Comunicato stampa

Una piccola storia ignobile

26 Maggio 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Interrompere una gravidanza è forse una delle decisioni più dolorose che una donna possa affrontare. Qualsiasi sia la ragione per cui lo si fa, qualsiasi sia il grado di forza di una tale scelta, quando una donna è in procinto di farlo tutte le certezze vacillano. E crollano drammaticamente nel momento in cui il medico che dovrebbe guidarla in questo faticoso cammino risponde: “Per motivi etici non posso aiutarla a interrompere la gravidanza”. Casi sporadici? Neanche un po’. In Italia 7 ginecologi su 10 si rifiutano per motivi etici di praticare una interruzione di gravidanza. Il 70% dei ginecologi italiani, con punte del 93,3% nel Sud, sono obiettori di coscienza.

E dire che sono passati quasi quarant’anni dall’entrata in vigore della legge 194, la normativa che ha introdotto, di fatto, la legalizzazione e la regolamentazione dell’interruzione volontaria di gravidanza, come ha ricordato Chiara Valentini nella Conferenza stampa indetta dall’UDI e dalla Laiga insieme alla Cgil all’Archivio centrale dell’UDI. Da 40 anni la IVG è una strada tutta in salita, frastagliata da dure battaglie volte a conquistare quello che dovrebbe essere un diritto essenziale di ogni essere umano: il diritto di scegliere soprattutto sulla propria maternità. E ora, nel 2016, sembra d’esser ripiombati ai tempi dei pantaloni a zampa d’elefante. Cosa che non è sfuggita al Consiglio d’Europa, che con ben due ricorsi della Laiga e della Cgil ha bacchettato il Belpaese dove il diritto all’IGV si è trasformato in una vera e propria corsa ad ostacoli. Ma nemmeno la condanna dell’Europa ha fatto sussultare il governo italiano, che ha letteralmente ignorato il primo ricorso risalente al 2014 e tenuto nel cassetto fino allo scorso aprile il secondo monito dell’Europa, che grazie al reclamo della CGIL è divenuto argomento di dibattito parlamentare per le mozioni presentate e cui ha dovuto rispondere la Ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

 

La risposta della Ministra non è stata, tuttavia, soddisfacente. Perché lei ha contestato associazioni e consiglio d’Europa e ha ribadito che va tutto bene madama la marchesa. Gli aborti sono in diminuzione, rassicura la Ministra, che taglia corto affermando che ci sono meno aborti e quindi sono sufficienti i medici non obiettori. Non fa una grinza! Apparentemente! E comunque “il Governo italiano dichiara di seguire attentamente la situazione denunciata dalla Cgil nell’interesse delle persone coinvolte, ovvero le donne, i medici ma soprattutto dei bambini non nati e della protezione dei loro diritti”. E a proposito di diritti… Come dice signora Ministro? “L’interruzione di gravidanza non è un diritto ma una possibilità”. Roba da far venire i capelli dritti!

 

Ed è proprio questa dichiarazione che, su tutte, ha messo in allarme le organizzazioni che da sempre difendono i diritti delle donne, che lo scorso 26 maggio si sono riunite in una conferenza promossa da UDI e LAIGA (Libera associazione italiana di ginecologi/che per l’applicazione della legge 194/78), e ha visto protagoniste esponenti dell’UDI stessa, Vita di Donna, Freedom for Birth, Casa Internazionale delle Donne, Noi Donne, CGIL e Ippfen. Come ha sottolineato Virginia Giocoli di Freedom for Birth, parlare dei bambini non nati come parte integrante degli interessi da tutelare a proposito di 194 ci riporta indietro di quarant’anni, ignorando persino la sentenza della Corte Costituzionale del 1975 come ha ricordato Giulia Rodano. La situazione reale, ha spiegato la presidente di LAIGA Silvana Agatone, è molto diversa dai dati sbandierati dalla Lorenzin. I quali “vengono elaborati in base alle schede che ogni medico che pratica un aborto deve spedire all’. Si contano le IGV effettuate, ma non la domanda. E logica vuole che se i medici obiettori diminuiscono, diminuiscono anche gli aborti legali”. Proprio mentre, come ha ricordato la Responsabile nazionale UDI Vittoria Tola che già nel 2013 aveva presentato 11 Punti su questi problemi alla Ministra Lorenzin ottenendo la rassicurazione di una migliore verifica attraverso le regioni della situazione dei medici obiettori, delle discriminazioni dei non obiettori e dei problemi incontrati dalle donne. Tutte promesse non mantenute e in più “la legge di stabilità ha di recente stabilito una multa pari a 10.000 euro per le donne che abortiscono clandestinamente. Ciò rappresenta un rischio altissimo per la salute delle donne che, spaventate dalla sanzione, potrebbero non rivolgersi in caso di necessità al servizio sanitario”. In sostanza il governo che non rende possibile l’aborto legale lo sanziona con multe salatissime mettendo a rischio la vita delle donne e non fa niente per capire come mai questo si verifichi proprio grazie all’obiezione nelle strutture pubbliche, violando la legge.

La verità è che dal Ministero della Salute si mescolano le carte proprio per non permettere agli italiani di avere il quadro reale della situazione. Che è drammatica come ha illustrato G. Scassellati. A partire dalla mancanza totale di attenzione alla prevenzione, che dovrebbe passare attraverso un serio, finalmente, programma di educazione sessuale nelle scuole e un concreto supporto economico e professionale ai consultori. Perché è inaccettabile che nel 2016 gli adolescenti continuino a brancolare nel buio in fatto di sessualità, affidandosi alle confidenze degli amici o, peggio ancora, al marasma della rete. Ed è inaccettabile che nel 2016 se l’unico ginecologo non obiettore di coscienza va in pensione, come accaduto recentemente a Iesi le donne che decidono, con sofferenza, di interrompere una gravidanza, debbano rivolgersi a strutture di altre città. Ed è ancora inaccettabile che i non obiettori di coscienza si ritrovino, ob torto collo, a restringere la propria attività quasi esclusivamente alle IGV (compresi gli aborti terapeutici), con un conseguente, quanto naturale, appesantimento del carico lavorativo ed emotivo.

 

In Francia tutti gli ospedali pubblici hanno l’obbligo per legge di rendere disponibili i servizi di interruzione della gravidanza.  In Inghilterra è obiettore solo il 10% dei medici ed esistono centri di prenotazione aperti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Non solo. Tutti gli operatori che decidono di lavorare nelle strutture di pianificazione familiare non possono dichiararsi obiettori.  In Svezia il diritto all’obiezione di coscienza non esiste proprio. Gli specializzandi in ginecologia e ostetricia che pensano che l’aborto sia una cosa sbagliata vengono indirizzati verso altre specializzazioni. Ma siamo in Italia. Il Paese delle contraddizioni, delle eterne divisioni, degli slogan elettorali e dell’informazione che tutto fa fuorché informare.  Dove chi rispetta una legge dello stato è penalizzato e gli altri premiati. Un mondo alla rovescia. Siamo in Italia e dopo quarant’anni stiamo ancora a parlare del diritto delle donne di scegliere. L’Italia che obietta senza coscienza.

 

Una piccola storia ignobile, cantava Guccini.

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