|

|
Roma Sala Olivetti 31 maggio 2008 - Documento di Apertura
Il Comitato nazionale delle donne “quando decidiamo noi” che si costituisce oggi intende prendere parola in modo sistematico e non saltuario sullo scenario politico e culturale che si agita attorno alle questioni del generare. Non abbiamo mai inteso dare risposte ai furori di questo o quel ministro, di questo o quel pensatore, ma di dire lucidamente il nostro pensiero al blocco della sperimentazione sulla RU486 e, ancora prima, sulla legge 40.
Sempre ci siamo rifiutate di fare di queste questioni un fatto ideologico e di farci relegare sul terreno dei “valori” che è per sua natura scivoloso e pericoloso per le donne, perché dai valori ai fondamentalismi il passo è breve.
Non a caso siamo sempre partite dal nostro corpo fertile per riflettere anche sull’aborto come una esperienza che non può mai essere separata dalla vita di una donna.
Oggi apriamo a tutte le prospettive che intendiamo darci, forti dell'oggettiva ricchezza delle relazioni fra donne che abbiamo costruito e che abbiamo saputo mantenere. Da questo dipenderà la qualità e l’autorevolezza che il Comitato si guadagnerà e dalla nostra capacità di determinare il terreno del dibattito.
Lo faremo a partire dalla cresciuta responsabilità delle donne, ma anche degli uomini, grazie alla diffusione e all’uso degli anticoncezionali. Se oggi tutti – donne e uomini - siamo disposti a discutere di come si può ulteriormente evitare che una donna ricorra all’aborto, non siamo però disposti a tornare indietro e lo ha dimostrato il consenso, più che scarso, nelle urne alla lista Aborto no grazie. Le donne morte per aborto clandestino sono ancora vive nella nostra memoria e non vogliamo che esso rispunti, come una pianta infestante di cui non ci possiamo liberare, nella vita delle donne svantaggiate e precarie.
Più informazione e più contraccezione per giovani e immigrati, più lavoro per le donne tutte sono le precondizioni per un futuro migliore per tutti. La nostra economia non può girare se la metà delle sue risorse viene tenuta ai margini e sempre sotto ricatto.
La presenza precaria e marginale delle donne nel lavoro rende tutti più poveri perché, confinando le donne nella famiglia, si confina di fatto l’economia stessa del Paese in una dimensione domestica.
Mettere al mondo ed esserci nel mondo non può configurarsi nella vita di una giovane donna come un desiderio smodato: lavorare e fare figli non può diventare una fatica che trova sollievo solo se hai una nonna. Noi vogliamo essere donne con i diritti e i doveri di cittadinanza, con il nostro ruolo sociale, i nostri desideri, vogliamo tutto questo e non vogliamo essere sole.
Per questo oggi vogliamo riaffermare che c'è un noi che ci comprende e che le nostre difficoltà possono essere nominate e affrontate collettivamente. Dopo quell'8 marzo 2006 nel quale la nostra parola d'ordine fu "la precarietà rende sterili" abbiamo posto la questione della nostra stessa incolumità, a questa società che ci umilia, che ci violenta e ci uccide e per questo abbiamo detto Stop al femminicidio. E mentre l’ossessione di certi maschi e delle religioni per il corpo della donna – e la sua capacità riproduttiva- produce ogni giorno parole e gesti che ci offendono, la violenza sessuata e il femminicidio dilagano.
E le risposte e persino le analisi di questa violenza da parte delle istituzioni lasciano senza parole per imprecisione, pressapochismo ed insipienza. Con la Campagna 50E50 ovunque si decide, con più di 120.000 firme consegnate in Senato nel novembre del 2007, abbiamo direttamente interrogato la politica e la società intera che ci contesta il diritto all'autodeterminazione, che ci sfrutta, ci fa violenza e per continuare a farlo ci emargina dai luoghi delle decisioni.
Apriremo vertenze e faremo di questo Comitato la stazione di scambio delle nostre competenze e informazioni. Saremo attente sulla rappresentazione stereotipata dei media, della moda, della pubblicità che pretende di determinarci sia quando scegliamo di essere madri sia quando scegliamo di non esserlo. Solo una scelta informata, l’autodeterminazione e l’assunzione di responsabilità possono essere alla base delle nostre decisioni sul generare o non generare.
Per questo è opportuno che nei Consultori si ripristini una maggiore partecipazione delle donne, a suo tempo cacciate fuori.
I consultori e i reparti ospedalieri sono tra l'altro sempre più coinvolti nel tentativo che va respinto colpo su colpo, parola su parola, di confondere la prevenzione dell'aborto, prevista dalla legge, con la dissuasione, completamente assente dalla legge, e di identificare dunque nei dissuasori militanti i principali strumenti per la prevenzione. La differenza fra i due concetti è enorme, lo abbiamo detto tante volte, perchè la prevenzione poggia sostanzialmente sul prevenire gravidanze indesiderate, sul promuovere una cultura contraccettiva, sulla somministrazione facilitata di contraccettivi anche d'emergenza, per i quali appoggiamo la richiesta di liberalizzazione portata avanti dai radicali.
La prevenzione non ha nulla a che vedere con la dissuasione che presuppone un intervento diretto sulla volontà della donna comunque espressa. Ed è proprio sulla base della scelta informata che si pretende da subito - da ieri - che l'aborto farmacologico sia garantito, accessibile e praticato in tutte le strutture pubbliche del territorio nazionale.
Fa orrore in un paese moderno che il ricatto sull'autodeterminazione passi per la riproposizione di ruoli tradizionali in una famiglia tradizionale per approdare ad una indecente sceneggiata sulla maternità, sulla famigliola felice, magari con molti figli, sugli aiuti alla famiglia, quella lì, non altra e soprattutto non alle donne in carne e ossa.
Per rompere questo modello ci aspettiamo gesti significativi anche dall'altro da noi, da chi può diventare genitore se una donna lo decide, perchè condivida con noi spazio e tempo di vita, con-dividere appunto.
Per impedire di essere confinate in questo modello diciamo alla politica che dalla nostra maternità le derivano obblighi ben precisi.
Noi sappiamo, ogni donna lo sa che, se la scelta di diventare madri è nostra, i figli e le figlie che nascono invece no, non lo sono affatto.
La loro cittadinanza, i loro diritti ed esigenze ci riguardano, ci toccano, ci condizionano, ci stanno a cuore, ma non coincidono con le nostre esigenze ed i nostri diritti.
Al nido ci vanno i bambini e le bambine, non le mamme, questo devono ricordare le istituzioni quando ci presentano i servizi per l'infanzia come servizi per le donne. Questo slittamento di senso è simile a tanti altri che ci riguardano sempre, per questo ognuna di noi è vigile e insieme lo saremo di più.
Roma, 31 Maggio 2008
Promotrici dell’UDI: Ileana Alesso, Paola Castagnotto, Loredana De Vitis, Katia Graziosi, Fabiola Pala, Laura Piretti, Marta Tricarico.
|
|
Avvocate: Ileana Alesso - Marta Tricarico
Nel piacere di veder oggi nascere il Comitato vogliamo sottolineare un'altra sfumatura del valore sociale della maternità.
Cogliamo una maternità collettiva che abbiamo peraltro concepito, curato e atteso nel corso della elaborazione del documento costitutivo. Scegliendo il nome, il luogo di nascita e immaginandone il futuro, solido, autonomo e positivo. A sua volta fecondo di pensieri, azioni, di storie personali e collettive che anche nelle iniziative giuridiche ritrovano un senso e una direzione.
Come l'hanno ritrovata quelle donne che dal gennaio scorso hanno potuto appagare il diritto alla diagnosi pre-impianto in tema di procreazione medicalmente assistita, grazie alla sentenza del TAR Lazio, e che di recente, grazie al TAR Lombardia, hanno visto cadere vessazioni illegittime e confessionali nel momento di accingersi, in condizioni di grave pericolo, di vita o di salute, alla interruzione terapeutica della gravidanza.
Da tempo ormai è chiaro che i diritti fondamentali richiedono per il pieno riconoscimento una via legale e/o giudiziaria, insieme alle iniziative informative, culturali e politiche per promuovere, monitorare, vigilare e difendere i diritti fondamentali delle donne, diritti costituzionalmente garantiti e diritti indisponibili, indisponibili anche da parte dello Stato.
E' questo il punto di vista giuridico che ci sta a cuore come Comitato che vede il nostro e vostro impegno per dare continuità ed estensione alla azione politica in ambiti dove l'autodeteminazione è il criterio guida.
E nel rapporto tra gli obiettivi designati e gli strumenti per realizzarli uno dei punti nodali e strategici sta nel riportare responsabilità nelle pubbliche funzioni che stanno ormai abdicando ai propri fini istituzionali scaricando ciò che è pubblico in ambito privato e sottraendo ciò che è personale alla sfera individuale.
Persino l'obiezione di coscienza non è più personale ma strutturale e pubblica.
E poi perché continuare a chiamarla sempre e solo obiezione di coscienza e non, come giuridicamente è possibile, e rigoroso dire, "astensione facoltativa da una prestazione di lavoro" ?
Così dicendo emergerebbe con maggiore evidenza la responsabilità morale e deontologica del personale sanitario che si astiene dal praticare la interruzione terapeutica di gravidanza nei casi di ""grave pericolo per la vita" o "per la salute della donna" che sono gli unici casi nei quali la legge 194, legge nota ma non sempre conosciuta, dispone che l'interruzione possa avere luogo.
Così dicendo emergerebbe con maggiore evidenza la responsabilità morale e deontologica della astensione imbizzarita e illegale di quei farmacisti che rifiutano di vendere prodotti anticoncezionali e anticoncezionali d'emergenza quali la pillola del giorno dopo.
Così emergerebbe come la "astensione facoltativa da una prestazione di lavoro" è priva della nobile aurea dell'obiezione dato che in questi casi "l'obiettore" scarica le conseguenze del suo gesto su un altro soggetto, la donna con conseguente danno della stessa.
Crediamo nella laicità quale emerge dagli artt. 2,3,7,8,19 e 20 della Costituzione e come Comitato intendiamo presidiare ed evitare inaccettabili derive permissive in sede interpretativa e applicativa della legge 194.
Il Comitato Quando decidiamo noi intende intervenire con gli strumenti e le azioni che il diritto civile, penale, amministrativo e costituzionale mettono a disposizione per una reale applicazione della legge 194 e pretendendo l'applicazione in Italia della Convenzione CEDAW, principale trattato internazionale in materia di diritti umani delle donne.
Intendiamo promuovere ogni più opportuna iniziativa e vertenza quali ad esempio quelle:
nei confronti delle Regioni, dei Comuni, nonché dei Sindaci quali autorità sanitarie locali, delle Aziende Sanitarie, dei medici, dei ginecologi, degli operatori sanitari sulle violazioni agli adempimenti e obblighi della legge 194
nei confronti dei farmacisti per la violazione del testo unico sulle leggi sanitarie
-
comunicazioni alla Commissione europea dei diritti umani.
Il Comitato sarà giuridicamente e giudizialmente presente per garantire il rispetto delle scelte di maternità, di autodeterminazione, di affermazione del primato della madre, di integrità e salute della donna, di prevenzione dell’aborto, e per valorizzare la maternità contro la precarietà di vita e di lavoro delle donne.
Roma, 31 maggio 2008
|
|
Fabiola Pala
“Tutto si riassumeva ferocemente nel non cacciare mai un primo grido – un primo grido scatena tutti gli altri, il primo grido ,
nascendo, scatena una vita (…) Se urlassi io scatenerei l’esistenza – l’esistenza di che? L’esistenza del mondo.”
( Clarice Lispector “La passione secondo G.H.”)
QUANDO mi guardo e guardo le altre donne , le donne di tutti i giorni , madri mogli compagne alle prese con figlie /i, con le pulizie di casa, con la spesa , con l’organizzazione del tempo quotidiano dell’intera famiglia su di sé , tranne che per sé.
QUANDO mi guardo e guardo le altre donne e la nostra vita precaria: italiane e straniere, casalinghe e studentesse, mogli e divorziate, single e pensionate, dicesi di destra o dicesi di sinistra. Senza portafoglio, senza vera indipendenza economica. Eppure sembriamo proprio tutte molto simili e felici in quella breve gioia che ci dà ancora comprarci qualcosa di nuovo, il “cappottino” che ci scappa sempre, il cellulare, il film , il viaggetto da farsi rigorosamente in comitiva se non altro per potersi dividere le spese. Cerchiamo continuamente lavoro. Sogniamo IL Lavoro - magari ancora a tempo indeterminato - e la nascita di una figlia o figlio – magari anche la villetta a schiera. Speriamo di non invecchiare mai. C’è sempre tempo.
Abbiamo studiato, abbiamo lauree e master, siamo sempre pronte per iscriverci ad un nuovo corso di formazione e di lingue che rimarrà lì ,“bello bello”, e farà comunque la sua figura sui nostri sostanziosi curricula.
QUANDO mi guardo e guardo le altre donne, affaticate e sempre più ammaccate e indebolite per le delusioni, le spinte, le aggressioni, le botte nel “privatopubblico” e soprattutto in famiglia. E le nostre figlie/i sempre più povere/i. Ci sovrastano con discorsi sul valore della famiglia e del fare figli e poi ai colloqui di lavoro ci sentiamo sospettate di gravidanza, potenziali pance indesiderate.
Eppure sempre più in tante troviamo il coraggio di farci carico di denunciare fatti e terrori, prezzi alle stelle, code agli sportelli, aggressioni nazionali e non, volgarità e bassezze arroganti , nazionali e non.
Ancora ostinate! sogniamo, amiamo e ovviamente ingurgitiamo milioni di pillole, per le mestruazioni o la menepoausa per la depressione o la pressione... le prendiamo e stiamo zitte, continuiamo a lavorare, a sostenere proteggere e tutelare , a chiedere forza e riconoscimento al nostro valore …….a non “dare di matta”. E non avere neanche il diritto a poter “ dare di matta”.
QUANDO mi guardo e guardo le altre mi rendo conto che siamo veramente tante, diverse e ovunque…TUTTAVIA SENTIRSI SOLE…prendere atto di non esserci e rischiare di buttare via la propria esistenza senza aver tentato di darle un altro senso. Senza aver tentato di non farsi ridurre dentro una contemporaneità che annichilisce e separa le donne. Il salto è grande e gli ostacoli, a causa dell’esser donna, sono tanti da mettere paura e, come da sempre, indurre alla moderazione o alla depressione. Per poi , e di nuovo, renderti ricattabile da più lati della tua vita di donna secondo un circolo vizioso ormai millenario.
Invece no, io ancora esisto, ancora ho voce , voglia di vivere e di esserci. Ancora ho voglia di sognare e di decidere di me stessa. Ho voglia di progettare e di investire su me stessa e sulle altre donne .
E decido. Decido di fare politica insieme ad altre donne per tutte le altre donne.
Insieme alle donne dell’UDI, quelle che ho visto e che ho riconosciuto.
Donne che ho riconosciuto capaci di agire politicamente, capaci di operare spostamenti su piani diversi della realtà – e in primo luogo nella loro vita – non malgrado ma a causa dell’essere donna. Per me relazioni importanti affettive e politiche dove l’affettività attiene anche al sentimento di una intenzione tutta tesa a modificare la vita “a soggetto femminile”, a fondare condizioni di valorizzazione del femminile.
Sto parlando di una responsabilità politica che trova la sua linfa vitale e il suo continuo rinnovamento in una progettualità di parole e di azioni che non possono essere solitari ma piuttosto avere significato e percorso collettivo-nazionale.
Sto parlando di riconoscimento dell’altra e di riconoscimento di sé sia nei confronti del mondo che nel vincolo stesso politico : interrogarsi di sé e tenere presso di sé il proprio senso.
Sogno e vado lontana, vado al salto dal genere al genere politico. Sto pensando al mio futuro e a dare futuro ai miei interessi, alla necessità di moltiplicare soggetti femminili in grado di mantenere un vincolo stretto con la propria comunità che le sostiene e con un’idea di società dove la disciplina non nasce dall’affermazione del maggior valore di una ma dal gioco dei valori. Il che non significa disconoscere la disparità ; si tratta di agirla; di avere una parola che per riconoscere il più dell’altra le “tiene testa”, instaurando non una gerarchia ma una verticalità: la crescita di ciascun soggetto nel tenere presso di sé il proprio senso. Il percorso è arduo e consiste tutto nella ricerca e nel dare espressività ad un profondo desiderio di riscoperta, di rischio, di analisi, di confronto.
E sono qui. Ancora materia e CORPO.
Non voglio sentirmi un corpo ammiccante e tutto sesso. Non voglio sentirmi un virus sotto vetrino, in un laboratorio gestito da scienziati papi medici e politici: maschi impazziti in delirio di onnipotenza e in chiara difesa del proprio potere.
Sono una donna e il mio corpo di donna è la mia prima materia con la quale devo confrontarmi quotidianamente. È il mio corpo.
Lo voglio amare e rispettare a modo mio, non chiedo tutele. Sono responsabile di me stessa e mi prendo tutta la mia responsabilità nel sostenere quando decidiamo noi.
|
|
Io voglio tutto di Loredana De Vitis
Io voglio tutto. Adesso lo so. Ne ho preso fino in fondo coscienza quando ho capito che tra i miei desideri e le mie aspirazioni e la realtà che mi circonda non c'è proporzione. Non è “bene” volere tutto, come ci insegnano da bambine, “non si può avere tutto”.
Ma se questo “tutto” so di poterlo avere, so anzi di averne diritto... allora lo affermo ancora: io voglio tutto.
Sento che alle donne si chiede di essere soltanto una parte del tutto che voglio. Si pretende che le donne siano solo corpi.
Ma corpi inautentici, plasmati dalle ideologie e dal mercato:
l il piacere sessuale per come “si addice a una donna”, con la repressione o il relegamento dell’argomento nell’area del non detto;
l la sessualità come genitalità e l’approccio “freddo”, “asettico” alla fertilità femminile;
l l’aspetto fisico da leggere semplicemente come più o meno corrispondente al modello ideale in voga (poco seno / molto seno, pochi fianchi / molti fianchi, e poi il sedere, gli zigomi, le unghie, le ginocchia, i piedi, i capelli… fino all’ultima “ricostruzione della verginità”);
l la maternità come “completamento”, passaggio pressoché necessario all’essere “veramente donna”;
l la fine della fase fertile come momento di declino.
Il resto del tutto? Quello che le donne dicono e fanno? Il ruolo che le donne ricoprono? Le responsabilità che le donne si prendono?
Io percepisco, nei discorsi sull’aborto come in quelli sulla fertilità, la riduzione delle donne al loro essere semplice corpo e alle funzioni corporee socialmente ritenute accettabili, desiderabili, infine necessarie. Io sento l’espropriazione dell’identità in favore di un’immagine, della definizione di un oggetto. Io sento il peso del “dover corrispondere” a un immaginario che delle donne non è mai stato.
E in questo sento tutto il peso del corpo. Corpo che, invece, desidero “leggero”, gratificante, non vincolante. Perché tutte le donne hanno anche una mente, una sensibilità, plurime capacità. Perché le donne hanno potere, e spesso pensano di non poterlo esercitare.
Ecco perché rivendico la possibilità. La possibilità di scelta. La possibilità di rifiuto del capo chino, del capo coperto, della “complementarietà” col maschile, del parto, del parto con dolore, del dolore inflitto in ogni sua forma legale e illegale.
Rivendico l’opportunità di riappropriazione del corpo, rivendico le conquiste della contraccezione, rivendico una contraccezione più rispettosa del corpo delle donne, rivendico un’informazione alla sessualità e un’educazione “sentimentale” per le donne e per gli uomini, perché sul corpo delle donne non vale il “50e50”.
Voglio tutto. Voglio che sia dato per scontato che il mio corpo è mio, che il mio corpo non è scisso dal resto di me, e che tutto questo viene prima di qualunque valutazione su ciò che al mio corpo può accadere.
Voglio che sia dato per scontato che le donne hanno il diritto di conoscere il proprio corpo nel modo più scientifico e laico possibile. Voglio che sia dato per scontato che la scelta sul proprio corpo e la propria persona è una scelta - appunto - personale, e che come tale deve essere rispettata.
Voglio che sia dato per scontato che i progressi scientifici e tecnologici sono subordinati al rispetto assoluto del mio corpo e di quello che il mio corpo contiene (non necessariamente in caso di maternità). L'autodeterminazione è un fatto. Anche l'autodeterminazione voglio sia data per scontata.
Voglio tutto. Magari anche un lavoro precario per scelta. E contemporaneamente la possibilità di essere madre. Uomini che sappiano di dover fare la loro parte, una parte non inferiore al 50 per cento. Ragazze che sappiano che la vita è fatta per essere vissuta come desiderano. Uno Stato che non si appoggia alle donne, ma abbia a cuore come le donne possono sentirsi realizzate.
Voglio che sia dato per scontato che bambini e bambine messi al mondo dalle donne non sono “problemi” privati delle donne, ma “parti” di una società che nel suo complesso ha il dovere di prenderne carico.
Voglio questo ogni volta che penso di dover scegliere senza avere possibilità: il lavoro per come voglio che sia o essere madre; essere madre o essere a lavoro. In questa scelta, senza scelta, dov’è lo Stato? Dove sono gli uomini? O… o. Ti viene chiesto di soppesare, ragionare, escludere. “Non puoi avere tutto”.
Per questo faccio politica. Perché voglio tutto. Ho scelto la politica e la politica ha scelto me: mi dà ogni giorno maggiore consapevolezza dei meccanismi che mi “determinano” e di quello che voglio, mi smuove l’anima, mi fa mettere in discussione, prendere le misure di ciò che ho vissuto finora e di ciò che mi piacerebbe vivere.
Faccio politica delle donne perché questa politica mi ha naturalmente sempre attirato, e perché esercitarla è stata una rivelazione.
Nel confronto con altre donne posso cogliere ogni volta sfumature sconosciute, sempre nuovi punti di vista da comprendere.
La politica si nutre di letture differenti, di vissuto, di confronto. Adesso è, per me, il momento di esercitarla. Adesso è il mio momento.
Io voglio tutto. Penso che potrei tutto, con il giusto metodo. Un metodo che non dipende solo da me, ma anche da ciò che mi sta intorno. Voglio che le donne possano tutto. Io ci metterò tutto quello che posso. Io voglio tutto, tranne il peso di una scelta fatta perché non si ha altra scelta.
Roma, 31 maggio 2008
|
UDI - Unione Donne in Italia
Sede nazionale - Archivio centrale
via dell’Arco di Parma 15, 00186 Roma tel 06 6865884
udinazionale@gmail.com
|