|
UDI SEDE NAZIONALE
Mercoledì 5 marzo 2008
NOI CI SAREMO
Tutte lì, in piazza Cavour, a testimoniare con la nostra presenza il sostegno a Elvira e Silvia durante lo svolgimento dell’udienza per il ricorso in Cassazione voluto dalla difesa del medico – violentatore. La nostra presenza dirà forte che lui e quelli come lui
non possono farla franca .
Il coraggio di Elvira e di Silvia è la nostra forza ma la nostra forza si deve vedere per dare a loro più coraggio.
Questo sarà il nostro Ottomarzo in piazza
le donne verranno da Pescara con un pullman messo a disposizione dal Comune che ha dato così la sua adesione.
da Napoli si stanno muovendo per dire la propria indignazione anche in merito all’ultimo episodio accaduto nella loro città e che riguarda una ragazzina.
-
da Milano, da Lecce, da Bari e altre città ancora...
_ . _
UDI SEDE NAZIONALE
8 marzo 2007
Esposto al Procuratore Generale della Repubblica di Roma
Noi donne dell’Udi, di fronte al ripetersi di delitti contro le donne,
chiediamo
al Suo Ufficio di attivare tutte le forme di indagine conoscitiva nei confronti di un fenomeno allarmante:
ci riferiamo
espressamente al comportamento omissivo di Presidii deputati alla tutela delle cittadine autrici di denuncie ed esposti, e
chiediamo
inoltre al Suo Ufficio di verificare se in tutto ciò sia da ravvisarsi l’esistenza di fattispecie penalmente rilevanti.
E’ penoso assistere alla morte di tante donne che, pure, pensando di vivere in una società civile, si erano in precedenza rivolte a coloro che ci devono difendere, parlando e denunciando.
Ricordiamo:
Debora Rizzato, morta a Trivero di Biella il 21 novembre 2005, dopo reiterate denunce, alla locale stazione dei carabinieri, delle persecuzioni di cui era fatta segno dal soggetto che aveva già scontato una pena per averla violentata minorenne, dieci anni prima.
Hina Saleem l’11 Agosto 2006 viene uccisa in Villa Carcina (BS) dal padre, dopo aver ripetutamente denunciato violenze e maltrattamenti. La prima denuncia sporta dalla vittima risale all’anno 2003, quando, essendo minorenne, per i reati subiti è prevista dal codice la procedibilità d’ufficio.
Antonella Russo il 20 febbraio 2007, dopo aver sporto denuncia alla locale stazione dei carabinieri, è stata barbaramente assassinata in Solofra (Av) dal convivente della madre che lei aveva già denunciato.
Solo tre casi, uno per ogni anno, ma le cronache sono piene di vicende come queste, dove le donne sono sottoposte alla continua tortura della paura della violenza, prima ancora che alla violenza stessa.
La concezione diffusa per cui a una donna si chiede di reggere tutto, in nome del quieto vivere, compresa la paura, compresi i rischi a cui è continuamente esposta ci pare una vera barbarie. Se poi una donna trova il coraggio di denunciare, si ritrova più sola di prima e anche più esposta perchè non dare credito alle parole di una donna, soprattutto da parte di istituzioni che dovrebbero tutelarla, legittima un uomo a passare dalle parole ai fatti. Sottovalutare le parole delle donne, le loro denunce, i loro esposti, sono delle vere e proprie omissioni a carico del Comando Generale dell’Arma e del Ministero degli Interni che riteniamo responsabili della mancata salvaguardia delle cittadine e della loro prole.
Ci chiediamo se sia azzardato ritenere che nei casi appena descritti si delineino i contorni di una vera e propria omissione d’atti d’ufficio.
Chiediamo, pertanto, di individuare, con la finalità di perseguire, quei comportamenti che si delineano anche solo come concorrenti alla mancata salvaguardia, prevenzione del femminicidio nel nostro paese, che si traduce nei fatti in una vera e propria impunità.
|

COMUNICATO UDI NAZIONALE
Roma 25 novembre 2006
STOP FEMMINICIDIO
Sappiamo da tempo immemorabile che la violenza non è il frutto dei guasti della società: i soprusi e i maltrattamenti fino alla morte sono il tormento continuo a cui le donne sono sottoposte per controllarne il corpo e per moderarle.
Qualche volta non è necessario passare ai fatti: basta la paura della violenza.
Ci sono stati anni in cui noi donne eravamo colpevoli degli stupri che subivamo perchè i nostri corpi, per il solo fatto di esistere, erano responsabili delle “sollecitazioni” a cui i maschi erano sottoposti.
C’è voluta tanta fatica per non viverci come vittime e c’è voluto tanto coraggio per imparare a raccontare e, con il sostegno reciproco, trasformarci in testimoni.
Con il femminismo e l’autocoscienza abbiamo imparato ad avere confidenza con il nostro corpo, cercato di essere responsabili della sua integrità e inviolabilità, ma forse la memoria di tutto questo si è persa ed è diventato necessario parlare con le più giovani perchè sappiano che non esiste il mostro: esiste il vicino di casa, il compagno di scuola, il parente prossimo.
Spesso le più giovani, proprio le più esposte, si sottraggono al confronto con le altre per paura di essere ricacciate nella miseria del genere perchè si illudono di essere quelle che hanno risolto il rapporto con l’altro.
Salvo sperimentare poi che la libertà non migliora automaticamente i rapporti tra i sessi, semmai li rende ancora più conflittuali.
La legge che abbiamo conquistato è solo uno strumento per la nostra salvaguardia.
Oggi noi donne dell’UDI intendiamo chiamare le istituzioni di questo Paese alle loro responsabilità che non riguardano solo l’applicazione della legge, ma anche le azioni politiche con cui hanno favorito, oppure ostacolato, la costruzione di rapporti civili tra i generi.
Tale civiltà non è data in natura e quindi ci aspettiamo azioni concrete che vadano oltre il generico sdegno.
La civiltà comincia dalle parole perchè anche il linguaggio è sessuato e noi chiamiamo la violenza sessuata, e non più sessuale, per segnalare l’azione brutale di un genere sull’altro e chiamiamo femminicidio la morte violenta di tante donne a causa del dominio estremo di un uomo su di una donna.
Chiamarlo omicidio è un modo per camuffare le statistiche e far scomparire un fenomeno che è la causa prima di morte per le donne in occidente e nel mondo.
La violenza sulle donne è anche una questione mondiale, come è sempre stato, oggi però siamo sommerse di notizie, i flussi migratori ci obbligano alla convivenza e sappiamo, con dati alla mano, che in ogni angolo della terra il genere maschile ha messo in atto tutte le storture e le torture possibili sulle donne pur di sottrarsi ad un rapporto reale.
Chiamano culture le diverse facce che il patriarcato assume per imporsi e chiamano famiglia la sua struttura primaria, quella in cui si regolano i rapporti tra i sessi e si controllano le donne e i bambini. Perciò non sarà dalla tanto proclamata salvaguardia delle culture, e delle famiglie, che le donne trarranno vantaggio quanto dallo scardinamento di un ordine sociale e politico dove c’è uno che pensa, parla, decide annullando violentemente l’altra
Noi siamo contemporanee alla donna che abita l’altra parte del mondo e alla donna che dall’altra parte del mondo è venuta a vivere e a lavorare nel nostro Paese, questo tempo è quanto abbiamo in comune per individuare strategie e per abitare liberamente il mondo.
|