19 giugno - Giornata internazionale per l’Eliminazione della Violenza Sessuale nei Conflitti armati

Gli stupri e le violenze sessuali, durante e dopo i conflitti, costituiscono ancora oggi un ostacolo alla pace e alla sicurezza internazionale in molte zone del mondo, come appare evidente dalle violenze in corso - ad esempio, nella regione del Nord Etiopia nel Tigray, nello Yemen, nel Myanmar, in Somalia -  dall’ultimo Rapporto di Antònio Gutterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite (S/2021/312 ) e da Pramila Patten, Rappresentante Speciale sulla violenza sessuale durante i conflitti armati (SRSG-SVC, ); stupri e violenze sessuali sono utilizzate come armi, pianificate strategicamente, per annientare e distruggere le persone che ne sono vittime e le comunità di appartenenza.

Le conseguenze di queste violenze sono fisiche (es. lesioni invalidanti, malattie sessualmente trasmissibili, problemi ginecologici persistenti, gravidanze indesiderate), psicosociali e mentali (es. sentimenti di paura, impotenza, tristezza, disorientamento, stigmatizzazione sociale, vergogna, sindrome da stress post traumatico, depressione, disturbi di ansia, difficoltà a stabilire delle relazioni affettive, abuso di sostanze o dipendenze, suicidio).

 Il 19 giugno è la Giornata internazionale per l’Eliminazione della Violenza Sessuale nei Conflitti armati istituita nel 2015 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (A/RES/69/293) per sollecitare il dibattito della società civile rispetto agli stupri e alle violenze sessuali nei conflitti, oltre che per onorare le persone (donne, uomini e bambini) che di queste orribili violenze sono vittime.

A livello internazionale, sono stati compiuti importanti passi avanti; le violenze perpetrate durante i conflitti nell’ex Jugoslavia e nel Rwanda, nonché i movimenti delle donne, hanno spinto la Comunità internazionale a riconoscere lo stupro quale fattispecie costitutiva dei crimini di diritto internazionale; oggigiorno, dallo Statuto di Roma della Corte Penale internazionale, i crimini di natura sessuale sono inclusi nelle categorie di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e tortura considerando la pervasività delle sofferenze fisiche e psicologiche provocate alla persona vittima oltre agli intenti discriminatori, punitivi, coercitivi o intimidatori che soggiacciono a questa specifica forma di violenza, soprattutto se commessa da un pubblico ufficiale o con l’acquiescenza di questi.

Tuttavia, il cammino è ancora lungo e si ravvisano ancora criticità e zone d’ombra; in particolare, il risarcimento alle vittime è un’eccezione, sono ancora poche le condanne dei responsabili delle violenze a tutti i livelli e sono scarsamente considerate le implicazioni di alcuni accordi di cooperazione e del commercio sulle armi.

         Il 2020 è stato un anno di importanti anniversari che afferiscono la tematica considerata,  il 25° della IV Conferenza mondiale delle donne di Pechino - la cui Piattaforma d’Azione costituisce la pietra miliare per l’affermazione dei diritti delle donne come diritti umani -, il 20° dall’entrata in vigore del Protocollo addizionale alla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW-OP), il 20° dall’adozione del Protocollo sulla tratta di persone in particolare donne e minori, addizionale alla Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale, il 22° dall’adozione dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale (CPI), il 15° dall’adozione del Principio della Responsabilità di proteggere ed il 75° della Carta delle Nazione Unite, il 20° della Risoluzione 1325/2000 del Consiglio di Sicurezza che riconosce esplicitamente l’impatto dei conflitti armati sulle donne, evidenzia il loro ruolo nella soluzione dei conflitti e nella costruzione della pace e delinea una serie di obiettivi da raggiungere mediante il paradigma delle tre ”P” - Prevenzione, Partecipazione e Protezione delle donne -, nonché costituisce, unitamente alle risoluzioni successive, il corpus giuridico dell’Agenda Donne Pace e Sicurezza (DPS).

In Italia, il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU) ha approvato, il 30 novembre 2020 in seduta plenaria, il IV° Piano di Azione Nazionale su DPS 2020-2024 (PAN, ), per l’attuazione della risoluzione 1325/2000 del Consiglio di Sicurezza Onu; il IV° Piano si compone di quattro obiettivi generali, in linea con l’Agenda Onu 2030 sullo Sviluppo Sostenibile, con i quali si intende contribuire a promuovere e rafforzare nei processi decisionali e nelle operazioni di pace il ruolo delle donne, la prospettiva di genere, l’empowerment e la protezione dei diritti umani di donne e bambine/i  in aree di conflitto e post-conflitto; oltre che, la comunicazione strategica e l’advocacy result-oriented, partecipazione e formazione, a vari livelli, collaborando con la società civile al fine di supportare efficacemente l’attuazione dell’Agenda DPS.

Il Piano è concepito come un “documento vivente, capace di adeguarsi al mutare delle esigenze e degli ostacoli che ancora si frappongono alla piena realizzazione femminile”; come donne e associazioni di donne abbiamo rinvenuto nel IV° PAN, alcune delle proposte condivise al termine di un seminario di tre giorni di studio del fenomeno ( ), presso la Casa internazionale delle donne, durante le quali persone vittime, testimoni e studiose hanno raccontato e condiviso esperienze e progettualità; auspichiamo che molte delle nostre proposte siano considerare nell’attuazione del PAN italiano; riteniamo, infatti, necessario ed essenziale un più ampio coinvolgimento, nonché una nuova mobilitazione della società civile, soprattutto delle donne, agenti attive di cambiamento e pace.    

 

 

Chiediamo/proponiamo

Allo Stato italiano nell’attuazione del IV° Piano e nei rapporti di cooperazione e collaborazione con gli altri Paesi di:

● Favorire una maggiore conoscenza del fenomeno a livello nazionale;

● Riconquistare la memoria del passato per costruire la base di un futuro condiviso inserendo nei programmi e nei libri di testo destinato alle scuole anche la storia vista dal punto di vista delle donne; una storia che consideri il ruolo delle donne che l’hanno vissuta e sofferta in modi diversi, subendo anche gli stupri di guerra;

● Rivedere gli accordi di cooperazione e lo stanziamento di aiuti economici a favore dei Paesi di origine e di transito dei flussi migratori, affinché tali accordi non siano finalizzati al blocco dei flussi migratori misti, ma piuttosto ad interventi volti a ridurre le vulnerabilità dei/delle migranti, e a vincolare i Paesi di origine al rispetto – effettivo - dei diritti umani, con precisi impegni a favore della promozione dei diritti delle donne;

● Supportare le Reti di donne sopravvissute alle violenze e le organizzazioni femminili che si occupano di promozione dei diritti delle donne nelle zone di conflitto nelle diverse fasi del processo di costruzione della pace (prevenzione, negoziati, disarmo, smobilitazione e reinserimento, processi elettorali, riforme istituzionali e programmi di ricostruzione);

● Promuovere misure ed interventi proattivi volti a modificare atteggiamenti, combattere stereotipi di genere e hate speech; interventi di prevenzione e protezione dovrebbero essere adottati, in particolare, nei confronti delle bambine, ragazze e donne appartenenti a gruppi minoritari più vulnerabili, maggiormente esposti a discriminazione, razzismo e violenze;

● Favorire consultazioni periodiche con la società civile che lavora sul campo;

● Definire mezzi, strumenti e strategie per promuovere l’empowerment delle donne, ridurre la povertà e supportare l’istruzione di donne e bambine/i nei contesti di conflitto, anche nelle fasi successive alla fine ufficiale del conflitto;

● Facilitare la formazione e l’accesso di donne peacekeepers;

● Applicare il Trattato sul commercio delle armi (ATT), in particolare le disposizioni contenute negli artt. 6 e 7(a); monitorare tenendo conto della dimensione di genere e interruzione del trasferimento di armi verso Paesi in cui esiste il rischio che queste possano essere utilizzate per facilitare o commettere gravi violazioni del diritto internazionale, del diritto umanitario e dei diritti umani;

● Implementare la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2011 e delle Raccomandazione n. 19 e 35 della CEDAW;

● Aderire e ratificare la Convenzione europea sull’imprescrittibilità dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra (Consiglio d’Europa, STE n° 082); l’11 ottobre 2020 risultano aver ratificato soltanto 8 Paesi;

 

Favorire una maggiore conoscenza rispetto alla tratta e alle diverse tipologie di violenze sessuali nei conflitti armati; nonché la consapevolezza che la tratta delle donne è una forma di violenza di genere che si verifica sistematicamente – sia a scopo di sfruttamento sessuale che lavorativo – in connessione con i conflitti;

 

Agire per ri-orientare l’applicazione del Protocollo addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta delle persone, in particolare donne e minori (2000), al fine di assicurare che la legislazione nazionale in materia di immigrazione, asilo e tratta sia ispirata ad un autentico approccio di diritti umani e tenga conto di una prospettiva di genere; intensificare l’assistenza tecnica e rafforzare la cooperazione con i Paesi di origine al fine di prevenire la tratta senza limitare il diritto di emigrare;

Proteggere le persone vittime di tratta e assicurare i criminali alla giustizia; attuare la legislazione interna in coerenza con il rispetto e la promozione dei diritti delle persone vittime di tratta (permessi di soggiorno, accesso alla giustizia, inclusione sociale e riparazioni, ivi compreso il risarcimento), e in modo non condizionato alla loro collaborazione con le forze di polizia;

All’Unione europea, nell’ambito dell’importante ruolo di favorire la stabilità, la sicurezza, le libertà fondamentali, lo stato di diritto e la pace nel mondo, così come contemplato dal Trattato di Lisbona, di:

● Promuovere e difendere i valori sanciti nello Statuto di Roma e supportare la CPI, dando seguito alle Decisioni 2006/33/PESC e 2011/68/PESC e al relativo Piano d’Azione;

● Rafforzare il sostegno alla giustizia penale internazionale, promuovere l’assunzione di responsabilità e tutelare i diritti delle persone vittime di reati internazionali;

● Promuovere l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che costituiscono il corpus giuridico dell’Agenda Donne Pace e Sicurezza;

● Supportare la piena, effettiva e significativa partecipazione e il coinvolgimento delle donne in tutte le fasi dei processi politici di risoluzione dei conflitti e di costruzione e mantenimento della pace affinché sia efficace e sostenibile;

● Implementare la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2011 e delle Raccomandazione n. 19 e 35 della CEDAW;

● Aderire e ratificare la Convenzione europea sull’imprescrittibilità dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra (Consiglio d’Europa, STE n°082); l’11 ottobre 2020 risultano aver ratificato soltanto 8 Paesi;

● Vincolare la candidatura all’Ue da parte degli Stati alla ratifica dei trattati internazionali sui diritti umani, soprattutto alla loro applicazione; particolare attenzione dovrebbe essere prestata all’effettiva applicazione dei diritti delle donne e alla prevenzione, protezione e assistenza da tutte le forme di violenza;

● Rivedere gli accordi di cooperazione e lo stanziamento di aiuti economici a favore di Paesi di origine e di transito dei flussi migratori, affinché tali accordi non siano finalizzati all’esternalizzazione delle responsabilità dell’UE, né al blocco dei flussi migratori misti, ma piuttosto ad interventi volti a ridurre le vulnerabilità delle/dei migranti vincolando i Paesi di origine al rispetto – effettivo - dei diritti umani con precisi impegni a favore della promozione dei diritti delle donne;

● Definire mezzi, strumenti e strategie per promuovere l’empowerment delle donne, ridurre povertà e discriminazione, supportare l’istruzione di donne e bambine/i nei contesti di conflitto, anche nelle fasi successive alla fine ufficiale del conflitto.

Alle organizzazioni della società civile, e in particolare alle associazioni femministe e femminili:

 

 permanente per il rispetto dei diritti delle donne nei contesti di conflitto e/o in connessione con i conflitti, il cui funzionamento potrebbe essere modellato su quello degli Ombudsman o dei Difensori dei diritti.

 

 

Seguono le firme

Simona La Rocca

Maria Grazia Giammarinaro

Vittoria Tola

 

 

 

Propongo: Osservatorio 

 

​"Tre Giornate" - a cura di Isabella Peretti e Patrizia Salerno