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la violenza ha un genere
A Modena si terrà a breve un convegno dal titolo “La violenza non ha genere. Profili giuridici e psicologici dell’aggressività femminile”.Un titolo non è mai neutro. E questo titolo sembra proporre una precisa chiave di lettura: LE DONNE SONO VIOLENTE TANTO QUANTO GLI UOMINI.Non è così.Non contestiamo che esistano donne che agiscono violenza contro gli uomini. È un fenomeno reale, che deve essere studiato e analizzato. Contestiamo invece l’idea che la semplice esistenza della violenza femminile consenta di mettere sullo stesso piano fenomeni che presentano dimensioni, frequenze, contesti, modalità e conseguenze profondamente differenti.Parliamo di dati.Nel report del Ministero dell’Interno del luglio 2026, nell’ambito dell’indagine su omicidi e femminicidi, si rileva che circa il 90% degli autori degli omicidi volontari consumati nell’ambito di una relazione sentimentale, tra partner o ex partner, nel periodo 2023-2025 era costituito da uomini.Secondo ISTAT, nel 2024 le donne vittime di omicidio sono state 116, di cui 106 vittime di femminicidio.I dati nazionali e internazionali — inclusi quelli dell’OMS — mostrano infatti che la violenza maschile contro le donne non è sovrapponibile, per diffusione, caratteristiche ed effetti, alla violenza agita dalle donne. E la differenza non è soltanto quantitativa.Nella violenza contro le donne intervengono rapporti di potere, controllo, sopraffazione, stereotipi e disuguaglianze storiche e strutturali. È proprio questo che il concetto di violenza di genere consente di leggere e nominare.Non contestiamo il diritto di studiare la violenza agita dalle donne. Contestiamo una rappresentazione che, mettendo in secondo piano il genere, rischia di trasformare fenomeni differenti in fenomeni simmetrici.Sulla violenza maschile contro le donne esiste oggi un patrimonio consolidato di ricerca, elaborazione teorica, rilevazione statistica e confronto internazionale. Il concetto di violenza di genere non nasce da uno slogan né da un’opinione politica: nasce dalla necessità di spiegare una realtà che la categoria generica della “violenza” non era in grado di descrivere.Ed è proprio qui che il titolo del convegno ci preoccupa.“La violenza non ha genere” è una formula che circola da tempo anche in alcuni ambienti dei cosiddetti movimenti MRA (Men’s Rights Activists), nei quali dati e ricerche vengono talvolta utilizzati selettivamente per sostenere l’idea di una sostanziale simmetria tra uomini e donne e, in alcuni casi, persino per sostenere che sarebbero le donne a detenere maggiore potere e a esercitare maggiore violenza rispetto agli uomini.Non è questo il modo di affrontare seriamente il problema.La violenza contro le donne non è soltanto una somma di episodi individuali. È anche un fenomeno sociale nel quale intervengono rapporti di potere, controllo, stereotipi, disuguaglianze e modelli culturali.Chiamare tutto semplicemente “violenza” e cancellare il genere in nome di una presunta neutralità non rende il discorso più scientifico. Lo impoverisce, perché elimina proprio gli elementi necessari a comprendere il fenomeno che si pretende di analizzare.Non accettiamo che decenni di ricerca vengano neutralizzati attraverso una falsa equivalenza tra fenomeni diversi, né che la complessità della violenza contro le donne venga ridotta alla formula rassicurante secondo cui “la violenza non ha genere”.La violenza può avere molte forme e può essere agita da chiunque. Ma questo non significa che tutte le violenze siano lo stesso fenomeno.Il genere conta. I rapporti di potere contano. I numeri contano. E continuare a negarli non è neutralità: è cancellazione della realtà.
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Comunicato stampa DDL ANTISEMITISMO
UDI – Unione Donne in Italia aderisce alla mobilitazione del 9 settembre contro il Ddl Antisemitismo, in difesa della libertà di espressione, di critica e di dissenso.La nostra storia nasce dalla Resistenza e dalla lotta delle donne contro il fascismo e per la costruzione della democrazia. È una storia che ci ha insegnato quanto sia essenziale difendere la libertà di parola e di pensiero e quanto sia pericoloso restringere gli spazi del dissenso attraverso norme che rischiano di confondere la lotta all'odio con la legittima critica politica.La lotta all'antisemitismo, al razzismo e a ogni forma di discriminazione è per noi irrinunciabile. Ma proprio perché conosciamo il valore della memoria e della libertà conquistata dalla Resistenza, riteniamo necessario contrastare ogni uso strumentale dell'antisemitismo che possa limitare la libertà di informazione, di ricerca e di espressione.Criticare le politiche di uno Stato che sta compiendo il genocidio di un'intera popolazione, che viola perennemente il diritto internazionale senza conseguenze, denunciare violazioni dei diritti umani e manifestare solidarietà a un popolo massacrato e allo stremo non significa alimentare odio verso un popolo o una comunità. E non possiamo dimenticare che, in ogni conflitto e in ogni forma di odio, a pagare il prezzo più alto sono sempre, con maggiore ferocia, le donne e i bambini.Difendere questa distinzione significa difendere la democrazia e, insieme, rendere più forte e credibile la lotta contro l'antisemitismo.
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NON CHIAMATELI RAPTUS: fermiamo la strage della violenza patriarcale
In soli quattro giorni, in un’estate che continua a restituirci il drammatico bilancio della violenza contro le donne, abbiamo assistito a una nuova sequenza di femminicidi che attraversa il Paese da nord a sud.Maria D'Alessandro a Sant'Angelo a Cupolo, Tania Terrin a Camponogara, Ornella Forastefano a Trebisacce, Michela Rubiu, morta dopo venticinque giorni di agonia, Joanna Rouissi a Colleferro e Carmela Bifano a Corigliano-Rossano.Sei vite spezzate che si aggiungono a un bilancio già drammatico: ad oggi, stante la “Lista Orribile” curata dalle nostre compagne di UDI Monteverde ed UDI Lucca, i femminicidi sono saliti a 55Dietro questi numeri non ci sono disgrazie o raptus improvvisi, ma un fenomeno sociale e culturale strutturale che ha un nome preciso: femminicidio.Definire il femminicidio significa riconoscere l'atto estremo di un continuum di violenza: l'uccisione di una donna in quanto donna, che può rappresentare il culmine di dinamiche di controllo, sopraffazione e possesso.È la manifestazione più estrema di una cultura che ancora fatica a riconoscere pienamente alle donne il diritto all'autodeterminazione e alla libertà, anche quando scelgono di interrompere una relazione o di sottrarsi a un ruolo subordinato.E come spesso accade, molte di queste donne avevano già manifestato la propria paura, avevano segnalato e cercato aiuto, allertando la rete sociale, familiare e anche le autorità competenti.Eppure ancora una volta abbiamo assistito allo strazio di femminicidi annunciati, dovendo constatare ancora una volta l’impotenza di uno stato di fronteggiare e contrastare efficacemente la volontà femminicida, una volta che si innesca.Probabilmente perché, quando essa si innesca, potrebbe essere già troppo tardi.E allora oggi, mentre ci si interroga sulla capacità delle istituzioni nel far fronte all’emergenza, è ancora più necessario e urgente porre al centro del dibattito, delle logiche politiche e delle azioni concrete che si pongano come obiettivo primario il creare le condizioni sociali e culturali affinché non si creino dinamiche di violenza, affinché la donna sia concepita davvero come soggetto libero e autodeterminato.Le misure di protezione e gli strumenti restrittivi sono necessari, ma da soli non possono rappresentare la risposta a un fenomeno strutturale.La prevenzione deve diventare una scelta politica stabile e trasversale: significa non solo formazione capillare e continua degli operatori delle istituzioni e delle forze dell'ordine, ma anche e soprattutto agire con la logica di un cambiamento culturale, a partire dalle scuole, per contrastare alla radice la cultura patriarcale e le disuguaglianze che la alimentano.Prevenire significa intervenire prima che la violenza raggiunga il suo esito estremo, costruendo nel tempo una società nella quale ogni donna possa vivere libera dalla paura e possa scegliere per sé senza che la propria libertà diventi una minaccia da punire.Non possiamo limitarci a contare le vittime dopo che è accaduto e attribuire responsabilità a posteriori. Dobbiamo costruire le condizioni perché ciò non accada affatto!
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Quando la forza sostituisce la legge:una deriva che non possiamo accettare
Negli ultimi giorni due episodi diversi, ma profondamente inquietanti, hanno riportato al centro del dibattito pubblico una domanda che non possiamo eludere: quale società stiamo costruendo quando la forza viene percepita come la risposta più immediata, quando la violenza viene giustificata come strumento di difesa, di controllo o di affermazione del proprio potere? Da un lato, la vicenda del gioielliere condannato per l’uccisione di due persone in fuga ha riaperto una discussione pericolosa: quella secondo cui il cittadino potrebbe sostituirsi allo Stato, alla magistratura e agli strumenti previsti dalla legge, trasformando la paura e la rabbia in una licenza all’uso della forza. Dall’altro, il caso avvenuto al Pilastro, dove un uomo è morto dopo essere stato fermato e trattenuto a terra da agenti delle forze dell’ordine, pone interrogativi altrettanto gravi sul rapporto tra autorità, uso della forza e tutela della vita delle persone. Saranno gli accertamenti necessari a chiarire ogni responsabilità, ma non possiamo ignorare il significato politico e culturale di questi episodi. Sono segnali di una società nella quale sembra crescere l’idea che la forza fisica, la sopraffazione, l’intimidazione possano diventare strumenti legittimi per risolvere conflitti, esercitare controllo, imporre la propria ragione. Una società nella quale la parola, il confronto, il diritto e le garanzie democratiche rischiano di essere percepiti come ostacoli anziché come conquiste fondamentali. Eppure la nostra storia culturale racconta altro. A chi oggi richiama continuamente le “radici” della nostra identità, ricordiamo che le radici del pensiero italiano ed europeo affondano nella parola, nel confronto e dibattito pubblico delle assemblee, nell’elaborazione delle regole di diritto. La nostra tradizione non nasce dalla pistola, dalla vendetta privata o dalla legge del più forte. Nasce dalla capacità degli esseri umani di costruire regole comuni, di affidarsi al diritto, di riconoscere il valore della vita e della dignità di ogni persona. La violenza non è una risposta alla paura. La violenza non è sicurezza. La violenza non è giustizia. Come UDI denunciamo con forza una deriva culturale e politica che normalizza l’uso della forza come linguaggio delle relazioni sociali e pubbliche. Non possiamo accettare che l’idea di giustizia venga sostituita dalla logica della punizione, che l’autorità venga confusa con la sopraffazione, che la vita delle persone venga considerata un elemento secondario. Una democrazia si misura dalla capacità di garantire diritti, protezione e giustizia senza abbandonare i principi che la fondano. Noi non ci stiamo.Continueremo a difendere una cultura della parola, del diritto, della responsabilità e della non violenza
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Non vogliamo una guerra tra sessi
Gli haters sono una delle piaghe dei social network, un fenomeno che da anni cerchiamo di comprendere e contrastare, anche attraverso attività di sensibilizzazione nelle scuole rivolte alle ragazze e ai ragazzi.Oggi ci troviamo però di fronte a una forma di odio ancora più specifica e aggressiva: la misoginia diffusa e normalizzata negli spazi digitali.In un contesto in cui siamo ormai esposti quotidianamente a immagini e linguaggi di estrema violenza, persino nei confronti dei più piccoli, proliferano gruppi e comunità online che alimentano l'ostilità verso le donne, le mogli, le compagne e le femministe, rappresentandole come un problema da combattere o da eliminare.A questo linguaggio, a queste pratiche e a questa normalizzazione dell'odio verso le donne diciamo con forza: non ci stiamo.Non vogliamo una guerra tra i sessi, sia nel mondo virtuale che in quello reale. Vogliamo una società in cui donne e uomini possano vivere insieme nel rispetto reciproco, riconoscendo nelle differenze una ricchezza e non una minaccia.Per questo continuiamo a impegnarci contro ogni forma di violenza e discriminazione!
