. Megafoni. D’altra parte, è un maleficio che sembra colpire molte donne che scelgono la politica e ambiscono a ruoli apicali. Dunque, nessuna meraviglia se lo stesso incantesimo ricade oggi su due Ministre della Repubblica. Lascia tuttavia sconcertati che a farsene interprete sia questa volta anche la parola di una filosofa che ha scritto saggi sulla libertà femminile e l'autorità che ne deriva. Perché le donne, alla prova degli eventi e dei fatti, sono obbligate a dare ragione della loro autonomia di giudizio rispetto agli uomini mentre agli uomini mai, neppure dalle donne, questo è richiesto? E in quali gravi condizioni versa la credibilità del servizio della politica e dello stesso agire politico, se perfino una donna di pensiero è portata ad escludere nelle premesse che la scelta condivisa da due donne possa essere liberamente ordinata a null’altro che alla ricerca di un bene comune possibile per il Paese? Quest’ultima è, forse, la vera domanda del nostro tempo e attiene alla drammatica incapacità di concepire la comunità. Finisce così per interessare poco ciò che voci ufficiali di donne e uomini di Italia Viva, comprese le nostre, dichiarano da mesi nel merito puntuale di temi cruciali per il futuro di questo Paese. Diventa invece necessario ribadire che, in piena libertà e autonomia, abbiamo condiviso con Matteo Renzi e l'intera comunità di Italia Viva i rilievi mossi al Presidente del Consiglio rispetto a quelli che noi per prime riteniamo veri e propri vulnera istituzionali e deficit nella capacità politica di governare la complessità che stiamo vivendo. Richiamando le domande al principio del nostro ragionamento, chiediamo: è così difficile per Luisa Muraro, che sembra non conoscere a sufficienza neppure le nostre storie politiche e le nostre biografie, vedere e riconoscere libertà decisionale e autonomia femminile nelle nostre scelte? Mostreremmo forse una qualche prova di maggiore libertà se non richiamassimo tutti alla necessità di considerare le enormi risorse del Recovery un'occasione storica per il Paese e le nuove generazioni, tale da rendere necessario un confronto responsabile, rigoroso, di qualità all’interno della maggioranza di governo? Appariremmo donne più libere se non parlassimo di quanto una superficiale gestione delle responsabilità rischi di penalizzare pesantemente e mettere fuori gioco una intera generazione, costretta oggi alla didattica a distanza come unica modalità di insegnamento e domani a un futuro lavorativo desolante, sul quale nessuno sente il dovere di aprire gli occhi per disegnare una strategia valida e creare concrete opportunità? Saremmo riconosciute libere se con serena accettazione dicessimo che dinanzi alla gravità della pandemia è meglio non discutere e guai ad alimentare conflitti (e pazienza se si mette a tacere la coscienza e si rende sterile e innocuo, e in questo modo, sì, inutile e persino superfluo, l’esercizio critico del nostro giudizio)? Meriteremmo una patente di libertà, infine, se venissimo meno al riconoscimento reciproco come fondamento delle relazioni nelle comunità politiche e al giuramento fatto sulla Costituzione il giorno in cui siamo state nominate Ministre della Repubblica, quello di “esercitare con lealtà e onore le funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”? Semplicemente, la nostra idea di libertà e di autorità femminilenon coincide con quella espressa dalle parole di Luisa Muraro e da chi come lei oggi ci sollecita ad agire al di fuori di una logica di comunità. Nel pieno rispetto delle reciproche differenze d’opinione, ne teniamo conto. Ma non vorremmo inutilmente alimentare un dubbio: non ci occorre alcuna patente di libertà. Noi siamo persone libere. Siamo donne libere. E con il servizio della politica abbiamo l’ardire – Muraro non se ne dorrà – di voler contribuire a spezzare i gioghi, troppi e subdoli, che parole come le sue ancora vogliono imporre sulle spalle delle donne di questo Paese. Teresa BellanovaElena Bonetti (1) Dallo  di Italia Viva: 1.1 Italia Viva è la casa aperta a tutte le donne e a tutti gli uomini che si identificano nei valori propri dello Stato liberale, laico, inclusivo e fondato sulla divisione dei poteri, nella Costituzione repubblicana e antifascista, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. 1.2 Promuove la concreta parità di genere, impegnandosi affinché donne e uomini abbiano eguali diritti e medesimi doveri. 3.3 L’Associazione persegue anche attraverso azioni positive l’obiettivo della parità dei sessi in attuazione degli articoli 3 e 51 della Costituzione. Ogni incarico, elettivo o di nomina, è affidato congiuntamente a una donna e a un uomo, salvo diversa espressa previsione del presente Statuto o della Legge. In ogni caso, va garantito l’equilibrio numerico dei due sessi all’interno degli organi collegiali.     

Un tribunale sudcoreano condanna Tokyo a risarcire le "schiave del sesso"

Articolo originale da RaiNews.it Si tratta del primo caso giudiziario riguardo alle ragazze fatte schiave del sesso dalle truppe di occupazione giapponese che eufemisticamente venivano etichettate come "donne di conforto". Tokyo e Seul sono entrambe grandi alleate degli Stati Uniti, ma le loro relazioni sono tese a causa del dominio coloniale giapponese dell'inizio del XX secolo e ulteriormente peggiorate negli anni del governo sudcoreano di centro-sinistra guidato da Moon Jae-in. Gli storici ritengono che fino a 200.000 donne, per lo più coreane, ma anche di altre parti dell'Asia, compresa la Cina, furono costrette a lavorare come prostitute per i militari giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. La sentenza giunge dopo un processo durato otto anni fa. Da allora alcuni dei querelanti originari sono morti e sono sono stati sostituiti dalle rispettive famiglie. Tokyo, in questi anni, ha boicottato il procedimento e sostiene che tutte le questioni di risarcimento derivanti dal suo dominio coloniale sono state risolte con il Trattato del 1965 che normalizza le relazioni diplomatiche con i Paesi i vicini. Il governo giapponese nega inoltre di essere direttamente responsabile degli abusi di guerra, insistendo sul fatto che le vittime erano state reclutate da civili e che i bordelli militari erano gestiti da privati. La disputa si è inasprita nonostante Seul e Tokyo avessero trovato un accordo nel 2015 volto a risolvere la questione "definitivamente e irreversibilmente" con le scuse giapponesi e la creazione di un fondo da un miliardo di yen per i sopravvissuti. Ma il governo sudcoreano di Moon ha dichiarato difettoso l'accordo raggiunto sotto il suo predecessore conservatore e lo ha di fatto annullato, citando la mancanza del consenso delle vittime. La mossa ha portato a un'aspra disputa diplomatica che ha finito per incidere sui legami commerciali e di sicurezza fra i due Paesi. Lo stesso tribunale di Seul si pronuncerà la prossima settimana su una causa simile intentata contro Tokyo da altre 20 donne e dalle loro famiglie.

In ricordo di Marisa

Il 19 dicembre del 2019 Marisa Ombra ci ha lasciato.Le condizioni create dalla pandemia non ci hanno premesso di ricordarla ed onorarla come avrebbe meritato la sua vita e il suo impegno e come faremo appena possibile.Per questo la vogliamo ricordare a tutte con questo video e con le sue parole!( A cura di Ilaria Scalmani e Vittoria Tola )​  

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