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Alla cerimonia era presente per UDI la Delegata e Presidente: Pina Nuzzo
INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, GIORGIO NAPOLITANO, IN OCCASIONE DELLA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA DELLA DONNA
PALAZZO DEL QUIRINALE, 8 MARZO 2008
Dedichiamo quest'anno l'8 marzo in Quirinale all'impegno e all'intervento attivo delle donne nel difendere e far progredire, dovunque nel mondo, i diritti e la democrazia.
A Sessanta anni dalla Costituzione italiana e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, era questa la scelta più giusta. Il richiamo ai principi solennemente sanciti in quelle Carte costituisce il presupposto e la base per ogni reale avanzamento nella condizione della donna. Possiamo ben dire che viviamo nell' "età dei diritti". Purché non si dimentichi quanto sia stato difficile ottenerne il riconoscimento formale - in modo particolare per quel che riguarda le donne - e quali ostacoli ancora si frappongano alla loro effettiva, piena realizzazione.
La nostra Costituzione nacque in un clima storico e ideale di eccezionale tensione innovativa e fu il frutto dei lavori di un'Assemblea nella quale prevalsero soluzioni illuminate grazie alla confluenza più nobile tra diverse ispirazioni culturali e politiche.
Ma anche allora non fu facile giungere a esiti soddisfacenti specie in materia di diritti della donna. Le deputate alla Costituente, le prime elette in un'assemblea parlamentare italiana, dovettero battersi, ad esempio, per evitare che nell'articolo volto a garantire che i "cittadini di ambo i sessi possano accedere agli uffici pubblici" (e "alle cariche elettive", si aggiunse poi), si introducesse un limite chiaramente riferito alle donne con le parole "conformemente alle loro attitudini". Le Costituenti diedero battaglia per far cadere quel limite, che rifletteva un pregiudizio duro a morire. E dovettero ancora battersi perché nell'articolo relativo ai concorsi e alle nomine per i magistrati, non venisse iscritta la riserva "Possono essere nominate anche le donne" [ma solo] "nei casi previsti dall'ordinamento giudiziario". Fu quindi approvato un ordine del giorno per dissipare ogni equivoco e riserva.
Era il 26 novembre 1947
Fu però solo nel 1965 che poterono accedere alla carriera giudiziaria le prime donne vincitrici di concorso.
Oggi, finalmente oggi, 8 marzo 2008, possiamo salutare le recenti e recentissime nomine della prima donna Presidente di Tribunale metropolitano, della prima donna Presidente di Corte d'Appello, della prima donna Presidente di Sezione della Corte di Cassazione. E ora dunque possiamo dire che quel diritto scritto nella Costituzione sta diventando pienamente realtà. Cammino, come si vede, lungo e faticoso, che molto deve - e mi riferisco all'intero quadro dei principi costituzionali - alla mobilitazione civile e ad un molteplice sforzo per far vivere la Costituzione. Lo sforzo del Parlamento, che ha nei decenni condotto a decisive leggi di riforma come quella del diritto di famiglia lo sforzo della giurisprudenza costituzionale, documentato da numerose importanti sentenze della Corte in materia di diritti delle donne lo sforzo volto a recepire nel nostro ordinamento indirizzi e direttive della Comunità e dell'Unione europea.
Non poteva che essere, ed è stato, un avanzamento graduale. Nel famoso testo di un grande pensatore liberale, John Stuart Mill - un libro del 1869, che si intitolava "La sottomissione delle donne" - si legge questo bellissimo passaggio: "La conoscenza che gli uomini possono acquisire delle donne, per come sono state e come sono, senza alcun riferimento a quel che potrebbero essere, è miseramente imperfetta e superficiale, e tale sempre sarà, fino a quando le donne non diranno tutto quello che hanno da dire. Questo tempo - osservò l'autore - non è tuttavia ancora giunto, né giungerà se non gradualmente".
Un secolo e mezzo dopo, quel tempo sta giungendo. Ma non tutti i pregiudizi nei confronti delle donne, impietosamente denunciati da John Stuart Mill, sono ancora caduti e soprattutto non sono ancora caduti tutti gli ostacoli che concretamente si oppongono all'effettiva realizzazione dei diritti e delle aspettative delle donne in Italia e tantomeno sono rimossi gli ostacoli che impediscono l'affermarsi, in generale, nel mondo di quella uguaglianza di diritti invocata dalle Nazioni Unite, dalla Dichiarazione universale che esse approvarono nel dicembre 1948. Tra questi ostacoli, abbiamo messo in rilievo, nello svolgimento del nostro incontro, quelli che le donne si sono più impegnate a rimuovere l'intolleranza, la disuguaglianza nei punti di partenza, la legalità negata, gli squilibri nella parità di genere.
L'ostacolo forse più duro per la convivenza democratica e la pace è oggi quello costituito dalla intolleranza politica, etnica e religiosa. L'intolleranza infatti può raggiungere i livelli estremi della pulizia etnica, della guerra civile senza esclusione di colpi, della repressione, della limitazione della libertà sia di comuni cittadini, sia di leader politici. E bersagli dell'intolleranza violenta sono troppo spesso donne. Due leader donne sono oggi emblema delle sofferenze che l'intolleranza può produrre, ma sono anche testimoni della resistenza morale che si può opporre alla prevaricazione la colombiana Ingrid Betancourt e la birmana Aung San Suu Kyi. Abbiamo ascoltato la lettera indirizzataci dalla madre di Ingrid Betancourt, senatrice liberamente eletta in Colombia e odiosamente sequestrata a scopo di ricatto terroristico. Abbiamo ascoltato l'intervento della rappresentante della "Unione delle Donne Birmane", che ci racconta il dramma della repressione politica di cui è vittima il Premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi.
È importante che l'Italia si adoperi per evitare che il seme dell'intolleranza generi tragedie al di fuori dei propri confini, che l'Italia e l'Europa intervengano per temperare le drammatiche conseguenze dei conflitti in atto, per favorire il ristabilimento della pace e del dialogo. Ma è altresì importante che, anche all'interno del nostro Paese, si consolidino modi e strumenti di civile convivenza. Negli stessi paesi di democrazia costituzionale come l'Italia, un grave ostacolo al "pieno sviluppo della persona umana" è costituito - come dicevo - dalla disuguaglianza dei punti di partenza. E' una disuguaglianza che si radica nella famiglia e nel quartiere dove si è nati. E, in Italia, più che altrove in Europa, è difficile sconfiggere "la lotteria della fortuna", perché il migliore strumento per farlo è una garanzia di attenzione e di cura, e quindi di buona istruzione, accessibile a tutti nei primi anni di vita del bambino. Rispetto a ciò gravi carenze, e fortissimi squilibri territoriali, presenta ancora il nostro paese. Perciò premiamo questa mattina chi ha operato contro l'abbandono scolastico dei bambini nelle zone più a rischio.
Un terzo ostacolo, al quale ha fatto cenno anche la studentessa di Catanzaro, riguarda il mancato rispetto del principio di legalità. In contesti inquinati dalla criminalità organizzata, dalla intimidazione mafiosa, dalla pressione e dalla minaccia, nessun diritto vale sul serio. Ma anche gli ambienti famigliari, dove si usa violenza sulle donne e sui bambini, sono luoghi in cui il diritto non ha corso. Perciò simbolicamente riconosciamo qui organizzazioni e persone che combattono la illegalità e la violenza, nelle famiglie come nelle città.
Infine, l'altro ostacolo che ho richiamato all'inizio, è anche quello più tradizionalmente affrontato in occasione dell'8 marzo. Si tratta dello squilibrio di genere, uno squilibrio ancora troppo ampio nel nostro Paese. Mi riferisco - ad esempio - al fatto che, in Italia più che in altre democrazie economicamente sviluppate, la componente maschile sopravanza ancora di molto quella femminile rispetto all'occupazione. Ed è di un problema che riguarda soprattutto il Sud del nostro Paese. In quelle regioni, la stessa partecipazione delle donne all'offerta di forze di lavoro è paurosamente depressa per il peso delle difficoltà e la conseguente sfiducia. Perciò, se non interveniamo presto con terapie efficaci, le speranze di colmare disparità tra uomini e donne e il divario tra Nord e Sud si allontaneranno drammaticamente.
Forti squilibri tra uomini e donne permangono rispetto non solo all'occupazione, ma al reddito e alla carriera, e il distacco diventa più evidente a mano a mano che si passa a posizioni ed incarichi di maggiore rilievo. È vero che nel campo produttivo in questi ultimi anni, fortunatamente, le distanze si sono accorciate, ma siamo ancora molto lontani da un traguardo di parità, e in tutti i campi. Eppure è cresciuto enormemente il numero di donne qualificate: le giovani italiane hanno ormai largamente superato i coetanei per livelli di istruzione, e risultano vincenti in ogni selezione concorsuale, in ogni competizione. Per quel che riguarda il mondo dell'impresa, vogliamo vedere un segno e un impegno nuovo e forte nella scelta, per la prima volta, di una donna alla guida della Confindustria.
La scarsa valorizzazione delle energie e competenze femminili rappresenta non solo un'ingiustizia, ma un fattore di fatale debolezza del processo di crescita economica e sociale. Nella recente relazione della Commissione europea, la prima sulla parità donne-uomini, si sottolinea che "il lavoro femminile è stato il principale fattore della continua crescita dell'occupazione in Europa nel corso di questi ultimi anni". Si deve ciò trarre stimolo per lo sviluppo anche in Italia di politiche volte a far crescere l'occupazione femminile, a favorire la conciliazione tra lavoro e maternità, ad assicurare il sostegno alla cura e all'istruzione dei bambini svantaggiati. Ma a questo fine può contare non poco - come dimostra l'esempio di altri paesi europei - una maggiore presenza delle donne nelle istituzioni rappresentative e di governo.
Anche perciò non possiamo ignorare la gravità dello squilibrio persistente in Italia, a danno delle donne, nella rappresentanza politica. Ne hanno parlato, prima di me, le onorevoli Barbara Pollastrini e Stefania Prestigiacomo, che con altre parlamentari - e a tutte va rivolto il nostro ringraziamento - hanno condotto al successo, grazie a un ampio consenso nelle Camere, l'iniziativa di riforma dell'articolo 51 della Costituzione, arricchendolo della prescrizione di "appositi provvedimenti" capaci di promuovere efficacemente le pari opportunità tra donne e uomini nell'accesso alle cariche elettive. Vedremo all'indomani del voto del prossimo 13 aprile in quale misura le forze politiche abbiano ridotto una ingiustificabile disparità nelle presenze di uomini e donne nel Parlamento italiano.
Sempre che si parli dell'apertura, in tutti i campi, di spazi nuovi, più ampi e significativi, per le donne non si pone un semplice obbiettivo di riequilibrio di genere. La causa del riconoscimento nei fatti dei diritti e del ruolo delle donne corrisponde a un interesse comune di crescita competitiva dell'economia nazionale, di rinnovata coesione sociale, di accresciuta solidità della vita democratica. A ben vedere, anche quando si contestano comportamenti - talvolta persino da parte dei pubblici poteri - che feriscono l'autonomia delle decisioni riconosciute dalla legge alle donne, quella che si solleva è una questione di dignità delle persone. Quelli che vediamo troppo spesso messi in causa sono non già diritti specifici delle donne, ma elementi essenziali dello Stato di diritto. E' con questa consapevolezza che celebriamo la Giornata della Donna come festa della Repubblica, come occasione di impegno per garantire un più degno futuro al nostro paese, e anche per rendere davvero universali, nel mondo di domani, i diritti proclamati per uomini e donne sessant'anni orsono.
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