|
UDI SEDE NAZIONALE - Lettere - Notizie dell'Ultim'ora
Giornata di riflessione contro la violenza sessuata e il femminicidio - Stefania Cantatore - Per il Coordinamento nazionale UDI-
“Guerra permanente contro le donne” alcune, e a tratti tutte, così definiamo le violenze sessuate nel loro complesso e nelle forme silenti intrecciate ad ogni aspetto del vivere civile. Una definizione efficace nella sua esplicita drammaticità, ma che finisce nella sua retorica per fissare nel tempo e nell’avvicendarsi dei regimi, con quel “permanente” il senso dell’ineludibilità e dell’impotenza delle vittime.
L’impotenza alla prevenzione, soprattutto, perché sul piano della riparazione al danno avvenuto e del soccorso, la solidarietà tra donne costituisce una risorsa, l’unica, concreta e certa, se pure priva di risorse congrue.
Patiamo una sostanziale precarietà, che a tutt’oggi mantiene intatto il circolo della perpetuazione della violenza, strumento estremo e privilegiato al mantenimento del rapporto di subordinazione del femminile al maschile.
L’infinita accumulazione di saperi ed informazioni ci dice quanto sia radicata nei poteri e in tutti i modelli di convivenza l’idea originaria che le donne vadano controllate e moderate.
Prendere parola pubblica e pronunciare il diritto delle donne a salvaguardarsi e ad assumere come norma la libertà dalle violenze, è stato – ed è - un gesto con cui l’UDI intende ribaltare gli schemi politici e di prospettiva sul più strutturale e prevedibile dei reati.
Le tappe della campagna che abbiamo chiamato “stop femminicidio” sono state relativamente ravvicinate “veloci” e ricche di spunti che sono stati colti anche dal movimento delle donne esterno all’associazione.
Alle donne non basta più essere riconosciute vittime di una responsabilità collettiva, vogliono che questa venga assunta in pieno dalla politica e non più diluita nell’attesa di un lontano cambiamento culturale.
Il detto e il fatto è stato molto: un protocollo inizialmente sottoposto alle donne elette nel parlamento e nelle amministrazioni, le bacheche rosa, una proposta di modifica della legge attuale in collaborazione con una delle avvocate simbolo della costituzione in parte civile nei processi per stupro.
E il detto e fatto è tanto nelle sue realtà locali, nella loro partecipazione attiva nella rete dei servizi antiviolenza.
Sono questi elementi di un patrimonio di pratiche e saperi cha ci rendono testimoni del bisogno di dire un “noi” sulla violenza che sia non più una somma di parole competenti, ma la pronuncia di obiettivi condivisi.
Per questo proponiamo una giornata di riflessione di tutte le donne dell’UDI che in questi anni si spese contro la violenza sessuata e il femminicidio.
L’incontro aperto anche alle donne interessate è Domenica 1 Giugno 2008, dalle 10 alle 14, presso la sede nazionale dell’UDI.
Abbiamo scelto questa data, subito dopo l’incontro del 31 Maggio per la costituzione del Comitato, per agevolare la presenza.
Ma cosa sta succedendo?
- di Anna Maria Spina - Coordinamento Nazionale UDI-
Mettiamo assieme i pezzi, usciamo dalla cronaca falsamente veritiera e entriamo nel meccanismo, che c’è.
Una donna dopo cento anni a capo della CONFINDUSTRIA, alleluia potremmo dire, ma nasce un sospetto, non sulla donna.
Il sospetto nasce sulla finalità di questa votazione praticamente unanime degli uomini di Confindustria.
Da dieci a venti donne indagate o prossime indagate, non si capisce, a Genova, per ABORTO. In televisione quotidianamente solo uomini a parlare di tutto, programmi politici, promesse salvifiche, la nostra miseria incipiente, e anche l’aborto, sì o no, e donne presenti nessuna, proprio nessuna,tranne una leader di lista e di marchio, a sè stante.
Sempre in tv gli aumenti dettagliati dei prezzi del cibo, la base del mantenimento nella cosiddetta vita, già quale vita?
Sempre più legittimo chiederselo se parliamo della vita dell’embrione o di quella prodotto del concepimento o del feto, a cui pensa per natura la madre, o no?
E poi, alla vita del bambino-a che ci pensa?
La famiglia naturalmente che in Italia vuol dire Padre.
E ancora, non le imprese italiane che si limitano a buone intenzioni, ma le multinazionali iscrivono nelle proprie procedure e paradigmi di utilità la presenza paritaria delle donne ai vertici e in tutti i luoghi di decisionalità e rappresentanza. Mentre la politica ne nega sicuramente la presenza visiva e riguardo le liste è una faccenda privata.
Allo stesso tempo un caso di mobbing tremendo contro una donna a Milano in uno dei tanti troppo super-ipermercati. Queste che sembrano contraddizioni o incoerenze del sistema in realtà rispondono a un disegno ben riconoscibile: il leaderismo è controllabile dal potere maschile, che lo ha sempre esercitato in Italia con il valido supporto di organizzazione ecclesiastica e struttura famigliare.
Questa legge elettorale implica il leaderismo, che a sua volta implica che la presenza delle donne nelle liste assomigli un po’ alla presenza delle donne nell’harem, anche lì le donne ci sono ci mancherebbe, c’è apposta, solo che nessuno le vede, sicuramente il padrone cooptandole di volta in volta. La logica e le regole del leaderismo unico consentono la presenza sporadica di donne, certamente, per creare una patina mediatica di democraticità.
Ma tutto questo vale solo se ammettiamo che anche la politica
diventi spettacolo e con essa la nostra vita, quella di ognuno-a, quella individuale, adesso qui in una città che fa capo a una provincia e che fa capo a una regione, che fanno capo a una nazione. Così assistiamo allo spettacolo delle signore donne intervistate nei supermercati che ci spiegano come non ce la fanno a comprare tutto quello che serve da mangiare, e poi assistiamo allo spettacolo dei politici che ci dicono come risolveranno tutto per noi basta che eleggiamo il signor Tizio o il signor Caio, certo dobbiamo fidarci.
Qualcuno chiede mai cosa vorrebbe la signora donna, o come fa a far quadrare il bilancio domestico, oppure quanto lavora o si preoccupa quella signora donna? No, per carità, quella signora si vergogna di non farcela più, peggio di non riuscire, fatto che ogni donna vive come fallimento personale o inadeguatezza e colpa. No, per carità, quello a cui assistiamo è la approvazione per la compostezza e la dignità di una classe, che sarebbe quella media, che si vergogna della propria condizione e lo fa dire alle donne.
La spettacolarizzazione della vita civile implica il leaderismo, cioè le star, perfino le star lo sapete non sono cinquanta e cinquanta e le star donne prendono sempre meno delle star uomini. Se ci accontenteremo sarà per noi gravissimo con conseguenze pesantissime, pensiamo a Napoli, a Bologna, adesso Genova, e tutto questo mentre una donna diventa capo della Confindustria, nessuna di nessun partito, e siamo in campagna elettorale con una legge che blinda le liste. E’ veramente in pericolo la rappresentanza democratica, dove è ovvio che rappresentanza significa responsabilità e partecipazione, e parità significa semplicemente democrazia.
Mai dimenticare che quella legge sull’aborto è stata la risposta a chi voleva semplicemente depenalizzare l’aborto, e sono due cose molto diverse una legge o la depenalizzazione. Infatti adesso c’è Ferrara all’attacco. Mai dimenticare che UDI, Unione Donne in Italia, si è assunta la responsabilità di presentare e promuovere una proposta di legge popolare “Norme di Democrazia Paritaria per le Assemblee Elettive” primo passo di una Campagna dal titolo 50E50 …ovunque si decide. Più di 120.000 cittadine e cittadini hanno deciso di firmare la proposta di legge, sicuramente sarebbero stati ben di più se il sistema mediatico avesse deciso a suo tempo un minimo di comunicazione, ma in ogni caso quello che sta accadendo oggi va contro la volontà di almeno centomila più persone in Italia. E infine mai accettare che una sola donna ci rappresenti tutte, per una semplice questione numerica, tante donne per tante donne, così come tanti uomini per tanti uomini.
E donne a confronto con donne e con uomini e viceversa, là dove si decide, cioè 50E50 dove E sta per insieme alla pari.
Messe fuori da tutto e oscurate ai limiti del parossismo pronunciamo una
lettera scarlatta e ci rendiamo riconoscibili indossando una spilla, bella e grande, con la quale intendiamo segnalare che non ci stiamo, che vogliamo la attuazione di due articoli della Costituzione.
Forse qualcuno sta pensando di eliminare anche quelli?
Ci autodenunciamo del delitto di democrazia, rispetto, responsabilità, di maternità, di generosità, di sensibilità, di intelligenza e capacità, ma soprattutto di libera volontà.
Anna Maria Spina, Milano Coordinamento nazionale UDI – Unione Donne in Italia
annamariaspina@gmail.com
Cosa ci dice il Tibet
- di Milena A. Carone
Ci dice che Antigone è ancora viva.
Antigone era il Diritto. Antigone era le Ragioni del Cuore. Creonte era la Legge. Ed era la Ragion di Stato.
La vicenda di quella regione e di quel popolo violentati da ormai 50 anni dalla Cina ci dice che dobbiamo ancora lottare ovunque nel mondo. Una lotta nonviolenta perché si affermi la forza del Diritto contro la Legge del più forte, perché viva la speranza in una soluzione pacifica di ogni conflitto, perché il messaggio della nonviolenza scuota le coscienze di ogni singolo individuo. Dobbiamo scuotere la coscienza di ognuno senza alcuna distinzione, che abbia o no pubblici poteri, che viva in occidente o in qualsiasi angolo del mondo. Oggi purtroppo molte coscienze, singole e statali, appaiono distratte, addormentate o peggio opportuniste. La vicenda del Tibet irrompe anche in questa catalettica campagna elettorale italiana, e ci dice – se ce ne fosse ancora bisogno – che ogni Re è nudo, senza distinzione, e che il nostro Paese resta una piccola provincia del villaggio globale.
E' Ragion di Stato anche quella del Vaticano in Italia, pronto a tuonare contro le donne per i "diritti alla vita" e muto, colpevolmente muto verso la Cina che uccide. Una svista? Un addormentamento del sommo Pontefice e dei suoi Consiglieri?
No: è pura Ragion di Stato Vaticana volta a tutelare alla meglio le proprie comunità in Cina, passando sulla pelle di Monaci pacifisti e nonviolenti. Comunque la pensiate, il Buddismo resta l'unica religione al mondo a non avere mai chiesto a nessuno di uccidere in Suo nome.
Se oggi il Tibet, la sua gente, la sua cultura di pace rischiano di scomparire, la responsabilità non sarà della Cina, ma dell'intera Comunità Internazionale fatta di belle parole e di interessi economici. Affermiamo la difesa della dignità umana contro ogni forma di sopraffazione, la difesa della vita umana nella sua propria esistenza contro ogni mistificazione pseudoreligiosa, la difesa del Diritto contro ogni Ragion di Stato.
19.03.08
|