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PROSSIMI APPUNTAMENTI SEDE NAZIONALE

Una petizione nazionale per contrastare e prevenire LE MOLESTIE E I RICATTI SESSUALI NEI LUOGHI DI LAVORO​

Tra le molte forme di violenza contro le donne che combattiamo da sempre, ve ne è una in particolare che ipoteca fortemente e scoraggia sempre più la presenza delle donne nei luoghi di lavoro e che, per poter essere contrastata, ha urgente bisogno di essere fatta emergere, inquadrata in una logica di mainstreaming di genere, attuando politiche integrate per debellarla e una nuova sensibilità nei luoghi di lavoro.È il caso della piaga delle molestie e dei ricatti sessuali nei luoghi di lavoro (fenomeno mondiale) che l’ISTAT stima abbia riguardato, almeno una volta nella vita, il 43,6% delle lavoratrici in Italia tra i 14 e i 65 anni e che l’ILO, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, definisce come "minaccia alle pari opportunità" e "inaccettabili e incompatibili con il lavoro dignitoso" e che produce danni personali, sanitari e sociali.Per questo l’UDI, nella cornice della sua Piattaforma "per una contrattazionedi genere" intende esplicitare con forza, e consapevole della novità che in Italia comporterebbe, che le molestie sessuali contro le donne nei luoghi di lavoro siano considerate una forma di "incidente sul lavoro" che, intaccando l'integrità fisica e psicologica delle lavoratrici (e a volte dei lavoratori), pongono di fatto un problema di "sicurezza sul lavoro" di cui deve rispondere il datore o la datrice di lavoro.In coerenza anche con la Convenzione ILO in via di ratifica da parte del Parlamento Italiano LANCIA UNA PETIZIONE PER aggiungere nel DECRETO 81/ 2008 "TESTO UNICO SULLA SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO" un nuovo articolo dedicato alle molestie e ricatti sessuali nei luoghi di lavoro e per integrare questi nella formazione obbligatoria sulla sicurezza in ogni posto di lavoro anche con la collaborazione delle associazioni delle donne.FIRMATE E FATE FIRMARE presso le sedi UDI locali.​Materiale:http://www.udinazionale.org/petizionemolestie.html

Inaugurazione rotonda sul lungomare di Reggio Calabria

Celebriamo con le compagne di Reggio Calabria l'inaugurazione della rotonda "8 marzo" sul lungomare di Reggio Calabria, sperando di poter fare lo stesso su tutto il territorio nazionale.      

Comunicato UDI su donne della Polonia e della Turchia

Lettera inviata al Presidente del Parlamento Europeo e alla Segretaria Generale del Consiglio d’Europa il 29 luglio scorso Roma 29 luglio 2020Al Presidente del Parlamento Europeo, David SassoliAlla Segretaria Generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejčinović Burić Egregi Presidenti,Le donne Polacche e le donne Turche subiscono i violenti attacchi degli uomini “loro pari” correndo in aggiunta il rischio che i leaders, che incarnano il potere nei loro paesi, vogliano ufficialmente cedere il mantenimento dell’ordine a capi famiglia.Il Presidente Duda, polacco, e il Presidente Erdogan, Turco, sono in ordine di tempo i primi a minacciare la concretizzazione di una società nella quale siano tolte le protezioni alle donne costrette culturalmente e fisicamente a, unicamente, procreare ed accudire. Questi uomini non volevano applicare, e oggi vogliono cancellare, la ConvenzioneIl Presidente Duda è un presidente Europeo e, come il presidente Turco, per dare corpo ai desideri suoi e degli uomini che lo sostengono, e rassicurare una potente lobby politica e interreligiosa, vuole “uscire dalla convenzione di Istanbul”. Uscire dalla convenzione di Istanbul è dichiarare, come in aggiunta ha fatto Erdogan a suo tempo, che i diritti umani sono un inutile ingombro.Questi due presidenti rappresentano la costruzione di un ordine mondiale nel quale “sovrani” uomini decidono senza l’ingombrante presenza delle donne, un ordine in cui non c’è posto per la Convenzione.Le donne in tutta Europa e nel mondo si sono prese cura, nonostante i loro governi, delle opportunità rappresentate dalla cdI e hanno indagato, raccolto dati, organizzato centri, sono intervenute nei tribunali: l’hanno applicata “nonostante”. Sono scese in piazza e hanno protestato, non solo ad Ankara, per l’uccisione di Pinar Gultekin. Hanno acceso i riflettori su quello che realmente succede nei loro paesi, con la protesta a Varsavia nel giorno della Repubblica 2017 (che fece dire a molti che le donne avrebbero salvato la Polonia), con la mappa delle violenze in Turchia (Ceyda Ulukaya) pubblicata nel 2018.Le donne credono alle donne e i paesi non si rappresentano attraverso i loro capi.L’Europa deve prendere posizione per affrontare l’ennesimo attacco alla civiltà della pace e può e deve contare sulle donne. Ascoltarle e intervenire in tutti i modi possibili a salvaguardia dei loro diritti e della loro libertà!        UDI-Unione Donne in Italia    ​

Lettera alle istituzioni sulla convenzione di Istanbul

La Convenzione di Istanbul non viene pienamente applicata in Italia.Dopo la ratifica del 2013, in sede parlamentare, non si è tenuto fede al prescritto adeguamento delle norme civili a garanzia del pieno diritto alla libertà delle donne vittime di violenza maschile, il che vanifica gli effetti di un numero altissimo di sentenze che condannano gli autori di reati di persecuzione, lesioni e perfino di tentativi di femminicidio o di efferati figlicidi. Dopo sette anni di attività parlamentari si registrano provvedimenti e progetti di legge addirittura in contrasto alla Convenzione stessa.Il rapporto del GREVIO (gruppo di monitoraggio presso il Consiglio d’Europa), presentato nel 2019, sullo stato di applicazione della Convenzione, i rapporti resi pubblici  dai cav , dalle  reti come D.i.Re (riconosciuta fonte attendibile presso le istituzioni e presso il GREVIO), dalle  ONG femministe (tra cui UDI di Napoli, Arcidonna, Salute donna ed esperti/e  "sulle procedure dei tribunali civili e minorili riguardanti la affidamento dei figli nei casi di violenza domestica")  descrivono lo stato confuso della realtà istituzionale che da una parte si esprime contro la violenza sulle donne e dall’altra si trova ad applicare leggi inadeguate al dettato della Convenzione, non di rado in aperta contraddizione tra loro sul piano applicativo e normativo.Quello che viene definito il coraggio di denunciare da parte delle donne, è una novità conseguente ai cambiamenti civili voluti e innanzi tutto praticati dalle donne. Questo andrebbe meglio definito come “conquista della libertà di denunciare” ed è il risultato della spinta propulsiva del movimento femminista e delle donne che hanno creato le condizioni di rottura del silenzio sulla violenza maschile.Questa spinta del movimento delle donne per la ratifica della Convenzione contro la violenza degli uomini sulle donne è stata fondamentale. Come da anni ormai le donne denunciano l’incongruenza di leggi radicalmente ancorate al principio (negato e apparentemente rimosso dal 1975) del capofamiglia uomo, che pure volentieri molti giudici applicano, comminando pene ridotte ai violenti che poi continuano la loro opera terroristica sugli spazi vitali di donne e bambini.Negli affidamenti che spesso escludono le madri sulla base della loro denuncia delle violenze subite dal partner, negli allontanamenti non garantiti da alcun meccanismo di controllo sui comportamenti aggressivi dei partners, nelle molestie e nelle violenze sessuali sui posti di lavoro, negli stupri commessi nell’inerzia di intere comunità complici (dove addirittura sindaci si ergono a difesa degli autori), in tutti le occasioni che rendono una donna vittima della violenza maschile, c’è una mancanza profonda di prevenzione e di formazione specifica.  L’incuria applicativa segnala il perdurare di antiche complicità, che vanno affrontate e superate. Per ogni aspetto della condizione derivante dall’asimmetria di potere tra donne e uomini (compresa quella economica), la Convenzione impegna il Parlamento e le istituzioni a un’attività riformatrice e all’emanazione di norme applicative.Tutte le donne presenti sul territorio italiano, native migranti e temporaneamente residenti, sperimentano la mancata protezione, protezione e salvaguardia invece prescritta dalla Convenzione.Le leggi non bastano a cambiare i retaggi e la cultura (argomento invocato sempre ed ogni volta che vengono individuate le cause istituzionali della violenza perpetrata sulle donne), ma sono però il segno necessario del recepimento della differenza tra vittime e carnefici, vittime e carnefici spesso confusi da un eccesso interpretativo nei tribunali nonché dallo zelo politico di chi nelle istituzioni si fa carico delle pressioni lobbistiche misogine. Le donne italiane hanno dimostrato di potere e sapere cambiare la cultura. Lo Stato deve fare la sua parte seguendo le indicazioni che ha sottoscritto: ha preso un impegno e approvato una norma che comporta l’adeguamento della legislazione per il contrasto avanzato al femminicidio e alla violenza che lo precede e lo segue. Al contrario, invece, nella crisi economica e nell’emergenza sanitaria, si è scelto di individuare  le donne come soggetti destinati a pagare il prezzo più alto, con la mancata salvaguardia dei diritti ormai acquisiti, la riduzione delle tutele e con la riduzione dei supporti istituzionali ordinari e quelli appunto previsti dalla Convenzione.  In dettaglio1-      Le vicende delle donne madri sottoposte alla vessazione istituzionale denunciano che:dopo l’individuazione e la sanzione del reato violento perpetrato dal partner, nei noti casi, la declinazione dei provvedimenti è affidata a soggetti, anche se deputati alla funzione, privi della formazione specifica prescritta della CDI. Si riscontra infatti la grande disinformazione sulle dette norme nei tribunali e nei servizi sociali e l’interpretazione ostile di norme che, pure inadeguate, non comporterebbero automaticamente la prevalenza degli interessi del padre su quelli della madre, additata come portatrice di patologie comportamentali, con la sola ragione di aver esercitato il proprio diritto di denunciare, e dei figli, anche quando vittime di violenza assistita quindi sottoposti a grave violenza psicologica.   Nei casi resi pubblici dalle azioni di donne ed associazioni si nota, e si denuncia, la totale inosservanza dell’art. 15 del capitolo III (formazione dei soggetti pubblici e privati deputati alla tutela delle donne); l’inosservanza e mancata sorveglianza sull’applicazione dell’art.18 al capitolo IV (norme generali, che prescrive la collaborazione di tutti i soggetti a garanzia della sicurezza delle donne), inosservanza e contrasto all’art. 26 del Capitolo IV (protezione e supporto ai bambini testimoni di violenza sulla madre), inosservanza e contrasto all’art. 31 del capitolo V (diritto di visita e sicurezza dei minori in presenza del maltrattante). Va sottolineata la non introduzione legislativa della nozione di “violenza assistita” come aggravante.2-      Le donne ridotte in schiavitù sessuale e vittime di tratta, vittime del mercato criminale e della tratta di esseri umani, sono private delle protezioni previste da leggi ordinarie e dalla Convenzione:in coerenza con il preambolo e il primo capitolo, con particolare attinenza all’art.3, che definisce violenza tutti gli atti che provocano sofferenza e danno attraverso coercizione fisica ed economica (…..), le donne condizionate dalla precarietà dello status di vittime di tratta e clandestinità (secondo la legge italiana), sono destinatarie di tutte le prescrizioni a tutela previste dalla Convenzione. Tuttavia in aperta violazione dell’art. 60 del capitolo VII (richieste di asilo basate sul genere) le donne in quanto prive delle informazioni necessarie finiscono per essere associate allo status del capofamiglia, quando non a quello dei trafficanti. All’interno della condizione di queste donne è quasi totalmente esclusa la fattispecie dell’art. 44 del capitolo V (donne a qualunque titolo presente sul territorio anche a bordo di velivoli e natanti) per cui non sono previste azioni urgenti e competenti all’accoglienza. I responsabili istituzionali, nelle vecchie fattispecie di “clandestina”, “prostituta” o straniera stentano a riconoscere le vessazioni subite dalle donne all’interno dei traffici perché considerano la violenza una conseguenza, ignorando la vittimizzazione primaria all’interno della schiavitù sessuale o degli usi religiosi ed etnici ai sensi dell’art. 36 capitolo V (stupri con minaccia e ricatto).3-      Le donne vittime della violenza economica:le vittime della sopraffazione maschile sono anche vittime di un’economia maschiocentrica e la Convenzione riconoscendo la natura strutturale della violenza perpetrata sulle donne individua nei supporti economici un valore strategico di contrasto ad ogni sua forma. Per questo stabilisce all’art. 18 del capitolo IV che alle vittime venga garantito adeguato sostegno economico ed abitativo. Le donne perdono il lavoro per cause che riguardano direttamente anche le scelte politiche dei governi, ma nel caso delle donne separate, non di rado vittime di persecuzioni e violenze da parte degli ex partners, giungono alla separazione già prive di risorse proprie e del lavoro proprio e di un’abitazione indipendente. Come per le altre indicazioni, quella che riguarda la collaborazione tra diversi soggetti (sempre art.18 del capitolo IV) per quanto riguarda i licenziamenti e il così detto “retravailler” (tornare a lavorare) l’intervento dello stato è, se non nullo, sporadico e molto debole.  Una delle sconcertanti prove dello spontaneismo che caratterizza l’applicazione di uno dei pilastri della Convenzione, è la restituzione dell’autonomia economica alle donne che spesso ne sono private lasciando il lavoro o già prive di reddito proprio o cedendo il proprio reddito al “capofamiglia” nell’intento di controllarle e porle in stato di totale dipendenza, con la ventilata e mai attuata  politica sul territorio nazionale del “reddito di libertàL’emergenza sanitaria spesso, ha annullato o ridotto l’esigibilità dei diritti acquisiti dalle donne con carichi senza contropartita in molti ambiti. Ricordiamo inoltre che in alcune regioni il COVID19 è stato caratterizzato dall’inattuazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, anche questa grave violazione delle indicazioni CEDAW e dell’OMS.Noi crediamo che ci siano nemici della Convenzione anche in Parlamento, ma crediamo che gli impegni assunti all’atto dell’elezione comportino per tutti  il rispetto delle leggi vigenti (ivi compresa e prima la CdiI), dei trattati sottoscritti, della Costituzione, della Carta dei diritti.Noi pensiamo che i primi, e tardivi, passi debbano necessariamente affrontare il rafforzamento delle garanzie a tutela delle donne che esercitano il diritto di denunciare le violenze, e si vedono penalizzate in famiglia rispetto all’esercizio dei diritti materni;  debbano altresì affrontare la tutela delle lavoratrici, sistematicamente punite con la perdita del lavoro sia nella crisi, sia fuori della crisi  quando rifiutano di sottostare ai ricatti sessuali ed economici o quando sono  condannate al lavoro di cura gratuito.Chiediamo che con una Sua esortazione i Parlamentari procedano ad una risoluzione per l’applicazione e la codifica concreta della Convenzione, in risposta alle questioni che poniamo, e che sia di indirizzo alla competenza regionale sia nel Welfare, visto che molti degli abusi si consumano nell’erogazione delle prestazioni socio-assistenziali, e sia in materia sanitaria.Le prime firmatarieUDI NAPOLIUDI NAZIONALEAssociazione Salute DonnaArcidonnaStefania Tarantino​    

Sentenza processo Rositani a Reggio Calabria

Oggi il GUP di Reggio Calabria ha ritenuto Ciro Russo – l’ex marito di Maria Antonietta Rositani che le diede fuoco il 12 marzo del 2019, lasciandola in fin di vita con il corpo coperto di gravissime ustioni - responsabile dei delitti ascrittigli e lo ha condannato alla pena di 18 anni di reclusione, al risarcimento delle parti civili ovvero la sua ex moglie, i suoi figli, il papà Carlo Rositani e le associazioni UDI Unione Donne Italiane ed Insieme a Marianna Onlus- nonché alla libertà vigilata a decorrere dalla fine della pena. UDI ed Insieme a Marianna Onlus accolgono positivamente questo verdetto,  che riafferma anche un principio etico fondamentale: le donne non sono un oggetto nelle mani di un potere patriarcale che offende la vita, la sicurezza, la dignità, la libertà, l’autodeterminazione del genere femminile.Oggi ha ottenuto giustizia prima di tutto Maria Antonietta, che non si è rassegnata alle violenze subite per anni e culminate nel fuoco, che ha gridato al mondo la sua libertà e la sua determinazione di essere donna. Con lei hanno ottenuto giustizia anche le tantissime altre donne che quotidianamente, e spesso nel totale silenzio, subiscono volenze e maltrattamenti, Per tutte loro Maria Antonietta è diventata un punto di riferimento, una interlocutrice ed un esempio da cui partire per ribellarsi ad un sistema culturale che riduce le donne a meno di oggetti. La storia di Maria Antonietta non è e non può esaurirsi nella semplice- e pur importantissima – vicenda processuale conclusa con una giusta sentenza di  condanna, ma deve esser vista come una tappa, sia pure dolorosa, di un percorso che possa delineare una società nuova, nella quale i diritti e le libertà, le potenzialità , le risorse, la visione del mondo delle donne possano affermarsi pienamente. le Associazioni UDI ed Insieme a Marianna Onlus- che lavorano quotidianamente accanto alle vittime di violenza, accanto ai giovani, affinché si affermi una cultura rispettosa delle identità e delle  libertà-  esprimono  la convinzione che questa sentenza incoraggerà tante vittime ad uscire dal silenzio ed a chiedere anche esse- come ha fatto Marianna Antonietta- sicurezza,  rispetto, libertà  e giustizia. ​Avv. Stefania Polimeni - Unione Donne in Italia APSAvv. Licia D'Amico - Insieme a Marianna ONLUS    

International Day for the Elimination of Sexual Violence in Conflict​

Il 19 giugno è la Giornata internazionale contro la violenza sessuale nei conflitti armati istituita nel2015, con la risoluzione A/69/L.75, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per sollecitare il dibattito della società civile rispetto agli stupri e alle violenze sessuali nei conflitti, oltre che per onorare le persone (donne, uomini e bambini) che di queste orribile violenze sono vittime; la data è stata scelta anche per celebrare l’adozione della risoluzione1820/2008 del Consiglio di Sicurezza che riconosce la violenza sessuale quale “tattica di guerra, per umiliare, dominare, instillare paura, disperdere o dislocare a forza membri civili di una comunità o di un gruppo etnico”, nonché minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.La disciplina del crimine di stupro è andata evolvendosi nel corso degli ultimi decenni. Gli orrori avvenuti durante i conflitti nell'ex Jugoslavia prima, e nel Rwanda poi, nonché i movimenti delle donne spinsero la Comunità Internazionale a riconoscere lo stupro quale fattispecie costitutiva dei crimini di diritto internazionale; oggigiorno, i crimini di natura sessuale sono espressamente inclusi nelle categorie di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e atti costituenti crimini di genocidio, costituiscono una grave violazione dei diritti umani e rappresentano il principale ostacolo nel post-conflitto per la riconciliazione;  ciò dovrebbe indurre la Comunità internazionale a porre la tematica al centro del dibattito e la società civile a mobilitarsi affinché tali barbarie non avvengano mai più in nessun Paese del mondo. Tuttavia, questo anniversario viene, perlopiù, ignorato.Allo scopo di contribuire ad informare e stimolare il dibattito abbiamo scritto saggi, organizzato eventi nelle scuole secondarie di primo e secondo grado e nelle università; in autunno, in occasione nel primo ventennale dall’adozione della risoluzione 1325 (2000) –madre del corpus normativo dell’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” –, si terranno presso la Casa internazionale delle Donne due importanti incontri di approfondimento di questa complessa tematica. In occasione di questa giornata vogliamo rinnovare la memoria e la vicinanza alle persone vittime di queste violenze, nonché evidenziare alcuni dati e aspetti considerati anche nel Rapporto Conflict-related sexual violence presentato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite nel 2019. Le violenze di genere, durante e dopo i conflitti, possono assumere diverse modalità; la giurisprudenza penale internazionale nella definizione di “violenza sessuale nei conflitti” comprende, oltre agli stupri, la schiavitù e la tratta a scopo di sfruttamento sessuale, la prostituzione e la gravidanza forzata, l’aborto la sterilizzazione edil matrimonio forzato e ogni altra forma di violenza sessuale perpetrata, direttamente o indirettamente legata(temporalmente, geograficamente o causalmente) a un conflitto; in particolare, il matrimonio infantile sta diminuendo a livello globale ma i numeri restano alti nei Paesi interessati da conflitti come, ad es., in Sierra Leone e in Niger dove più del 70% delle bambine viene costretta a sposarsi prima di 18 anni, e quasi il 30% di queste entro i 15 anni. Le conseguenze di questi atti barbarici sono fisiche (es. lesioni invalidanti, malattie sessualmente trasmissibili, problemi ginecologici persistenti) psicosociali e mentali (es. sentimenti di paura, impotenza, tristezza, disorientamento,  vergogna, sindrome da stress post traumatico, depressione, disturbi d’ansia, difficoltà a stabilire delle relazioni affettive, abuso di sostanze o dipendenze, suicidio); le violenze sessuali costituiscono delle ferite profonde e traumatiche, per le persone violate e per la stessa comunità di appartenenza, che perdurano nel tempo e rendono difficile la riconciliazione e la pace fra le comunità.   Nel 2019 i Paesi con guerre ad elevata intensità sono stati 358 (Rapporto Conflict Barometer 2020, dell’Heidelberg Institute for International Conflict Research), la maggior parte di queste coinvolge eserciti regolari, milizie gruppi armati statali e non statali, organizzazioni terroristiche ed il ricorso alle violenze sessuali è quasi sempre una costante; da bottino di guerra nei secoli scorsi -  comprese le violenze in epoca coloniale, ricordiamo ad es. il madamato -,  le violenze sessuali sono divenute armi, pianificate strategicamente per costituire strumenti di affermazione, controllo, comunicazione del potere; nei conflitti moderni, i civili e i loro corpi costituiscono il campo di battaglia.Tali violenze interessano tutti i paesi del mondo (in Italia, ricordiamo le cd marocchinate e mongolate) e tra le persone vittime ci sono donne, uomini (abusi verificati, ad es. nei conflitti in Cile, El Salvador, Sri Lanka, ex Yugoslavia) e bambini di ambo i sessi (tra gli altri, nell’ultimo rapporto Onu sul conflitto in Siria gli abusi e le violenze sessuali sui minori sono ampiamente documentate, A/HRC/43/CRP.6); tuttavia, interessano perlopiù, il genere femminile (donne e bambine), come evidenziato dalla stessa Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2011 e dalle Raccomandazione n. 19 e 35 della CEDAW; le violenze, in molti casi, sono il risultato di un’esacerbata ineguaglianza di genere presente nella società prima delle ostilità che si rafforza durante e dopo; uno studio condotto dal Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne, pubblicato nel 2017, ha rilevato nelle regioni dell’Ucraina interessate dal conflitto una maggiore vulnerabilità delle donne alle violenze (psicologica, economica, sessuale), che risultano essere tre volte superiori rispetto a quelle nel resto del paese; lo studio evidenzia, inoltre, come il conflitto abbia rafforzato i ruoli di genere più conservatori, nonché favorito il ritorno a modelli patriarcali. Lo stupro e le violenze sessuali sono utilizzate come armi non soltanto durante i conflitti armati; per i regimi queste pratiche hanno una valenza e funzione contro gli oppositori politici - come accade in Siria, Burundi, nell’Africa sub-sahariana -, e per limitare i movimenti di protesta e mettere a tacere giornalisti e attivisti dei diritti umani, dei diritti delle donne e delle persone LGBTI  in Palestina, in Ucraina come in Egitto dove ricordiamo, tra le tante persone vittime, gli abusi subiti da Sarah Hegazy incarcerata e torturata perché rea di aver sventolato durante un concerto una bandiera simbolo dell’identità LGBT. Altri aspetti importanti non adeguatamente indagati sono la condizione dei figli delle persone vittime degli abusi; la questione degli sfollati, pensiamo, ad es.,  alla situazione dei Rohingya in Birmania e delle donne e bambine che vengono rapite e trafficate a scopo di sfruttamento sessuale in Nigeria; inoltre, le violenze sono perpetrate da gruppi terroristici nelle aree per la conquista ed il controllo di risorse minerarie (ad es. oro, tantalio, tungsteno, coltan) situazione documentata nella Repubblica Democratica del Congo e in Burkina Faso).Infine, nella trattazione di questo fenomeno si ritiene importante riflettere su alcuni dati che interessano il nostro Paese rispetto all’applicazione del Trattato sul commercio delle armi (ATT); in particolare, le disposizioni contenute negli artt. 6 e 7(a) contemplano l’obbligo giuridicamente vincolante per gli Stati parti di non autorizzare alcuna esportazione di armi se vi è un rischio che le stesse possano essere utilizzate per commettere o facilitare gravi atti di violenza di genere. Le spese militari mondiali, secondo i dati SIPRI, sono andate crescendo continuamente arrivando nel 2018 a 1.822 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6% rispetto al 2017 e del 5,4% rispetto al 2009 e ciò nonostante l’incremento dei conflitti armati in alcune zone del mondo quali l’area nordafricana e mediorientale; l’Italia, Paese Parte del Trattato, ha speso 23,8 miliardi di dollari (nel 2016) in armamenti attestandosi al dodicesimo Paese al mondo per spesa annuale; dalla Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento del 2020, su dati del 2019, risulta che vendiamo armi a Paesi belligeranti e regimi fortemente repressivi che non rispettano i diritti umani e i casi di violenze sessuali sono ampiamente documentati; tra i primi 25 Paesi destinatari di armamenti figurano l’Egitto, il Turkmenistan l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia, il Marocco e la Nigeria.In conclusione, alcuni passi avanti verso una riduzione del fenomeno sono stati fatti, ma molto rimane ancora da fare; in particolare, il risarcimento alle persone vittime è un’eccezione e poche sono le condanne dei responsabili delle violenze a tutti i livelli. Le violenze contro le donne costituiscono ancora oggi un ostacolo al raggiungimento dell’uguaglianza, della pace e della vera sicurezza; la risposta deve necessariamente essere anche culturale e coinvolgere tutta la società civile; in questo ambito, un ruolo importante spetta alle reti di donne e alla loro capacità di costruireuna nuova narrazione dei diritti delle donne. Testo redatto da Simona La RoccaDocente, studiosa di diritti umani, politiche e violenze di genere​   

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