Giornata della memoria 2019

Il giorno della Memoria è diventato di anno in anno sempre più un atto di omaggio agli ebrei – morti e vivi -, è diventata l’occasione per parlare di loro. “È la vostra storia, la ricordiamo. Vi ricordiamo”. No. Non è la mia storia. È la storia di tutti gli europei, di chi la progettò e la mise in atto. Di chi vide e fece finta di nulla. Della rete ferroviaria di tutto il continente, su cui per anni i convogli andavano pieni di esseri umani e tornavano vuoti. Di chi rischiò la vita per salvare anche una vita soltanto. Potrà sembrare assurdo, persino intollerabile, ma come ebrea non posso identificarmi in questa storia. La rifiuto: la Shoah non mi appartiene perché è per definizione il rifiuto stesso della memoria ebraica: aspirava infatti a creare un’Europa judenfrei, un presente e un futuro senza ebrei. Durante la guerra a Praga i nazisti raccolsero migliaia di oggetti rubati a case, sinagoghe, persone, con l’obiettivo di creare un museo della razza estinta, di lì a pochi anni. Pochi mesi. Nel contesto della ricorrenza odierna, invece, le iniziative e gli eventi hanno senso solo se vanno esattamente nella direzione opposta a quella auspicata dal “Museo della Razza Estinta” voluto dai nazisti: dare alla collettività il senso pieno di appartenenza a questa storia, mostrare quanto essa stia dentro il tessuto sociale e materiale del nostro mondo.Di fronte agli oggetti, alle case, alle cose, ai volti delle persone, ai documenti conservati negli archivi quella storia si fa riconoscere, diventa propria, parte del proprio mondo.Elena Lowenthal​Il senso della memoria di Elena Lowenthal Caro presidente, la Giornata della memoria dimentica i rom di Dijana Pavlovici

Lettera a Forum sulla puntata del 23 gennaio 2019​

a Redazione Forump.c. Gent.ma Dott.ssa Anna Di Teodoro - Produttrice Esecutiva Mediasetp.c. Gent.mo Dott. Gerardo Greco - Direttore di Rete 4p.c. Gent.mo Dott. Piersilvio Berlusconi - Amministratore delegato Mediasetp.c. Gent.mo On. Dott. Vincenzo Spadafora - Sottosegretario alle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri  “Ci sono padri che si impongono” […] “questa è una storia di violenza” […] “il più grande regalo che un padre può fare ad un figlio è amare sua madre”. Con queste premesse si apre la puntata di Forum del 23 gennaio scorso, che tratta il caso di una donna vittima di stupro che si oppone alla richiesta della madre del suo stupratore di avere rapporti con il bambino nato dalla violenza ed alle pretese dello stesso, il quale ancora sconta la pena per il reato suddetto. Sembrerebbe un caso dall’esito scontato, eppure basta guardare solo i primi cinque minuti dell’inizio del processo per capire che, in realtà, l’esito sarà del tutto opposto a quello immaginato. Non solo, si assiste anche a molto di peggio. La giudice, la Dott.ssa Melita Cavallo, già presidente del Tribunale per i Minorenni di Roma nonché personaggio noto per il suo forte sostegno alle teorie dell’alienazione parentale (teorie che, come di recente abbiamo affermato in occasione della conferenza stampa in Senato per la presentazione del libro della Dott.ssa Maria Serenella Pignotti proprio sull’argomento, sono state elaborate da Richard Gardner, un misogino sessista sostenitore della legittimità dell’abuso familiare sui figli) esordisce mettendo subito in chiaro la sua posizione. Senza nemmeno lasciar parlare la ragazza, inizia a tessere le lodi dell’uomo e ad aggredire la ragazza vittima dello stupro che, sconcertata dal comportamento della giudice, cerca in tutti i modi di rivendicare il suo essere stata violentata dall’uomo che la giudice è tanto impegnata ad elogiare. Ma la giudice insiste: “lei non è stata seguita bene, altrimenti non sarebbe così violenta”. Il processo prosegue con la giudice che continua ad incolpare la donna per aver bevuto la sera dello stupro, per aver frequentato il suo stupratore pur sapendo che tipo fosse (benché la ragazza continui a negarlo), ad accusarla implicitamente di essere una sfaticata mentre l’operoso padre del bambino mette da parte i soldi per il suo futuro. Il tutto mentre, dall’altro lato, la madre dell’uomo condannato per violenza sessuale continua a dire che suo figlio è un bravo ragazzo, che era innamorato, la corteggiava, e mentre la conduttrice seraficamente definisce come una “ragazzata” lo stupro da parte di un uomo nei confronti di una donna, come se la giovane età determinasse la minore gravità dell’atto. Nessuna parola di condanna, naturalmente, per il gesto aberrante commesso dall’uomo, ma anzi, solo elogi, malgrado non abbia dato alcuna prova di rimorso. Per la donna vittima della violenza, invece, solo aspri giudizi, insinuazioni, colpevolizzazioni. La donna infatti viene in sostanza accusata di essersela andata a cercare e dunque di essere ella stessa la responsabile del proprio stupro.I concetti emersi dalla puntata infatti sono che: Uno stupro non è un fatto grave se avvenuto tra due persone poco meno che maggiorenni, ma è una ragazzata;Una donna che beve non può lamentarsi se poi viene stuprata;Lo stupro non è una violenza, alzare la voce in un’aula di tribunale invece sì; poco importa se a farlo è una donna vittima di stupro e lo fa contro persone che sono impegnate ad elogiare il suo stupratore ignorando deliberatamente il fatto che ha commesso violenza sessuale;Violenza e capacità genitoriale sono due cose che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra: poco importa se si è commesso una grave violenza sessuale nei confronti di una ragazzina, ciò non impedisce allo stupratore di essere un padre modello per il figlio nato dallo stupro;La donna stuprata dovrebbe far accettare al figlio frutto della violenza l’esistenza dell’uomo che rivendica il diritto di paternità, poco importa che quell’uomo sia proprio lo stesso che l’ha stuprata;Una madre che non favorisce l’incontro tra il proprio stupratore ed il figlio nato dallo stupro, è una madre alienante. Insomma, una vera e propria apologia degli stupratori della violenza contro le donne. Un’offesa insopportabile alle donne, alle leggi, alla Convenzione di Istanbul, che ha valore cogente anche in Italia (ma evidentemente non per la giudice Cavallo e chi ha sue stesse posizioni). Un chiaro esempio di rivittimizzazione secondaria frutto della cultura sessista che solitamente subiscono le donne vittime di violenza nelle aule di tribunali. In questa puntata si parlava per giunta di una violenza già accertata e condannata! Immaginate cosa accade quando, ancora nella fase iniziale del processo penale, la donna si trova da sola a dover avanzare la propria accusa! Questo teatrino delirante sembrerebbe una farsa surreale, se non fosse che è tutto vero. Anche se si tratta di attori che seguono un copione scritto ad hoc, chi giudica è una vera giudice che lavora nei nostri tribunali, e si è prestata dietro remunerazione a prendere parte a questa puntata vergognosa. Oltretutto, la giudice Cavallo è nota per le sue posizioni analoghe a quelle espresse in TV. Sappiamo bene infatti che, secondo i sostenitori e sostenitrici delle teorie dell’alienazione parentale, madre alienante è anche colei che si oppone all’incontro del figlio con il padre violento. E sappiamo bene anche che, purtroppo sempre più spesso, in casi del genere sono proprio le donne, le vittime della violenza, ad essere allontanate forzatamente dai loro figli, i quali vengono affidati al genitore violento. Riteniamo gravissimo, inaccettabile e vergognoso quanto accaduto nella puntata di Forum del 23 gennaio scorso. Si è fatto passare un messaggio distorto, perverso e aberrante, ossia che la donna vittima di violenza, oltre ad essere ella stessa colpevole della violenza da lei subita, è altresì colpevole se non favorisce l’incontro tra il suo stupratore ed il figlio avuto dallo stupro!Riteniamo inammissibile che la televisione, il mezzo di comunicazione di massa più utilizzato in assoluto, ed in particolare una trasmissione televisiva così popolare e così seguita, possa trasmettere simili concetti per giunta tramite una figura autorevole quale è, o quanto meno dovrebbe essere istituzionalmente, una giudice.  E ciò poiché, in un clima caratterizzato dall’aumento di violenza sulle donne e dall’aumento di sfiducia nelle istituzioni, far passare idee del genere significa, di fatto, avallare la perpetrazione della violenza sulle donne e continuare a soffocarne l’emersione. Chiediamo pertanto agli autori e alla produzione del suddetto programma televisivo di considerare la trattazione di tali materie tenendo presente la delicatezza del tema e la responsabilità sociale derivante dall’affidamento del pubblico ingenerato dalla notorietà del programma stesso, un programma che peraltro ha annoverato tra le protagoniste l’avvocata Tina Lagostena Bassi, il cui impegno politico, sociale e professionale a difesa delle donne vittime di violenza è noto a tutti.Proprio in virtù del suo impegno, del nostro impegno e dell’impegno di tutte le associazioni, gli enti, le operatrici e gli operatori che investono ogni giorno il loro tempo e le loro energie nel contrasto alla violenza maschile sulle donne, chiediamo inoltre l’immediata rimozione della giudice Melita Cavallo dal programma come gesto di responsabilità verso una tematica seria ed importante qual è la violenza sulle donne.    

Salutiamo Maritsa

In memoria di Maritsa, la nonna di Lesbo che allattava i bambini migranti e fu candidata al Premio Nobel per la Pace, ricordandoci cosa vuol dire essere umani​.

Il congedo per maternità non si tocca!​

Da quando la Camera ha iniziato la discussione sulla legge di bilancio, ora approvata alla Camera, ma ancora soggetta a numerose modifiche prima dell’approvazione definitiva, abbiamo assistito alla bocciatura dell’emendamento che fissava un fondo di 10 milioni di euro per orfani e familiari di vittime di femminicidio, salvo ripensamento dell’ultima ora e alla liberalizzazione del congedo obbligatorio per maternità, di cui invece è stata confermata l’introduzione, che ora renderebbe possibile per la donna lavorare fino all’ultimo momento prima del parto.Spacciata come “libertà”, è evidente, con un minimo di riflessione, quanto questa previsione tutto contenga fuorché libertà! A meno che non si stia parlando della libertà del datore di lavoro di mettere la lavoratrice nelle condizioni di dover lavorare fino all’ultimo. Il tutto con un semplice certificato medico. Come se la gravidanza fosse equivalente ad un raffreddore o ad un’allergia. Come se non fosse noto a tutti che la gravidanza è un momento talmente delicato per cui basta poco per stravolgere repentinamente lo stato di salute della donna e del feto.Sempre più chiaro è dunque il ruolo che la donna assume nell’attuale contesto sociopolitico.Si vuole che la donna sia prima di tutto una macchina produttrice: produttrice di reddito e, all’occorrenza, produttrice di figli; figli che, tuttavia, non devono più di tanto intralciare la macchina produttiva, poiché se lo fanno, la donna viene allontanata dal mercato del lavoro. Figli che devono essere cresciuti dalle mamme (perché si sa, i papà sono sempre al lavoro); mamme che tuttavia, spinte dalla pressione del mercato, arriveranno esse stesse a decidere di stare a casa il meno possibile (sempre che la salute glielo consenta), strette nella morsa di un ricatto implicito e di un condizionamento sociale tale per cui non c’è spazio per la stanchezza, non c’è spazio per la malattia, non c’è spazio né tempo per i figli. Dunque, forse è meglio non farli. Ma servono figli per la patria! Se no gli immigrati…Quando poi ci si allarma, a intermittenza da anni, per il drastico calo delle nascite (come i recenti dati Istat ci dimostrano), si pensa di poter risolvere il problema attuando una politica del terrore antiabortista, affiggendo inquietanti manifesti di feti giganti, promuovendo subdole mozioni a “tutela della vita” nelle giunte comunali, imponendo la presenza di dissuasori antiabortisti nei consultori.Questo perché la responsabilità del calo delle nascite non è la precarietà del mercato del lavoro, la pressione data dall’essere sempre più rimpiazzabile anche se sei incinta, l’insufficienza di asili nido, una scarsa condivisione del lavoro di cura del neonato con i padri e un sistema che pone la gravidanza come un fatto di cui si deve caricare solo la donna, no!La responsabilità del calo delle nascite è da imputarsi alla donna che abortisce. Non importa il motivo per cui lo stia facendo, che sia mancanza di possibilità, che sia violenza.Ecco che allora tornano ancora a risuonare, vive più che mai, le parole della nostra Piattaforma per una contrattazione di genere:Il diritto al lavoro, non sfruttato, è il mezzo con cui affermiamo la nostra autonomia e la libertà della nostra esistenza, che non possono essere assoggettate ad un modello monosessuato mortificante e lesivo della nostra dignità.Osserviamo che l’attacco al lavoro in generale rappresenta anche un’appropriazione indebita del tempo di vita, soprattutto di quello delle donne che erogano servizi fondamentali dentro le case e nelle relazioni famigliari a tutti i livelli di età, configurano una vera e propria economia sommersa di cui fruisce chi si appropria della ricchezza del paese.Riteniamo che la produzione debba essere al servizio della vita e non viceversa.Dunque… la legge sulla tutela della maternità non si tocca! Davvero non basta un certificato medico per garantire la libertà di un parto e di una nascita serena!!!!     ​

Manifestazione nazionale​

Riunirsi, progettare, agire.Per questo le donne dell’Unione donne in Italia saranno in piazza sabato 24 novembre con Non una di meno. Abbiamo ritenuto necessario ribadire gli obiettivi che ci accomunano alle donne che, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, si riuniranno a Roma, e sul territorio nazionale, per gridare ancora una volta,  il proprio STOP alla violenza maschile sulle donne, una violenza che viene ogni giorno perpetrata sotto gli occhi di tutti e sotto varie forme, e tuttavia ancora oggi volutamente ignorata se non quando utilizzata come strumento di propaganda. Come stiamo constatando sempre di più negli ultimi mesi, oggi più di ieri le donne sono sotto attacco nella loro autodeterminazione: nel lavoro, nel matrimonio, nella separazione, nel loro decidere di essere o non essere madri, nella loro sessualità, fino addirittura al loro modo di vestire, come una recente pronuncia di un tribunale irlandese ci ha ricordato. Ancora oggi il corpo della donna costituisce strumento dell’esercizio del dominio patriarcale, sessualizzato ed esposto alla pubblica gogna per il fatto stesso di essere un corpo di donna. Ebbene, sabato 24 novembre noi, donne dell’UDI:ci riuniremo tutte insieme perché la piazza, in quel giorno e per quelle ore, sarà una piazza di donne, di svariati colori, voci, provenienze ma di un unico genere. Progetteremo  partendo da noi  e guardando alle altre, sentendoci parte di una comunità nella quale, ognuna a modo proprio, stiamo affrontando le molteplici crisi che ci riguardano: dal DDL Pillon, all’obiezione di coscienza, all’autodeterminazione nella maternità consapevole, agli stupri riutilizzati a livello mediatico dai partiti di governo, alla violenza domestica che spesso si traduce in femminicidio;agiremo occupando fisicamente la piazza e occupando idealmente tutti gli spazi – lavorativi, sociali e domestici - dove siamo motrici di cambiamento, rigenerazione e ri-produzione.Agiremo privilegiando i contenuti, la costruzione di reti e di relazioni. Con grande unità con tutte! Il 24 novembre, insieme a Non una di meno e a tutte le donne d’Italia, anche noi saremo in Piazza della Repubblica dalle 14.   ​  

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