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PROSSIMI APPUNTAMENTI SEDE NAZIONALE

Una petizione nazionale per contrastare e prevenire LE MOLESTIE E I RICATTI SESSUALI NEI LUOGHI DI LAVORO​

Tra le molte forme di violenza contro le donne che combattiamo da sempre, ve ne è una in particolare che ipoteca fortemente e scoraggia sempre più la presenza delle donne nei luoghi di lavoro e che, per poter essere contrastata, ha urgente bisogno di essere fatta emergere, inquadrata in una logica di mainstreaming di genere, attuando politiche integrate per debellarla e una nuova sensibilità nei luoghi di lavoro.È il caso della piaga delle molestie e dei ricatti sessuali nei luoghi di lavoro (fenomeno mondiale) che l’ISTAT stima abbia riguardato, almeno una volta nella vita, il 43,6% delle lavoratrici in Italia tra i 14 e i 65 anni e che l’ILO, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, definisce come "minaccia alle pari opportunità" e "inaccettabili e incompatibili con il lavoro dignitoso" e che produce danni personali, sanitari e sociali.Per questo l’UDI, nella cornice della sua Piattaforma "per una contrattazionedi genere" intende esplicitare con forza, e consapevole della novità che in Italia comporterebbe, che le molestie sessuali contro le donne nei luoghi di lavoro siano considerate una forma di "incidente sul lavoro" che, intaccando l'integrità fisica e psicologica delle lavoratrici (e a volte dei lavoratori), pongono di fatto un problema di "sicurezza sul lavoro" di cui deve rispondere il datore o la datrice di lavoro.In coerenza anche con la Convenzione ILO in via di ratifica da parte del Parlamento Italiano LANCIA UNA PETIZIONE PER aggiungere nel DECRETO 81/ 2008 "TESTO UNICO SULLA SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO" un nuovo articolo dedicato alle molestie e ricatti sessuali nei luoghi di lavoro e per integrare questi nella formazione obbligatoria sulla sicurezza in ogni posto di lavoro anche con la collaborazione delle associazioni delle donne.FIRMATE E FATE FIRMARE presso le sedi UDI locali.​Materiale:http://www.udinazionale.org/petizionemolestie.html

International Day for the Elimination of Sexual Violence in Conflict​

Il 19 giugno è la Giornata internazionale contro la violenza sessuale nei conflitti armati istituita nel2015, con la risoluzione A/69/L.75, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per sollecitare il dibattito della società civile rispetto agli stupri e alle violenze sessuali nei conflitti, oltre che per onorare le persone (donne, uomini e bambini) che di queste orribile violenze sono vittime; la data è stata scelta anche per celebrare l’adozione della risoluzione1820/2008 del Consiglio di Sicurezza che riconosce la violenza sessuale quale “tattica di guerra, per umiliare, dominare, instillare paura, disperdere o dislocare a forza membri civili di una comunità o di un gruppo etnico”, nonché minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.La disciplina del crimine di stupro è andata evolvendosi nel corso degli ultimi decenni. Gli orrori avvenuti durante i conflitti nell'ex Jugoslavia prima, e nel Rwanda poi, nonché i movimenti delle donne spinsero la Comunità Internazionale a riconoscere lo stupro quale fattispecie costitutiva dei crimini di diritto internazionale; oggigiorno, i crimini di natura sessuale sono espressamente inclusi nelle categorie di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e atti costituenti crimini di genocidio, costituiscono una grave violazione dei diritti umani e rappresentano il principale ostacolo nel post-conflitto per la riconciliazione;  ciò dovrebbe indurre la Comunità internazionale a porre la tematica al centro del dibattito e la società civile a mobilitarsi affinché tali barbarie non avvengano mai più in nessun Paese del mondo. Tuttavia, questo anniversario viene, perlopiù, ignorato.Allo scopo di contribuire ad informare e stimolare il dibattito abbiamo scritto saggi, organizzato eventi nelle scuole secondarie di primo e secondo grado e nelle università; in autunno, in occasione nel primo ventennale dall’adozione della risoluzione 1325 (2000) –madre del corpus normativo dell’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” –, si terranno presso la Casa internazionale delle Donne due importanti incontri di approfondimento di questa complessa tematica. In occasione di questa giornata vogliamo rinnovare la memoria e la vicinanza alle persone vittime di queste violenze, nonché evidenziare alcuni dati e aspetti considerati anche nel Rapporto Conflict-related sexual violence presentato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite nel 2019. Le violenze di genere, durante e dopo i conflitti, possono assumere diverse modalità; la giurisprudenza penale internazionale nella definizione di “violenza sessuale nei conflitti” comprende, oltre agli stupri, la schiavitù e la tratta a scopo di sfruttamento sessuale, la prostituzione e la gravidanza forzata, l’aborto la sterilizzazione edil matrimonio forzato e ogni altra forma di violenza sessuale perpetrata, direttamente o indirettamente legata(temporalmente, geograficamente o causalmente) a un conflitto; in particolare, il matrimonio infantile sta diminuendo a livello globale ma i numeri restano alti nei Paesi interessati da conflitti come, ad es., in Sierra Leone e in Niger dove più del 70% delle bambine viene costretta a sposarsi prima di 18 anni, e quasi il 30% di queste entro i 15 anni. Le conseguenze di questi atti barbarici sono fisiche (es. lesioni invalidanti, malattie sessualmente trasmissibili, problemi ginecologici persistenti) psicosociali e mentali (es. sentimenti di paura, impotenza, tristezza, disorientamento,  vergogna, sindrome da stress post traumatico, depressione, disturbi d’ansia, difficoltà a stabilire delle relazioni affettive, abuso di sostanze o dipendenze, suicidio); le violenze sessuali costituiscono delle ferite profonde e traumatiche, per le persone violate e per la stessa comunità di appartenenza, che perdurano nel tempo e rendono difficile la riconciliazione e la pace fra le comunità.   Nel 2019 i Paesi con guerre ad elevata intensità sono stati 358 (Rapporto Conflict Barometer 2020, dell’Heidelberg Institute for International Conflict Research), la maggior parte di queste coinvolge eserciti regolari, milizie gruppi armati statali e non statali, organizzazioni terroristiche ed il ricorso alle violenze sessuali è quasi sempre una costante; da bottino di guerra nei secoli scorsi -  comprese le violenze in epoca coloniale, ricordiamo ad es. il madamato -,  le violenze sessuali sono divenute armi, pianificate strategicamente per costituire strumenti di affermazione, controllo, comunicazione del potere; nei conflitti moderni, i civili e i loro corpi costituiscono il campo di battaglia.Tali violenze interessano tutti i paesi del mondo (in Italia, ricordiamo le cd marocchinate e mongolate) e tra le persone vittime ci sono donne, uomini (abusi verificati, ad es. nei conflitti in Cile, El Salvador, Sri Lanka, ex Yugoslavia) e bambini di ambo i sessi (tra gli altri, nell’ultimo rapporto Onu sul conflitto in Siria gli abusi e le violenze sessuali sui minori sono ampiamente documentate, A/HRC/43/CRP.6); tuttavia, interessano perlopiù, il genere femminile (donne e bambine), come evidenziato dalla stessa Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2011 e dalle Raccomandazione n. 19 e 35 della CEDAW; le violenze, in molti casi, sono il risultato di un’esacerbata ineguaglianza di genere presente nella società prima delle ostilità che si rafforza durante e dopo; uno studio condotto dal Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne, pubblicato nel 2017, ha rilevato nelle regioni dell’Ucraina interessate dal conflitto una maggiore vulnerabilità delle donne alle violenze (psicologica, economica, sessuale), che risultano essere tre volte superiori rispetto a quelle nel resto del paese; lo studio evidenzia, inoltre, come il conflitto abbia rafforzato i ruoli di genere più conservatori, nonché favorito il ritorno a modelli patriarcali. Lo stupro e le violenze sessuali sono utilizzate come armi non soltanto durante i conflitti armati; per i regimi queste pratiche hanno una valenza e funzione contro gli oppositori politici - come accade in Siria, Burundi, nell’Africa sub-sahariana -, e per limitare i movimenti di protesta e mettere a tacere giornalisti e attivisti dei diritti umani, dei diritti delle donne e delle persone LGBTI  in Palestina, in Ucraina come in Egitto dove ricordiamo, tra le tante persone vittime, gli abusi subiti da Sarah Hegazy incarcerata e torturata perché rea di aver sventolato durante un concerto una bandiera simbolo dell’identità LGBT. Altri aspetti importanti non adeguatamente indagati sono la condizione dei figli delle persone vittime degli abusi; la questione degli sfollati, pensiamo, ad es.,  alla situazione dei Rohingya in Birmania e delle donne e bambine che vengono rapite e trafficate a scopo di sfruttamento sessuale in Nigeria; inoltre, le violenze sono perpetrate da gruppi terroristici nelle aree per la conquista ed il controllo di risorse minerarie (ad es. oro, tantalio, tungsteno, coltan) situazione documentata nella Repubblica Democratica del Congo e in Burkina Faso).Infine, nella trattazione di questo fenomeno si ritiene importante riflettere su alcuni dati che interessano il nostro Paese rispetto all’applicazione del Trattato sul commercio delle armi (ATT); in particolare, le disposizioni contenute negli artt. 6 e 7(a) contemplano l’obbligo giuridicamente vincolante per gli Stati parti di non autorizzare alcuna esportazione di armi se vi è un rischio che le stesse possano essere utilizzate per commettere o facilitare gravi atti di violenza di genere. Le spese militari mondiali, secondo i dati SIPRI, sono andate crescendo continuamente arrivando nel 2018 a 1.822 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6% rispetto al 2017 e del 5,4% rispetto al 2009 e ciò nonostante l’incremento dei conflitti armati in alcune zone del mondo quali l’area nordafricana e mediorientale; l’Italia, Paese Parte del Trattato, ha speso 23,8 miliardi di dollari (nel 2016) in armamenti attestandosi al dodicesimo Paese al mondo per spesa annuale; dalla Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento del 2020, su dati del 2019, risulta che vendiamo armi a Paesi belligeranti e regimi fortemente repressivi che non rispettano i diritti umani e i casi di violenze sessuali sono ampiamente documentati; tra i primi 25 Paesi destinatari di armamenti figurano l’Egitto, il Turkmenistan l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia, il Marocco e la Nigeria.In conclusione, alcuni passi avanti verso una riduzione del fenomeno sono stati fatti, ma molto rimane ancora da fare; in particolare, il risarcimento alle persone vittime è un’eccezione e poche sono le condanne dei responsabili delle violenze a tutti i livelli. Le violenze contro le donne costituiscono ancora oggi un ostacolo al raggiungimento dell’uguaglianza, della pace e della vera sicurezza; la risposta deve necessariamente essere anche culturale e coinvolgere tutta la società civile; in questo ambito, un ruolo importante spetta alle reti di donne e alla loro capacità di costruireuna nuova narrazione dei diritti delle donne. Testo redatto da Simona La RoccaDocente, studiosa di diritti umani, politiche e violenze di genere​   

RU Niente Più

Si può cercare di raggiungere il paradiso in vario modo. Una modalità, secondo i leghisti della ns Regione, è quello di rendere difficile la vita delle donne, la loro libertà, la loro autodeterminazione. Così oggi sono arrivati ad abrogare la delibera regionale ottenuta solo nel dicembre 2018, dopo 8 anni di attesa, che dava indicazione agli ospedali umbri di organizzare con day hospital il servizio per la interruzione volontaria della gravidanza (IVG). Questo significava solo la possibilità che, come nel resto d’ Europa, le donne che decidevano di interrompere la gravidanza, potessero scegliere il metodo meno invasivo per loro, che meglio si adatta alle loro esigenze. Invece, poiché in Umbria non sarà così. Che sarebbe tutta questa autodeterminazione! Ricoveriamole per 3 giorni, rendiamo sempre più difficile il percorso per ottenere l’aborto farmacologico, impediamo che si possa anche spendere meno ed evitare in epoca COVID di stare in Ospedale a lungo! Questo è stato ottenuto oggi. Direi: Festa regionale! In Francia l’IVG farmacologica viene scelta dal 66% delle donne, in Svezia dal 95%, in Irlanda e Portogallo anche con alte e crescenti percentuali. In Italia (ultimi dati 2018 della sorveglianza IVG del Ministero Salute) solo dal 18%, in Umbria dal 5%. Perché? Come mai siamo così diverse? Perché una IVG medica per una donna, da noi è una corsa ad ostacoli: contro il tempo, la disinformazione e la mancanza di Servizi. Si era faticosamente arrivati nel 2019 ad avere almeno un Ospedale nella provincia di Perugia (Pantalla e poi dopo COVID ad Umbertide) e 2 nella provincia di Terni (Orvieto e Narni), che mettessero in atto la procedura di IVG farmacologica. Nei 2 ospedali più grandi, dedicati anche all’insegnamento universitario non è mai stato possibile, mai organizzato. A Terni si offrono solo 3 IVG chirurgiche ogni settimana e 5 a Perugia, significa anche che vi sono lunghi tempi di attesa per gli interventi (in media 3 settimane), che con la IVG farmacologica, senza sala operatoria e anestesia, si riducono molto. Questo faticoso piccolo avanzamento che ci faceva essere meno arretrati anche solo dal punto di vista scientifico da oggi viene messo in discussione. I dati reali, riportati dalla relazione del Ministro, mostrano che nelle regioni in cui vi è obbligo di ricovero, nel 95% dei casi le donne firmano ed escono su loro responsabilità. Forse tutta questa protezione … dalle donne, non è così richiesta! La SIGO (Società Italiana Ginecologi ed Ostetrici) ha affermato l’8 aprile 2020 che “si dichiara favorevole a una maggiore diffusione dell’aborto farmacologico, a tutela della salute e dei diritti delle donne, che rischiano di essere negati a causa dell’emergenza sanitaria in corso. Un impiego maggiormente estensivo dell’aborto farmacologico, finora relegato ad un ruolo marginale, permetterebbe di decongestionare gli ospedali, alleggerire l’impegno degli anestesisti e l’occupazione delle sale operatorie. Affinché si realizzi una piena applicazione della procedura farmacologica – che può essere utilizzata anche in caso di diagnosi di aborto interno. Sottolineano la necessità di rivedere alcuni aspetti delle procedure vigenti, dichiarandosi favorevoli a:spostare il limite del trattamento da 7 a 9 settimane;eliminare la raccomandazione del ricovero in regime ordinario dal momento della somministrazione del mifepristone a momento dell’espulsione;introdurre anche il regime ambulatoriale che prevede un unico passaggio nell’ambulatorio ospedaliero o in consultorio, con l’assunzione del mifepristone, e la somministrazione a domicilio delle prostaglandine, procedura già in uso nella maggior parte dei Paesi europei; In Umbria si vuole andare nella direzione opposta e sostenere che questo è a favore della salute femminile. E’tempo che qui in Umbria le donne si facciano sentire, che pretendano che i Consultori tornino in grado di funzionare adeguatamente, che la contraccezione torni gratuita, che il personale e le strutture siano adeguati e formate per rispondere alle esigenze di chi vi abita.Speriamo poi che il Ministero della Salute, ascolti le Società Scientifiche, le loro proposte, modificando le linee guida molto arretrate del 2010 (governo Berlusconi), che ci rendono fanalino di coda in Europa per i diritti sessuali e riproduttivi. UDI PerugiaUDI Nazionale   ​

Scuola Bene Prezioso

Roma, 19 maggio 2020 ALLA MINISTRA DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCAAL PRESIDENTE DELL’ANCI AI PRESIDENTI DELLE REGIONI Oggetto: LA SCUOLA, BENE PREZIOSO Una delle parole più ricorrenti delle ultime settimane, utilizzata dalla stampa e dal governo per veicolare e infondere ottimismo, è “ripartenza”. Una parola che è anche nutrimento di speranza collettiva poiché contiene in sé il richiamo ad un nuovo inizio, al movimento e quindi al superamento dell’immobilità a cui siamo state costrette per lungo tempo.Il Governo, già da tempo, si è impegnato a fornire nel più breve tempo possibile indicazioni e disposizioni per la ripresa di tutte le attività lavorative ed economiche, ad eccezione però di quel tassello che costituisce da sempre il fondamento e il cardine del progresso e dello sviluppo di tutte le società: la scuola.È stato già rilevato come l’emergenza COVD-19 abbia riportato alla ribalta i limiti dell’attuale impianto del sistema scolastico italiano, un sistema di certo incapace di far fronte, con tempestività, ad una crisi nazionale.Le donne, insieme ai bambini, sono state le prime chiamate in causa a sostenere e coordinare la nuova situazione che ha necessitato di ridefinire spazi e modalità in tutti gli ambiti di vita, a partire da quello familiare.In questo contesto di difficoltà oggettive, alimentate dalla confusione e dalla scarsità delle informazioni riguardanti le modalità di avvio del prossimo anno scolastico, esprimiamo seria preoccupazione per il futuro della formazione nel nostro Paese.A nostro avviso la scuola non solo deve riaprire a settembre, garantendo le misure di sicurezza per tutta la popolazione scolastica, ma deve essere all’altezza delle sfide del presente e del futuro. A tal fine, dobbiamo fare in modo che questo periodo di obbligata chiusura sia stata un’occasione di una proficua riflessione.La pandemia ha mostrato l’importanza di attività e valori umani: la cura, la solidarietà, la relazione, l’interdipendenza, trascurati, se non cancellati, dalla logica ferrea del mercato e ha reso evidente la complessità del presente, i pericoli insiti nella globalizzazione e l’insostenibilità di un modello di sviluppo che mette a rischio la vita. Da più parti si afferma che si debbono trovare strade nuove per un necessario “cambio di civiltà” e di conseguenza assumono un ruolo fondamentale la formazione, il sapere e la ricerca.Come associazione che da sempre ha avuto un’attenzione particolare nei confronti della sua rilevanza sociale, riteniamo che la scuola meriti quella cura che si dovrebbe riservare alle questioni complesse e determinanti, che interessano e coinvolgono tutte e tutti e stanno alla base del vivere civile democratico, per come scegliamo che esso sia.A causa dell’emergenza sono riemerse le criticità di un sistema scolastico fragile e problematico, anche se con grandi risorse umane e professionali, su cui negli anni si è intervenuto confusamente in un’ottica miope di risparmio e di efficientismo imprenditoriale che ha demotivato il personale docente, non rinnovato la didattica e aumentato il divario tra le regioni e tra le fasce sociali, producendo anche dispersione, abbandono ed esclusione sociale.Le/i nostre/i docenti sono tra quelle/i con le più basse retribuzioni in Europa e molte scuole sono non sicure, edificate senza attenzione ai criteri antisismici, con diverse carenze sia nelle strutture portanti, sia negli impianti; così come sono numerosi i casi in cui non sono state adottate misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Un sistema, quindi, che non poteva fare fronte a una crisi nazionale come la pandemia e su cui si deve intervenire con la stessa attenzione che si avrebbe nei confronti di un bene prezioso come la salute.Noi siamo convinte che si debba procedere in direzione opposta a quella seguita nel passato, segnata dalla volontà di diminuire il tempo scuola. Occorre infatti non meno, ma più scuola! Una scuola a tempo pieno, aperta, che sia anche luogo d’incontro, in cui potere organizzare oltre le ore curriculari, attività culturali, artistiche, sportive e che diventi punto di riferimento non solo per le/i giovani ma per i quartieri relativamente alle problematiche dell’infanzia e giovanili.Riaprire le scuole a settembre in sicurezza con l’intento non solo di ripristinare ma di migliorare tutto il ciclo della formazione, è un’esigenza improrogabile sia per il benessere delle ragazze e dei ragazzi sia per l’economia presente e futura del nostro paese.L’emergenza ha avuto tra i suoi primi effetti la chiusura della scuola di ogni ordine e grado ed è stata affrontata con la didattica a distanza (DAD), una didattica di emergenza che ha coinvolto in un modo senza precedenti gli/le alunni/e, il personale insegnante e le famiglie, uno sforzo incredibile che ha palesato il valore della didattica in presenza e l’utilità di usare in modo competente la tecnologia, ma anche numerose criticità. Scavalcando l’entusiasmo iniziale per la DAD, infatti, i dati locali sul divario digitale e sulle possibilità reali delle famiglie e delle scuole ci illustrano una discriminazione di un numero consistente di studenti, di alcune regioni in particolare.Esiste un divario reale per moltissime famiglie, soprattutto al Sud: che va dalla indisponibilità di sufficienti devices, all’assenza di copertura della banda larga su tutto il territorio; dalla mancata possibilità di utilizzare fibra e giga illimitati alle scarse competenze tecnologiche di genitori che dovrebbero essere di supporto nella DAD; dalla formazione e competenze di docenti non al passo con le necessità contingenti, alle scarse competenze di studenti che sono nativi digitali solo per dato anagrafico. L’inclusione nasconde ancora molte zone d’ombra, così bambini e ragazzi con bisogni educativi speciali sono stati particolarmente penalizzati.Esiste pertanto un reale gap che, con la chiusura delle scuole, si è concretizzato in una lesione del diritto alla scuola e allo studio che riteniamo non possa passare inosservato ma debba essere sanato, affinché tutti i bambini e i ragazzi riacquistino la stessa opportunità di costruire il proprio futuro su solide basi di saperi e conoscenze capaci di fare la differenza, sia per la singola persona che per tutta la collettività.La DAD, dunque, può funzionare solamente a condizione che non sia esclusiva ma strumento integrativo della didattica in presenza, e comunque tenendo presenti le necessarie implementazioni tecniche atte a non creare disuguaglianze. Sarebbe un grave errore pensare che possa essere sostitutiva della didattica in presenza, perché qualsiasi processo educativo implica la reciprocità della relazione e non può prescindere dalla dimensione emotiva, corporea e persino inconscia dell’incontro. La scuola, come Lei sa bene, non è solo lezione frontale, ma uno spazio condiviso di pratica democratica e di apertura verso il mondo. Favorisce il rapporto con la società esterna ed è il primo banco di prova relazionale al di fuori della famiglia, soprattutto per i più piccoli.Inoltre, non ci convince nella scuola dell'obbligo la frequenza a giorni alterni per metà della classe, che determinerebbe un’ulteriore compressione dei tempi sia di apprendimento per gli alunni, sia di lavoro per i loro genitori, con un inevitabile impoverimento delle famiglie e penalizzazione del genitore economicamente più debole, nella maggior parte dei casi la donna.Particolarmente a cuore ci sta poi la questione degli asili nido e della scuola dell’infanzia. È questa l’età fondamentale per i bambini e più propizia all’apprendimento in cui, a detta di tutti gli studi, si gettano le fondamenta del sapere. È necessario che i/le bambini/e, ancora di più se provengono da ambienti socialmente e culturalmente deprivati, abbiano la possibilità fin da piccolissimi di uscire dalla famiglia di origine per fare più esperienze possibili, allargare le proprie conoscenze. Le maestre hanno un ruolo rilevante nella crescita dei/le nostri/e figli/e, lo sappiamo bene per esperienza diretta.Ebbene, all’interno dell’erronea e insensata visione gerarchica piramidale della formazione, la scuola di base non ha il riconoscimento che dovrebbe avere, ecco perché va fatto ogni sforzo non solo per riaprire a settembre ma per valorizzare adeguatamente questo ciclo non tenuto finora nella giusta considerazione. Basti pensare che in Italia solo il 24% di bambini frequentano asili, di cui la metà quelli privati: questo si ripercuote anche negativamente sulle donne che, se non supportate dalla famiglia, mariti, compagni o nonni, sono spesso costrette a estenuanti gincane o a lasciare il lavoro.Noi riteniamo che quanto attiene alla scuola, includendo i nidi, non possa essere derubricato a “questione femminile”, ad ambito riguardante esclusivamente le donne, ma che debba essere considerato una questione inerente la genitorialità nel suo complesso e che non possa gravare sul welfare informale e sulle donne in particolare.La pandemia, lo ripetiamo, che è una sfida terribile deve essere anche occasione di un ripensamento profondo che ci permetta di migliorare il nostro sistema scolastico su cui lo Stato deve mantenere il controllo in modo da assicurare un’offerta formativa omogenea in tutto il paese. In che modo gestire l’emergenza in funzione della conclusione dell’anno scolastico è ormai deciso. La questione da non perdere di vista e sulla quale concentrarsi, a partire da oggi, è a nostro parere molto più grande ed importante e necessita, da parte di chi sta al governo, di grande coraggio e lungimiranza.È indubbia infatti la necessità di ridurre drasticamente il numero di studenti per classe facendo diventare solo un brutto ricordo le cosiddette classi pollaio. Questa riduzione conduce necessariamente all’assunzione di nuovo personale, in numero consistente, precario e per titoli, tentando per quanto possibile di evitare gli esodi interni delle/dei lavoratori da sud a nord. Studenti dimezzati per classe e nuovo personale assunto necessitano a loro volta di ulteriori spazi, messi in sicurezza e sanificati, da ristrutturare se necessario subito o da reperire, immaginiamo, tramite uno stretto coordinamento tra Enti e Istituzioni nazionali e locali, nell’ambito di strutture inutilizzate o destinate ad altri usi.Riteniamo dunque che per riaprire a settembre, garantendo la sicurezza, senza pregiudicare, anzi innalzare la qualità della offerta formativa, bisogna immediatamente lavorare per: classi dimezzate rispetto alle attuali, con un numero limitato di alunni/e in base anche alla grandezza delle aule;assunzione immediata di nuovo personale (evitando gli esodi interni delle/dei lavoratori da sud a nord);requisizione di spazi pubblici inutilizzati da destinare all’aumento delle classi e dei laboratori;sanificazione e messa in sicurezza degli edifici scolastici.In conclusione, perché si possa parlare veramente di “ripartenza” per tutto il Paese, non si può fare a meno di restituire centralità al diritto allo studio, all’istruzione e alla cultura, ma ciò va fatto mediante un serio progetto a lungo termine di riforma del sistema scolastico capace di guardare oltre l’emergenza, con una seria programmazione di carattere nazionale e soprattutto con investimenti adeguati, una revisione dei programmi d’insegnamento e delle metodologie di insegnamento.Solo un’ottica programmatica di lungo periodo può davvero mettere le basi per un futuro migliore per le nuove generazioni e, conseguentemente, per il nostro Paese. UDI- Unione Donne in Italia   ​

sondaggio udi sullo smart working​

CLICCA QUI PER FARE IL SONDAGGIO Il recente periodo di confinamento legato all’emergenza sanitaria ci ha costrette tutte in una situazione che non conoscevamo modificando abitudini, qualità dei rapporti umani, procurando in molti casi situazioni complesse e difficili da gestire. Alcune donne hanno perso il lavoro, altre sono state messe in cassa integrazione, per altre si è aperta in maniera improvvisa ed inedita una nuova modalità di lavoro chiamato smart-working o lavoro agile, che si svolge tra le mura di casa.Ora che siamo passando alla “fase 2”, molte lavoratrici continuano a lavorare da casa. Tale modalità lavorativa ha indubbiamento avuto molte ripercussioni  sull'organizzazione del lavoro, ma contemporaneamente ha avuto forti ripercussioni sull'organizzazione familiare e sui rapporti interpersonali, con ricadute a volte anche pesanti  in termini emotivi.Pensiamo che questa modalità di lavoro potrebbe continuare ancora per molto.Abbiamo quindi pensato di cercare di capire, dalle stesse donne coinvolte, come questo modo di lavorare è stato vissuto e se e come ha modificato la loro vita lavorativa e familiare.Non pretendiamo di fare una vera e propria indagine, ma un sondaggio dal quale ricavare indicazioni per sottoporre alle organizzazioni sindacali (che non sono stae coninvolte in questo momento di mergenza) e alle forze politiche le idee dell’UDI su questo argomento.

Parole da casa: Torsione del pensiero​

di Rosangela Pesenti  Per spiegare cose nuove, chi insegna, spesso ricorre a metafore, similitudini, invenzione di parole.Da molti anni, all’inizio del piccolo ciclo di lezioni su matrici culturali, radici storiche e persistenze antropologiche della violenza maschile sulle donne, che tengo per le volontarie dei centri antiviolenza, uso una metafora così stravagante ed estrema che sposta immediatamente l’uditorio dal comodo giaciglio di luoghi comuni, creando quella confusione e disorientamento che possono indurre a pensare di avere qualcosa da imparare e che io, forse e quindi, ho qualcosa da insegnare.“Per capire questo fenomeno dovete fare una torsione del pensiero”, enuncio. La torsione è un’attività del corpo, una postura inconsueta che costringe la muscolatura a sperimentare la propria flessibilità e potenzialità, che ognuna/o può solo sperimentare su di sé, come ogni esperienza del corpo, con esiti imprevisti e perfino sorprendenti, e sempre liberatori.Noi pensiamo e ricordiamo per immagini perciò ho trovato un’immagine, di cui ho verificato l’efficacia, che illustra la metafora.La propongo perché in questo momento, se vogliamo capire cosa accade e cosa fare, abbiamo bisogno di una “torsione del pensiero” che significa prima di tutto pensare a partire dalla propria condizione e dalle proprie responsabilità, ma su questo tornerò.Non penso infatti che siamo cambiate/i solo perché la nostra vita è cambiata per due mesi; il cambiamento è un processo lento e l’esperienza che ci sta accomunando richiede forse una mutazione, cioè un cambiamento irreversibile e simile a quello del virus stesso, nel salto di specie raccontato da chi se ne occupa in modo scientifico.Porto con me una striscia di carta e una graffettatrice o lo scotch, e già questo rappresenta uno spostamento  che induce curiosità in un paese in cui il sapere passa ancora prevalentemente dal modello cattedratico della conferenza e viene ignorata la potenzialità didattica del fare, indagata in Italia dalla genialità di Maria Montessori e praticata da generazioni di maestre (e qualche maestro) nella scuola elementare.Presento la striscia di carta perfettamente stesa e faccio osservare le due facce per cui è possibile percorrerne una senza mai raggiungere l’altra, se non attraversando la linea di demarcazione costituita dal bordo o bucando la superficie, che quindi ha, convenzionalmente, un lato “superiore” e “inferiore”, oppure “interno” ed “esterno” se la piego a forma di cilindro. Poi prendo la striscia di carta e, imprimendo un mezzo giro di torsione, unisco i lati corti ottenendo una figura geometrica con proprietà completamente diverse.Infatti non ci sono più due facce del foglio ma esiste un solo lato e un solo bordo; dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte opposta; solo dopo averne percorsi due ci ritroviamo sul lato iniziale. Se si trattasse di una strada si potrebbe passare da una superficie a quella “dietro” senza attraversare il nastro e senza saltare il bordo ma semplicemente camminando a lungo.Si tratta del nastro di Moebius (o Möbius), matematico e astronomo tedesco, che nel 1858 introdusse per la prima volta questa figura in un trattato sui poliedri. La storia della scienza è piena di episodi di questo genere e sull’argomento specifico potete trovare interessanti approfondimenti, applicazioni urbanistiche e artistiche,perfino e racconti letterari. Io mi limito ad invitare chiunque lavori con le persone in relazioni di accudimento, aiuto, sostegno, insegnamento, educazione, cura, terapia, trattamento, guida, responsabilità, a tenere sulla propria scrivania un nastro di Moebius per ricordare che l’ovvio può diventare straordinario, ciò che sappiamo è solo un’infima parte di ciò che potremmo sapere, avere una ricetta (una competenza certificata, una preparazione documentata) è importante ma una buona idea può arrivare in modi e da fonti o persone impreviste.Le nostre certezze sono labili come le nostre immagini mentali ed è fondamentale averne consapevolezza. Perfino i numeri sono meno certi di quanto pensiamo e dato che di questi tempi consigliare libri sembra diventata un’attività quasi nobile mi adeguo e suggerisco Il meraviglioso mondo dei numeri, di Alex Bellos, Einaudi 2011, che può aiutarci nella torsione, perché comincia proprio raccontando come vivono le popolazioni che non usano i numeri, esperienza inimmaginabile per noi.Per dare i numeri nel bollettino dei morti siamo scesi a trecento e poi meno, numeri enunciati con sollievo, tranne che per i morti stessi e i parenti ovviamente, che quindi non ci emozionano più. Trecento migranti sono annegati insieme in un passato recentissimo che abbiamo già rimosso insieme allo stillicidio di molti altri numeri atroci. Ci hanno emozionato le sessantacinque bare uscite nella notte sui camion militari dal cimitero di Bergamo ma oggi ne possiamo ignorare trecento.Questo ci dice che le emozioni sono importanti ma non del tutto affidabili, esattamente con le nostre immagini mentali e le nostre convinzioni.Quando ero una ragazza mi piaceva l’idea dell’immaginazione al potere, che significava creatività, lungimiranza, apertura verso risorse intellettuali impreviste.Il virus ci ha costrette/i a vedere la straordinaria risorsa intellettuale di quello che abbiamo definito lavoro manuale, dimenticando che le mani sono legate al corpo e mosse dal cervello, che per fare una cucitura diritta, lavare una persona anziana, svuotare i cassonetti della spazzatura, fare un’iniezione, pulire un pavimento, battere scontrini alla cassa, “lavorare” pacchi, come si usa dire nella logistica, scrivere a computer, attivare videochiamate, far giocare bambine e bambini, governare adolescenti, e potrei continuare per pagine e pagine, si usa il corpo intero, cervello compreso.Abbiamo ascoltato persone comuni, lavoratrici e lavoratori, esprimersi con chiarezza, precisione, proprietà di linguaggio e capacità di governare sentimenti con la consapevolezza del limite, mentre spesso giornalisti e perfino giornaliste si sono addentrate/i in slalom linguistici per coprire quel nulla, umano e comprensibile, che ha cancellato i nostri pensieri diventati ormai inadeguati, senza riuscire, almeno in un primo momento ad esprimere prima di tutto il proprio personale smarrimento, e non mi riferisco a chi, in malafede, persegue losche finalità usando la manipolazione e la menzogna.La risposta all’imprevisto non può essere immediata perfetta e riconoscibile, anche i provvedimenti per far fronte all’emergenza non potevano esserlo.Lo scrivo non per assolvere i fautori del neoliberismo che mettono in conto sacche di miseria e sfruttamento insieme a quote di mortalità, ma perché perfino loro si sono trovati spiazzati e se ci sono state inadempienze perseguibili penalmente, delle quali si occupa la magistratura, non possiamo dimenticare che c’è intorno a quelle inadempienze una vasta correità non perseguibile ma certamente centrale dal punto di vista politico dell’essere cittadine e cittadini di uno Stato democratico.Come spesso accade ci si riempie la bocca della parola libertà dimenticando la responsabilità, che in democrazia non è mai interamente delegata o devoluta come nello Stato autoritario.La complessità è refrattaria agli slogan. L’abitudine a semplificare attraverso l’omissione o sottrazione alla fine genera confusione.Il riassunto è il testo più difficile da confezionare perché si tratta di un’operazione linguistica analoga a quella matematica del minimo comune denominatore ma non altrettanto semplice: si tratta di arrivare al nocciolo duro dell’informazione, spolpandola delle ridondanze, delle digressioni e delle infiocchettature ma questo significa avere chiaro dove si trova il nocciolo altrimenti il rischio è quello di lasciar la buccia buttando via tutto il resto.Quand’ero giovane detestavo i centrini all’uncinetto, non ho mai imparato a farli e per anni li ho dimenticati finché non mi sono capitati tra le mani quelli ereditati e riemersi dal fondo di un cassetto. L’intenzione era di buttarli ma di colpo, guardandoli, mi sono resa conto che questa tipologia di centrini è un frattale, oggetto geometrico dotato di omotetia interna, cioè una forma che si ripete allo stesso modo scala diversa, così che una qualunque parte è simile all’originale, come i broccoli per capirci.Allora il mio gusto per i centrini non è cambiato ma è cambiato il mio sguardo e mi sono chiesta perché quella forma ha appassionato tante donne, quale rispondenza tra forma e pensieri o quale risposta trovavano in una forma che diventava arredamento. La torsione del pensiero, come il nastro di Moebius, parte dalla condizione reale, dai dati esistenti, e prova a piegarli in modo diverso.Condizione reale significa anche partire da dove siamo, perfino dal disagio e dalla confusione per chiederci cosa possiamo fare, evitando la lamentazione rituale, la critica benaltrista (c’è ben altro a cui pensare), il delirio d’onnipotenza per il quale si stendono piani politici e suggerimenti di governo ma non ci si chiede in che modo si può dare una mano al proprio vicino di casa, o si organizza un’associazione non semplicemente a fini riproduttivi della propria esibizione.La torsione del pensiero è utile per tutte e tutti.Il governo che abbiamo ha fatto del suo meglio per quello che è nel concreto delle persone che lo costituiscono, in un momento che non ci saremmo proprio augurati di vivere. Cerco di guardarli anche come persone, donne e uomini segnati dalla stanchezza, sottoposti a una pressione certamente non invidiabile.Si possono criticare certamente, la critica è il sale della democrazia ma così come finalmente riusciamo a vedere tutto il lavoro umano che sorregge le nostre vite mi auguro che possiamo cominciare a vedere anche il lavoro politico nella sua dimensione di fatica, studio, ricerca, dibattito, ascolto, uso delle parole, in modo che possiamo chiedere, a chi lo svolge, onestà d’intenti, coerenza di pratiche e trasparenza di finalità.In questo, ricordiamocelo per il futuro, la piena responsabilità è delle cittadine e dei cittadini, ma anche dei meccanismi attraverso i quali il cosiddetto popolo sovrano viene informato o manipolato.Come anziana chiusa in casa ho visto più TV del solito e mi sono detta che la media delle persone che lavora (e intendo con lavoro anche crescere figli e figlie, accudire parenti anziane/i, curare animali domestici ecc.) non ha certo il tempo di seguire una comunicazione così ridondante, prolissa, ripetitiva e spesso noiosa. Lo è stata perfino sul coronavirus diffondendo confusione.La me stessa di tre mesi fa, pensionata attivista per almeno dieci mesi all’anno, già privilegiata e con tempo libero a disposizione rispetto alla me stessa di un tempo, lavoratrice madre e figlia, non avrebbe mai seguito tanto sproloquiare su almeno dieci canali televisivi contemporaneamente.Oltre un certo limite la libertà di parola di informazione di espressione diventa una confusione che ci ingabbia come un nuovo tipo di carcerazione, imponendoci un’autostrada per i pensieri che corrono troppo veloci per vedere il contesto e una postura rigida, esattamente come la guida di un’auto in autostrada.Per anni ho potuto esprimere la mia passione politica (e perfino qualche modesta competenza) solo in qualche discorso qua e là, nel dibattito famigliare e in poche concrete attività perciò non mi invento oggi deliri di presenza lontanissima dalle mie possibilità, e non solo dovute al virus.La mia attività è azzerata e lo sarà ancora per molto molto tempo, per questo ho pensato di rendere pubblico quello che scrivo.Lo faccio a puntate distanziate perché tengo conto della vita reale delle mie trenta lettrici e cinque lettori (e tutte le altre/altri sono benvenute e benvenuti) e soprattutto perché non voglio ripetere cose che altre e altri stanno già dicendo o, peggio, me stessa.La prossima puntata sarà sulla DISTANZA mentre rimugino sul rapporto tra etica economia e donne.Su questo tema faccio solo una battuta come anticipazione.Sono contenta che finalmente la riproduzione sociale sia entrata nei discorsi e sono contenta che ne scrivano giovani donne. Lidia Menapace ha introdotto il tema nel dibattito femminista alla fine degli anni ’80, ascoltata  e seguita solo da piccoli gruppi e snobbata da molta parte del femminismo mainstream, come si usa dire adesso.Sono contenta che qualcuna abbia cambiato idea oggi ma mi piacerebbe che le giovani donne imparassero as coprire cosa e chi c’è sotto la spessa crosta della smemoratezza presente.Non solo per giustizia della memoria e onestà delle fonti ma soprattutto per quella convenienza del fare e del pensare che molte di noi hanno imparato da Lidia e, me compresa, continuato ad approfondire e praticare.Alla prossima.    

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